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Passione Insanapoli is back.

Passione Insanapoli.

Dopo una lunga latitanza, arieccoci.
A tifare, soffrire, commentare, litigare, farci il sangue amaro, esultare.
Eh si, perché in questi 5 mesi ne sono successe di cose.
E se abbiamo dato tempo al Premier Conte, a maggior ragione dovevamo concederne ad Ancelotti.

Oggi, quindi, possiamo dire che:

  • siamo secondi in campionato, nonostante tutti ci dessero per spacciati prima ancora di cominciare;
  • siamo primi nel girone di Champions dopo aver battuto il Liverpool e pareggiato con il PSG, nonostante il girone fosse stato definito “di ferro” e la nostra disfatta annunciata che manco Napoleone a Waterloo. Se non altro, comunque vada, avremo fatto rimangiare il sorriso di soddisfazione a Blanc in sede di sorteggi e ci troviamo addirittura nella posizione di quelli che “possono recriminare qualcosa” invece di ringraziare il cielo di non essere stati presi a pallonate in faccia da Mbappé;
  • abbiamo finalmente imparato il significato della parola “cambio” e familiarizzato con il turnover, questo sconosciuto. Assistito alla resurrezione di Maksimovic, alla trasformazione di Ospina in Garella e visto per la prima volta in faccia Rog che, nella gestione Sarri, veniva inquadrato solo di sfuggita in panchina;
  • siamo diventati tutti “ancelottiani” subito dopo esserci detti inconsolabili per l’abbandono di Sarri, dimostrando quel po’ di sana cazzimma di cui difettavamo;
  • abbiamo, forse, fatto finalmente il callo agli abbandoni, tanto che saremmo pronti a riscaldare la minestra Cavani anche nel microonde se questo servisse a farlo tornare prima;
  • abbiamo vinto, nell’acqua, la sfida contro una Repubblica Marinara, e non era cosa facile;
  • abbiamo deciso che non possiamo più concedere il beneficio del dubbio né a Toninelli né a Milik;
  • abbiamo preso coscienza di avere una “panchina” anche noi, che non sia solo quella del parco sotto casa.

Insomma, molte cose sono state fatte, ma altrettante se ne possono ancora fare.

Intanto approfittiamo della sosta per prendere fiato, che subito dopo ci aspettano le vere bestie nere: Chievo e Atalanta.
Altro che Juventus o PSG: qui, se battiamo Pellissier, praticamente è fatta anche con Salah.

Passione Insanapoli 50. Zero tituli a chi?

91 punti non sono bastati a vincere lo scudetto.
Del resto, 12 punti non erano bastati tre anni fa ad andare in Champions.
Ed essere 2 volte Campioni di Inverno neanche è stato sufficiente.

E parlano di zero tituli?
Mica nella vita conta solo vincere. Soprattutto poi se si vince in modo non proprio trasparente (per usare un eufemismo).
Io dico grazie, comunque, a tutti.
A Pepe, che avrei riconfermato ad occhi chiusi pure se avesse avuto novant’anni perché adesso chi li piglia  a paccheri quei muccusielli?
A Christian, che pure mi terrei come mascotte a vita perché ha attraversato questi dieci anni elegante come l’inchino che ha sempre tributato al suo pubblico e perché sul campo ci ha letteralmente rimesso i polmoni in galoppate che ricordo epiche.
A Ciro, perché quei 91 punti li dobbiamo in gran parte a lui e quindi guai a parlare di calo di rendimento nel finale.
A Marek, che è l’unico che non ci ha mai tenuto sul filo del rasoio con i tentennamenti da “me ne vado o non me ne vado”, perché l’amore non è sempre tumulto ma anche rassicurazione.
A Kalidou, per averci regalato la gioia suprema e incommensurabile di quel gol allo Stadium che manderemo in loop nei decenni a venire.
A Lorenzo, per essersi preso gli sfottò per i capelli gialli dal suo pubblico e gli insulti beceri dei tesserati della Juventus con lo stesso imperturbabile stoicismo frattese.
A José Maria, perchè se se ne va lui me ne vado pure io.
Ad Allan, perché “è un lavoro sporco ma qualcuno dovrà pur farlo” e lui lo ha fatto alla perfezione.
Al Mister, per tutto quello che ha fatto in questi anni ma, soprattutto, per aver fatto rosicare Allegri che manco Zidane a Cardiff.

