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Il Gambero Azzurro: breve guida semiseria per terroni affamati e nostalgici in terra longobarda

Massimo Troisi diceva che un napoletano non può viaggiare, può solamente emigrare.
Ecco, io più che emigrata mi sento esiliata.
Costretta mio malgrado al confino forzato in terra straniera, mi struggo nella nostalgia di Napoli.
E’ facile dire che non si vive di solo mare e sole oppure, alla meneghina, che “luntan de Napoli se moeur ma po’ i vegnen chi a Milan” ma capitemi: io sono di Posillipo e dalle mie finestre vedo Capri.
Perfino quando piove.
Ora per me il sole non tramonta più sui Campi Flegrei ma sulla Tangenziale Est.
E se questo non vi sembra un motivo sufficiente per morire di consunzione, vuol dire che non avete un animo romantico.

Ma questo non vuole essere un manuale di sopravvivenza per animi romantici confinati al Nord perché non avrei alcun consiglio da dare: il mare l’ho cercato ovunque senza trovarlo. Un orizzonte in cui perdermi, anche. Di lampare all’imbrunire, manco a parlarne.
In compenso, se vi piacciono i laterizi, questo è il paradiso terrestre.
Quindi, tant’è.
Ho preso atto che sarebbe stato molto più semplice dare due dritte a chi si consuma nel ricordo di un panzarotto, a chi si commuove alla sola vista dei friarielli, a chi vaga in una Milano torrida e spettrale di fine luglio alla vana ricerca di una pizza fritta.
Le coordinate culinarie sono importanti quasi quanto quelle bancarie al 30 del mese: basta un numero (civico o ABI) sbagliato per pregiudicare il buon esito dell’intera operazione.
E siccome Milano riesce nell’ardua impresa di precipitare da vette supreme di emancipazione e civiltà ad abissi di indicibile barbarie – perché, scusate, per voi cos’è condire con sale e olio la mozzarella? Oppure comprare pizza e kebab dallo stesso fornitore? O ancora chiamare il cornetto alla crema brioche? – diventa di vitale importanza sapersi orientare nei meandri della movida per sfuggire ad insulsi apericena e colmare i vuoti dell’anima e del colon con un degno fritto misto all’italiana.

Una piccola premessa è d’obbligo: se appartenete alla categoria di quelli che una volta trapiantati al Nord hanno deciso di rinnegare il Sud e non perdono occasione per criticarne il malcostume, la mancanza di infrastrutture, la carenza del sistema sanitario e ormai scendono a casa, di malavoglia, solo a Pasqua e Natale o addirittura hanno votato si al referendum indetto da Maroni a favore dell’autonomia delle regioni settentrionali, allora non continuate nella lettura.
Che poi, il dubbio rimane: meglio una metropolitana in orario oggi o una friggitoria sotto casa domani?
Stesso consiglio, di astenersi dal leggere il seguito, valga per coloro i quali invece di imparare l’inglese hanno preferito assimilare espressioni tipiche dell’idioma del luogo, per quanti si osano considerare mare quello di Jesolo nonostante vengano da Tropea o Sciacca e per quelli che dopo aver tifato una vita per la Salernitana hanno abbracciato ben altri colori (o non colori) per bieco opportunismo.
Insomma, escludendo i romantici che preferiscono il crepacuore al crocchè di patate e i meridionali che arrivano a imbruttirsi più dei milanesi stessi, questo vademecum è destinato a quanti anelano un giorno a guadare nuovamente il Rubicone e nel frattempo si ritagliano un angolo di casa in terra padana.
E, naturalmente, è indirizzato ai tanti settentrionali dotati di senso dell’umorismo e disposti ad assimilare, per osmosi, qualche sana abitudine terrona e una discreta quantità di grassi saturi.