A tutti gli altri che, anche se non menzionati espressamente, sono nel mio cuore e ci resteranno per sempre perché, e in questo non sono d’accordo con Sarri, non tutto nella vita è destinato a finire.

Passione Insanapoli 48. ‘O muorto che parla.

Capitolo 48: e mai numero fu più azzeccato.
‘O muorto che parla.

Perfetto per Mertens che ormai è un cadavere che vaga senza meta per il campo, per Jorginho che è l’ombra di quello che fu, per Allan che fa bene a pregare con tanto trasporto prima di ogni match anche se temo serva a poco.

Se non è ancora morto, infatti, il Napoli è sicuramente moribondo, in coma farmacologico, in stato vegetativo da ormai svariate giornate.
In compenso la tifoseria sta perdendo la brocca e se per metà assiste attonita e muta alla debacle (peraltro prevedibile), per l’altra metà insulta selvaggiamente e inopportunamente De Laurentiis.

Ora, che il patron abbia come al solito la colpa di non aver investito nel mercato di gennaio, nonostante l’affaire Higuain (nel senso di Nicholas) di due anni fa, è fuori dubbio.

Ma del resto, come ebbe a dire un giorno Careca a mia madre – ebbene si, mia madre ha discettato di calcio con Careca durante una sessione dal parrucchiere tra una piastra e due meches, ma questa è un’altra storia – De Laurentiis vuole arrivare secondo.

Ossia vuole garantirsi gli introiti e il lustro derivanti dall’accesso diretto in Champions League, senza la pressione di dover vincere a tutti i costi.
In pratica, gli onori al netto degli oneri.
Per la serie quello che conta è partecipare.

Peccato che, nonostante il giro di miliardi, il gossip, le wags e i tatuaggi che ruotano intorno (e addosso) ai giocatori, il calcio sia pur sempre uno sport e, come tale, implichi una buona dose di competizione e furore agonistico.
Ecco perché il bel gioco non ci basta né soddisfa più, se poi alla fine non si vince mai niente.

Ad ammazzarci, soprattutto, è la fine della Grande Illusione: quella che ci ha visto per ben due volte Campioni di Inverno vanificare tutti gli sforzi fatti in un girone d’andata e mezzo.

Perchè che la Juventus fosse complessivamente più forte, con 24 giocatori di pari livello, si sapeva fin dall’inizio.
Quello che invece non si poteva prevedere, ed ha alimentato il sogno con sempre maggiore convinzione, sono state le prestazioni sontuose del Napoli, il gioco fluido e fantasioso, l’apparente indistruttibilità per carattere e forma fisica che ci ha indotto a credere in una superiorità degli azzurri rispetto agli zebrati.

E qui casca l’asino (in senso metaforico e letterale). Perché gli 11 titolari (più un paio di ricambi all’altezza) sono stati spremuti come limoni fino all’inevitabile debito di ossigeno.
Semplicemente, non ce la fanno più.

Forse Sarri avrebbe potuto fare qualche cambio in più e magari non sempre al 70° ma all’inizio del secondo tempo.
Forse in un campionato non condizionato dagli arbitri anche la Juventus avrebbe perso o pareggiato qualche partita (per esempio con il Cagliari, con la Fiorentina o, perché no, con il Benevento) e oggi le due squadre, appaiate, si giocherebbero lo scudetto a Torino.
Forse.
Quello che è sicuro è che, con qualche piccolo rinforzo a gennaio, oggi Mertens e Koulibaly potrebbero prendersi un giorno di ferie senza eccessivi sensi di colpa e non fischieremmo Insigne perché da lui ci aspettiamo di più e quindi non gli perdoniamo niente.

Ma la storia non si fa con i forse e, quindi, tant’è.
Anche quest’anno gli ospiti del cimitero di Poggioreale non si saranno persi niente.
Noi vivi invece si: una buona dose di ottimismo, due coronarie e la poca serotonina ancora in circolo.

Perché, mai come quest’anno, noi ci credevamo.

Allora al Presidente non va augurata la morte, per carità, come ha fatto una parte della tifoseria ieri, ma di vivere una grande delusione, quello si, per capire almeno un po’ come ci sentiamo oggi: per esempio, che “Natale in Kazakistan” incassi du spicci e Neri Parenti rescinda il contratto.

Soprattutto, a questo punto, non ci resta che sperare che la Smorfia si sbagli, anche se, comunque la si giri, la cabala non mente mai e, infatti, sta finendo tutto a carte quarantotto.

Passione Insanapoli 43. A Bergamo veni, vidi, vici.

Avete presente quel senso di liberazione e di libertà che si prova dopo aver superato qualsiasi esame, da quello di maturità all’ultimo del corso di laurea?

Ecco, io – e non solo io, immagino – l’ho provato oggi quando ha segnato Mertens. Ed è stato così supremamente assoluto non tanto perché giunto al termine di un lungo periodo di digiuno per Dries quanto perché a noi l’Atalanta storicamente ci porta seccia (jella n.d.r.).

Quindi, se tanto mi dà tanto, mettendo insieme la debacle in Coppa Italia e il sorrisetto sardonico del mio collega atalantino che ogni volta sembra volermi dire “godetevi pure la vetta tanto dovete ancora venire a Bergamo”, il destino era segnato pure oggi.

E invece.

Abbiamo scoperto che Mertens, nonostante sia evidentemente nato per sbaglio in Belgio e non a Mergellina, è più da aperitivo che da pranzo della domenica, visto che pare abbia segnato ben nove gol nei match delle 12.30.

Che La Liberazione non è necessariamente appannaggio del 25 aprile ma può diventarlo anche di un 21 gennaio qualunque.

Che il sapore della vittoria è reso ancora più dolce da un’ ultima settimana contrassegnata dall’ennesimo Gran Rifiuto di un giocatore che, è bene ricordarlo, non si chiama Cristiano Ronaldo e non milita nel Real Madrid.

Che poi, a pensarci bene, se il diniego di Verdi segue, in ordine cronologico, quelli di Rossi nel 1979 e di Bianchi nel 2007, non è che ‘sto tricolore porti poi così bene al Napoli e tutto sommato potrebbe essere una scelta saggia quella di ripiegare su Inglese, se non altro per dare un segnale forte di discontinuità patriottico-territoriale.

Probabilmente sarebbero d’accordo con me anche gli illuminati tifosi bergamaschi che dagli spalti hanno accolto il gol di Mertens lanciando urla belluine all’indirizzo di Koulibaly. E, a questo punto, sono curiosa di conoscere il pensiero di quell’oscuro militante leghista (per il quale si veda Passione Insanapoli 42. Cosa ci ha portato la Befana.) sulla Caporetto atalantina ad opera delle truppe straniere.

Insomma, sempre per rimanere nella metafora bellica, a Bergamo veni, vidi, vici. Con buona pace di Salvini e Gasperini.

E ora pronti a guadare il Rubicone e a far vedere i sorci Verdi anche al Bologna.

Passione Insanapoli 42. Cosa ci ha portato la Befana.

L’anno nuovo inizia con una piccola considerazione: se Hamsik si è sbloccato a Natale e Callejon all’Epifania, mica dovremo aspettare Pasqua per vedere segnare di nuovo Mertens?