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La salute
E’ tutto, si sa.
Ebbene, in Lombardia disporrete di strutture all’avanguardia dalle quali, in una buona percentuale di casi, uscirete perfino vivi dopo una degenza.
Astenersi dalla Santa Rita, ovvio, a meno che non vogliate deliberatamente disfarvi di un polmone di troppo o di un rene che non sopportate più.
Eviterei anche le protesi all’anca, dato il recente scandalo sui “ femori marci”, ma per il resto siete in una botte di ferro.
Se poi aveste la fortuna, dopo appena un paio di lustri, di ottenere la tessera sanitaria della Lombardia, sareste autorizzati a festeggiare l’evento come una vincita al Superenalotto.
Al di là di qualche trascurabilissima mazzetta, alcune inchieste su appalti truccati (Maugeri docet) e un paio di decessi che rientrano nel normale calcolo delle probabilità, la sanità a Milano funziona.
Per cui, niente panico nell’ipotesi in cui decidiate di seguire le indicazioni dei paragrafi successivi: in Lombardia ci sono ottimi nefrologi specializzati in sovraccarico da grassi saturi e rinomati gastroenterologi stufi di interloquire solo con batteri salmonella a causa del dilagare del sushi e desiderosi di tornare alle origini, ossia alla frittura.

P.S.: vi dico già che per la sintesi della Vitamina D non c’è niente da fare, così come per il corretto funzionamento della tiroide.
Servirebbero, rispettivamente, il sole e il mare.
Con buona pace di chi dice che non si può vivere solo di quelli.

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La pizza
Importante quanto e più della salute e sicuramente più efficace del Supradyn per affrontare lo stress della vita quotidiana.
Ammessa anche dai no vax e sponsorizzata dall’Associazione Ginecologi Italiani perché in quei giorni se ti devi lanciare col paracadute per essere sicura di toccare terra più di un Lines ti serve una quattro stagioni.
Parliamo insomma di Lei, Sua Maestà La Pizza.
Mica una qualunque, quindi.
E non basta che sia DOC, DOP o Vera Pizza Italiana, perché una certificazione di qualità oggi non si nega a nessuno, ma ciò che davvero conta è il dato empirico.
E il dato empirico ci dimostra che l’unica pizza a Milano degna di questo nome è quella di Gino Sorbillo (Lievito Madre al Duomo).
Napoletana in tutto – ingredienti, cottura, dimensioni, lievitazione – tranne che nel prezzo (più milanese che partenopeo ma comunque sostenibile).
Sottilissima, debordante e super digeribile, è una delizia per gli occhi e il palato e vi ripagherà ampiamente delle due ore di attesa, aggirabili solo ad orari neanche milanesi ma direttamente goriziani (12.15 a pranzo e 19.15 a cena).
Autentica la salsiccia di Castelpoto che, occhieggiando dal la Pizza dell’Alleanza, sancisce definitivamente il patto scellerato tra te e la bilancia, strepitosi i pomodori gialli della pizza dedicata allo chef Massimo Bottura, agrodolce come il tuo rapporto con Milano, da ordinare l’Antica Margeritta se non altro per assistere all’immancabile scena di avventori autoctoni che fanno notare al cameriere la doppia di troppo e si sentono rispondere, guarda un po’, che è voluta.
E poi un tripudio di taralli, cicoli, crocchè, freselle, zizzone di Battipaglia (non parlo del personale) e ‘nduja variamente combinabili tra loro in base al valore attuale dei trigliceridi e all’umore del momento.
Un piccolo appunto: reintrodurrei, tra i dessert, il Ministeriale di Scaturchio, perché era proprio quella goccia di rhum nel cioccolato a garantire una perfetta digestione.
Largo Corsia dei Servi, 11