Per il resto, il contenuto della calza della Befana risulta essere sempre lo stesso:

  • la consueta conferma da parte di De Laurentiis che più di un (cine)panettone ai tifosi partenopei non regalerà manco quest’anno. Piuttosto manda in campo Goulham su una gamba sola modello fenicottero;
  • i cori beceri dei tifosi dell’Hellas Verona che stavolta hanno preso di mira addirittura San Gennaro: capisco che Napoli non abbia una zoccola come Giulietta che possa fare da capro espiatorio, però, dai, uno sforzo in più potevano farlo perfino loro;
  • lo sdegno – sacrosanto, per carità – della tifoseria juventina per gli ululati all’indirizzo di Matuidi da parte dei supporter del Cagliari. E qui c’è da chiedersi se ad indignarsi in modo così veemente siano stati gli stessi che invocano ogni domenica l’eruzione del Vesuvio con contestuale epidemia di colera caso mai qualcuno sfuggisse alla lava;
  • le illuminanti dichiarazioni di un oscuro politico leghista – il cui nome volutamente non riporto – che, riferendosi alla partita Napoli – Atalanta, l’ha definita la “trasferta all’estero dei valorosi bergamaschi“.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole: c’est l’Italie in tutta la sua pochezza, piccolezza, meschinità, razzismo.

L’auspicio per l’anno nuovo, a questo punto, non può che essere quello di prendere esempio da un senegalese, un certo Kalidou Koulibaly, che a proposito della discriminazione territoriale ha detto “i cori contro i napoletani mi fanno male come quelli contro la gente di colore“.

Tra parentesi, quel senegalese è stato anche l’autore del primo gol agli scaligeri: chiamatela nemesi, contrappasso o, magari, karma. A meno che non vogliate addirittura vederci la mano di quel San Gennaro così inopportunamente chiamato in causa.

Insomma, consiglio a tutti di approfittare della sosta per prendersi una bella pausa di riflessione ed evitare che ogni maledetta domenica  del girone di ritorno invece di parlare di calcio si discuta di temi che nel 2018 dovrebbero essere definitivamente sdoganati.

Dall’Africa per oggi è tutto. Passo e chiudo.

Passione Insanapoli 41. Lettera a Babbo Natale.

Caro Babbo Natale, per quest’anno – e questa stagione calcistica – vorrei:

  1. un crociato bionico riutilizzabile e adattabile alle diverse altezze dei giocatori del Napoli, possibilmente non tatuato e non depilato, perché a un quarto trauma di questo tipo dubito che sopravviveremmo.
  2. Un corno formato gigante che Milik possa omaggiare ogni mattina prima degli allenamenti e che, all’occasione, possa fungere da falso nueve nel caso in cui Mertens si sentisse stanco.
  3. Che Hamsik segnasse subito il gol n.116 così lui si leva di dosso ‘sto confronto continuo con Maradona e i giornalisti possono tornare a parlare di calcio.
  4. Che nella partita di ritorno con la Juventus Higuain non segnasse ma si beccasse tre giornate di squalifica per comportamento antisportivo. Così, per nemesi storica.
  5. Che Federica Sciarelli ritrovasse Maksimovic.
  6. Che dopo la rovinosa prestazione con l’Udinese il procuratore di Giaccherini si facesse una domanda, si desse una risposta e soprattutto mettesse a dieta il suo assistito.
  7. Che De Laurentiis a gennaio comprasse non solo un Inglese ma, trovandosi, anche un Brasiliano, un Tedesco e, perché no, uno Spagnolo.
  8. La maglia autografata di uno a scelta tra i giocatori del Napoli tranne quella di Tonelli che sospetto non essere mai stata prodotta.
  9. Vincere lo scudetto. E qui lo so che forse non sei tu il destinatario giusto della richiesta ma devo rivolgermi direttamente più in alto.

P.S. a onor del vero il desiderio n.8 si è già realizzato (anche se qualcuno ha già provveduto ad impossessarsene come si intuisce dalla foto di copertina).

 

Passione Insanapoli 40. Allora diciamolo che siamo un po’ masochisti.

Ammettiamolo, dai, di essere un po’ masochisti.
Ma giusto un pò, eh.
Quel tanto che basta per non chiudere subito le ultime tre partite ma soffrire almeno fino al secondo tempo, far impennare le vendite degli ansiolitici e intasare il centralino del 118.

Con il Milan abbiamo dovuto attendere per ben due volte il responso del VAR.
Del resto, se non giochiamo sul filo del rasoio, o del fuorigioco, che gusto c’è?

Con lo Shakhtar la partita sembrava segnata già al quarantacinquesimo, per cui tutti a imprecare contro la scelta di Sarri di schierare Zielinski e Diawara a centrocampo, tutti a improvvisare lavagne tattiche da far invidia a Ciro Ferrara e a farneticare di schemi di gioco, che le nostre velleità di commissari tecnici sono state stroncate dalla perla di Insigne e dai successivi due gol.
Praticamente, la scorsa settimana, peggio di noi, improvvisati CT, ha fatto solo Ventura.

Con l’Udinese, poi, l’apoteosi: abbiamo dovuto addirittura assistere a un rigore miseramente sbagliato da Jorginho con, udite udite, successiva finalizzazione su rimpallo del portiere.

In totale fanno sei ulcere duodenali e quattro diverticoliti.
Che, per carità, possono pure valere il primo posto in classifica, ma insomma.

Per fortuna, a ripagarci di cotanta sofferenza,  arriva l’immagine di Lord Callejon che balla sotto gli spalti sulle note di “un giorno all’improvviso” e l’intervista rilasciata oggi da un Lorenzo Insigne versione Marchisio: i suoi “testa bassa e lavorare” ed “è il nostro lavoro, quindi niente alibi” oltre a farmi pensare che avesse urgente bisogno di un esorcista per far uscire il Principino dal suo corpo sono stati musica per le mie orecchie.
Vuoi vedere che, oltre a essere diventati cinici e a vincere le partite anche giocando male, stiamo addirittura acquisendo quella mentalità per cui non ci accontentiamo più solo della pacca sulla spalla?

A questo punto, che dire?

Io speriamo che me la cavo. Perché va bene arrivare primi, ma anche vivi e, possibilmente, senza gastriti fulminanti.

Altrimenti, come si festeggia poi?

Il Gambero Azzurro: breve guida semiseria per terroni affamati e nostalgici in terra longobarda

Massimo Troisi diceva che un napoletano non può viaggiare, può solamente emigrare.
Ecco, io più che emigrata mi sento esiliata.
Costretta mio malgrado al confino forzato in terra straniera, mi struggo nella nostalgia di Napoli.
E’ facile dire che non si vive di solo mare e sole oppure, alla meneghina, che “luntan de Napoli se moeur ma po’ i vegnen chi a Milan” ma capitemi: io sono di Posillipo e dalle mie finestre vedo Capri.
Perfino quando piove.
Ora per me il sole non tramonta più sui Campi Flegrei ma sulla Tangenziale Est.
E se questo non vi sembra un motivo sufficiente per morire di consunzione, vuol dire che non avete un animo romantico.

Ma questo non vuole essere un manuale di sopravvivenza per animi romantici confinati al Nord perché non avrei alcun consiglio da dare: il mare l’ho cercato ovunque senza trovarlo. Un orizzonte in cui perdermi, anche. Di lampare all’imbrunire, manco a parlarne.
In compenso, se vi piacciono i laterizi, questo è il paradiso terrestre.
Quindi, tant’è.
Ho preso atto che sarebbe stato molto più semplice dare due dritte a chi si consuma nel ricordo di un panzarotto, a chi si commuove alla sola vista dei friarielli, a chi vaga in una Milano torrida e spettrale di fine luglio alla vana ricerca di una pizza fritta.
Le coordinate culinarie sono importanti quasi quanto quelle bancarie al 30 del mese: basta un numero (civico o ABI) sbagliato per pregiudicare il buon esito dell’intera operazione.
E siccome Milano riesce nell’ardua impresa di precipitare da vette supreme di emancipazione e civiltà ad abissi di indicibile barbarie – perché, scusate, per voi cos’è condire con sale e olio la mozzarella? Oppure comprare pizza e kebab dallo stesso fornitore? O ancora chiamare il cornetto alla crema brioche? – diventa di vitale importanza sapersi orientare nei meandri della movida per sfuggire ad insulsi apericena e colmare i vuoti dell’anima e del colon con un degno fritto misto all’italiana.