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La pizza fritta
L’ubicazione in Via Agnello non è casuale: da zia Esterina Sorbillo sacrifichi sull’altare della pizza fritta tutti i buoni propositi per l’anno nuovo.
Devo aggiungere però che lo fai in compagnia delle altre 200 persone assiepate sul marciapiede nella spasmodica attesa che chiamino il loro numero.
Senso di colpa comune, mezzo gaudio.
Il gaudio diventa completo quando finalmente ti impossessi dell’agognato strumento di piacere e, seduto sulle panchine di piazza San Fedele o sugli scalini dell’omonima chiesa, ti addentri in un’esperienza sensoriale senza precedenti, al termine della quale il ricordo dei cicoli cancellerà anche quello del palato ustionato dalla ricotta.
Sette varianti, di cui una a sorpresa che non ho mai provato nel timore che, in ossequio alla città, possa trovarci dentro la cassoeula.
Ma la pizza fritta di Zia Esterina è soprattutto un test psicoattitudinale che ti chiama a cimentarti con alcune durissime prove volte ad attestare la tua idoneità a stare al mondo. Sonda, infatti, la tua resistenza di fronte a:

  • lo sguardo di sdegno degli avventori del dirimpettaio Juicy Bar che si trincerano dietro carotine e sedanini placidamente assisi su chaise longue di velluto mentre tu appoggiato al muro tenti di destreggiarti tra il ripieno provola e pomodoro e la camicia bianca immacolata;
  • la concorrenza spietata degli altri consumatori seriali. Gente rude, avvezza a passare sul cadavere di chiunque pur di raggiungere l’obiettivo. Mi è capitato di vedere una volta un rispettabile padre di famiglia organizzare una riffa sul proprio numero, il 34, nell’errata convinzione che avessero chiamato il 32 e, in un’altra occasione, la sosia di Diane Keaton sbrodolarsi latte di bufala sul tailleur nero di Armani;
  • la possibilità che non trovi posto a sedere nelle piazze limitrofe e sia costretto a consumare il fiero pasto sotto gli occhi dei frequentatori della vicina libreria Hoepli (gente che nutre lo spirito e non il corpo);
  • un’attesa estenuante, salvo presentarsi ad orari, appunto, goriziani.

Sappi che, superate queste prove, potresti essere arruolato nell’esercito o addirittura vincere un concorso in magistratura.
E poi, vuoi mettere la pizza fritta con il sopravvalutato panzerotto di Luini?
Via Agnello, 12

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Il tarallo ‘nzogna e pepe
E qui è dura davvero.
Perché c’è ancora chi mi chiede se esistano altri taralli oltre a quelli pugliesi.
E io ogni volta a spiegare che non solo esistono, ma sono quelli fatti di sugna – che, a nominarla, semina meno panico dell’olio di palma – pepe, mandorle e acqua di mare.
Eh si, altrimenti da cosa pensate possano prendere quel sapore divino?
Meno male che a Milano ha aperto Leopoldo, un autentico tarallaro partenopeo che li sforna caldi al momento, perché così abbiamo guadagnato qualche kg di spazio nel trolley.
Da Casa Infante potrete trovare anche uno spettacolare torrone dei morti (ovviamente il primo novembre) e ottimi gelati artigianali.
Via Torino, 48

 
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Il Gran Caffè
In un’epoca in cui non ci sono più carrozze, poltroncine di velluto, camerieri in livrea, guantiere di paste e non “ci si va più a sedere al caffè” ma al massimo a “prendere qualcosa al bar” il Gran Caffè Cimmino assolve alle molteplici funzioni di ristorante, pasticceria e bar.
Praticamente ci potresti passare una giornata.
Il giorno di San Giuseppe ci trovi un’ottima zeppola, il primo novembre vari tipi di torrone dei morti.
La zuppetta conserva il nome originario e non quello, milanesizzato, di “diplomatico”.
A pranzo ti consente una full immersion partenopea, grazie ai timballetti di pasta alla bechamel, il calzone ripieno, la pizza di scarola, la frittata di maccheroni, la parmigiana di melanzane, gli zucchini alla scapece.
Ottima la torta mimosa per festeggiare il compleanno e le mini paste cresciute che servono come aperitivo.
Aggiungo che alle sette del mattino puoi chiedere un cornetto crema e amarena senza correre il rischio che ti venga proposto quello Algida (episodio realmente accaduto in un bar del centro) o, peggio ancora, la versione artigianale del buondì Motta, oppure, in alternativa, orientarti su una graffe o una brioche col cappello.
Purtroppo dietro al bancone non troverai gli sfegatati tifosi del Napoli con i quali commentare la partita il lunedì mattina davanti a un caffè brasiliano, ma quella è una prerogativa del Gran Caffè Cimmino di Napoli che, del resto, tra i numerosi optional, vanta pure una vista a 360 gradi sul Golfo.
Ma, del resto, perché lamentarsi sempre? Anche in quello di Milano puoi sederti all’aperto e rimirare il lento progredire dei lavori della linea 4 della metropolitana.
Via Larga, 2