Una piccola premessa è d’obbligo: se appartenete alla categoria di quelli che una volta trapiantati al Nord hanno deciso di rinnegare il Sud e non perdono occasione per criticarne il malcostume, la mancanza di infrastrutture, la carenza del sistema sanitario e ormai scendono a casa, di malavoglia, solo a Pasqua e Natale o addirittura hanno votato si al referendum indetto da Maroni a favore dell’autonomia delle regioni settentrionali, allora non continuate nella lettura.
Che poi, il dubbio rimane: meglio una metropolitana in orario oggi o una friggitoria sotto casa domani?
Stesso consiglio, di astenersi dal leggere il seguito, valga per coloro i quali invece di imparare l’inglese hanno preferito assimilare espressioni tipiche dell’idioma del luogo, per quanti si osano considerare mare quello di Jesolo nonostante vengano da Tropea o Sciacca e per quelli che dopo aver tifato una vita per la Salernitana hanno abbracciato ben altri colori (o non colori) per bieco opportunismo.
Insomma, escludendo i romantici che preferiscono il crepacuore al crocchè di patate e i meridionali che arrivano a imbruttirsi più dei milanesi stessi, questo vademecum è destinato a quanti anelano un giorno a guadare nuovamente il Rubicone e nel frattempo si ritagliano un angolo di casa in terra padana.
E, naturalmente, è indirizzato ai tanti settentrionali dotati di senso dell’umorismo e disposti ad assimilare, per osmosi, qualche sana abitudine terrona e una discreta quantità di grassi saturi.

***

La salute
E’ tutto, si sa.
Ebbene, in Lombardia disporrete di strutture all’avanguardia dalle quali, in una buona percentuale di casi, uscirete perfino vivi dopo una degenza.
Astenersi dalla Santa Rita, ovvio, a meno che non vogliate deliberatamente disfarvi di un polmone di troppo o di un rene che non sopportate più.
Eviterei anche le protesi all’anca, dato il recente scandalo sui “ femori marci”, ma per il resto siete in una botte di ferro.
Se poi aveste la fortuna, dopo appena un paio di lustri, di ottenere la tessera sanitaria della Lombardia, sareste autorizzati a festeggiare l’evento come una vincita al Superenalotto.
Al di là di qualche trascurabilissima mazzetta, alcune inchieste su appalti truccati (Maugeri docet) e un paio di decessi che rientrano nel normale calcolo delle probabilità, la sanità a Milano funziona.
Per cui, niente panico nell’ipotesi in cui decidiate di seguire le indicazioni dei paragrafi successivi: in Lombardia ci sono ottimi nefrologi specializzati in sovraccarico da grassi saturi e rinomati gastroenterologi stufi di interloquire solo con batteri salmonella a causa del dilagare del sushi e desiderosi di tornare alle origini, ossia alla frittura.

P.S.: vi dico già che per la sintesi della Vitamina D non c’è niente da fare, così come per il corretto funzionamento della tiroide.
Servirebbero, rispettivamente, il sole e il mare.
Con buona pace di chi dice che non si può vivere solo di quelli.