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Dolce & salato
Mergellina Bakery nasce come apecar ma, dato il successo, da nomade è divenuto stanziale.
L’offerta spazia dalla rosticceria alla pasticceria e contempla alcune autentiche rarità normalmente introvabili in terra padana: la parigina, il panino napoletano e il Fiocco di Neve di Poppella.
Tanto gli amanti del prosciutto e del salame che gli estimatori della panna troveranno qui un porto sicuro, disposto ad accoglierli, per di più, fino alle due di notte.
Hai visto mai che ti venisse una voglia incontrollabile di pizza salsiccia e friarielli durante una puntata de “I Bastardi di Pizzofalcone”?
E mica puoi sgranocchiare due patatine durante la partita Napoli – Juventus o colmare l’amarezza che ti lascia in bocca la “Cattura di Zagaria” con un’oliva ascolana.
Del resto, i napoletani lo sanno bene: in certi casi, il potere consolatorio di una frittata di maccheroni non ha eguali.
Viale Umbria, 44

 
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Il cioccolato
Gay Odin è un’istituzione a Napoli.
In origine era il tipico carretto antesignano degli apecar e dello street food moderno, poi, divenuto stanziale, ha preso casa in alcune delle vie più rappresentative della città.
Produce, fra l’altro, un tipo di cioccolato assolutamente unico: la foresta, fatta di scaglie che si sfaldano morbidamente ad ogni morso.
Il cacao di Gay Odin non è né completamente amaro né al latte: è il punto giusto di fondente, quello che mette d’accordo gli amanti dell’extranoir e i nostalgici della mucca Milka.
La trovi sotto forma di tronchetti, di varie dimensioni, oppure di uova di Pasqua.
Come se non bastasse, il negozio è un tripudio di frutti di mare di cioccolata, nudi liquorosi, nocciolosi e scorzette agli agrumi.
Una scelta che Godiva non vi garantirà mai.
Se dopo il tour gastronomico dei paragrafi precedenti, vi resta ancora uno spazio tra l’intestino e lo stomaco, provateli: ne vale la pena.
Oppure regalateli: il successo è assicurato e poi, si sa, un cioccolatino è per sempre.
Via San Giovanni sul Muro, 19

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 Una piccola precisazione a questo punto è d’obbligo per sfatare uno dei luoghi comuni sui meridionali più duri a morire e che sicuramente avrò mio malgrado contribuito ad alimentare con questo breve vademecum.
I napoletani non pensano solo a mangiare.
Semplicemente, in alcune cose siamo abituati bene – la bellezza della città, del clima e della squadra di calcio, il calore della gente, la bontà del cibo, il rapporto quasi ovunque conveniente tra qualità e prezzo – e sono quelle che ci compensano delle altre, mille, che non vanno.
Per questo le cerchiamo ovunque: per sentirci a casa anche in mezzo alla nebbia e agli ossibuchi.
A proposito, il prossimo manuale sarà dedicato a cotolette e risotti, perché sarà sicuramente vero che una frittura è per sempre, ma pure il colesterolo non scherza.

P.S. Un piccolo consiglio: se una domenica mattina vi ritrovaste a dedicare “Diticemcello vuje” al sugo usando il mestolo come microfono…beh, vuol dire che è ora di scendere a casa.