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La pizza
Importante quanto e più della salute e sicuramente più efficace del Supradyn per affrontare lo stress della vita quotidiana.
Ammessa anche dai no vax e sponsorizzata dall’Associazione Ginecologi Italiani perché in quei giorni se ti devi lanciare col paracadute per essere sicura di toccare terra più di un Lines ti serve una quattro stagioni.
Parliamo insomma di Lei, Sua Maestà La Pizza.
Mica una qualunque, quindi.
E non basta che sia DOC, DOP o Vera Pizza Italiana, perché una certificazione di qualità oggi non si nega a nessuno, ma ciò che davvero conta è il dato empirico.
E il dato empirico ci dimostra che l’unica pizza a Milano degna di questo nome è quella di Gino Sorbillo (Lievito Madre al Duomo).
Napoletana in tutto – ingredienti, cottura, dimensioni, lievitazione – tranne che nel prezzo (più milanese che partenopeo ma comunque sostenibile).
Sottilissima, debordante e super digeribile, è una delizia per gli occhi e il palato e vi ripagherà ampiamente delle due ore di attesa, aggirabili solo ad orari neanche milanesi ma direttamente goriziani (12.15 a pranzo e 19.15 a cena).
Autentica la salsiccia di Castelpoto che, occhieggiando dal la Pizza dell’Alleanza, sancisce definitivamente il patto scellerato tra te e la bilancia, strepitosi i pomodori gialli della pizza dedicata allo chef Massimo Bottura, agrodolce come il tuo rapporto con Milano, da ordinare l’Antica Margeritta se non altro per assistere all’immancabile scena di avventori autoctoni che fanno notare al cameriere la doppia di troppo e si sentono rispondere, guarda un po’, che è voluta.
E poi un tripudio di taralli, cicoli, crocchè, freselle, zizzone di Battipaglia (non parlo del personale) e ‘nduja variamente combinabili tra loro in base al valore attuale dei trigliceridi e all’umore del momento.
Un piccolo appunto: reintrodurrei, tra i dessert, il Ministeriale di Scaturchio, perché era proprio quella goccia di rhum nel cioccolato a garantire una perfetta digestione.
Largo Corsia dei Servi, 11

***
 

La pizza fritta
L’ubicazione in Via Agnello non è casuale: da zia Esterina Sorbillo sacrifichi sull’altare della pizza fritta tutti i buoni propositi per l’anno nuovo.
Devo aggiungere però che lo fai in compagnia delle altre 200 persone assiepate sul marciapiede nella spasmodica attesa che chiamino il loro numero.
Senso di colpa comune, mezzo gaudio.
Il gaudio diventa completo quando finalmente ti impossessi dell’agognato strumento di piacere e, seduto sulle panchine di piazza San Fedele o sugli scalini dell’omonima chiesa, ti addentri in un’esperienza sensoriale senza precedenti, al termine della quale il ricordo dei cicoli cancellerà anche quello del palato ustionato dalla ricotta.
Sette varianti, di cui una a sorpresa che non ho mai provato nel timore che, in ossequio alla città, possa trovarci dentro la cassoeula.
Ma la pizza fritta di Zia Esterina è soprattutto un test psicoattitudinale che ti chiama a cimentarti con alcune durissime prove volte ad attestare la tua idoneità a stare al mondo. Sonda, infatti, la tua resistenza di fronte a:

  • lo sguardo di sdegno degli avventori del dirimpettaio Juicy Bar che si trincerano dietro carotine e sedanini placidamente assisi su chaise longue di velluto mentre tu appoggiato al muro tenti di destreggiarti tra il ripieno provola e pomodoro e la camicia bianca immacolata;
  • la concorrenza spietata degli altri consumatori seriali. Gente rude, avvezza a passare sul cadavere di chiunque pur di raggiungere l’obiettivo. Mi è capitato di vedere una volta un rispettabile padre di famiglia organizzare una riffa sul proprio numero, il 34, nell’errata convinzione che avessero chiamato il 32 e, in un’altra occasione, la sosia di Diane Keaton sbrodolarsi latte di bufala sul tailleur nero di Armani;
  • la possibilità che non trovi posto a sedere nelle piazze limitrofe e sia costretto a consumare il fiero pasto sotto gli occhi dei frequentatori della vicina libreria Hoepli (gente che nutre lo spirito e non il corpo);
  • un’attesa estenuante, salvo presentarsi ad orari, appunto, goriziani.

Sappi che, superate queste prove, potresti essere arruolato nell’esercito o addirittura vincere un concorso in magistratura.
E poi, vuoi mettere la pizza fritta con il sopravvalutato panzerotto di Luini?
Via Agnello, 12

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Il tarallo ‘nzogna e pepe
E qui è dura davvero.
Perché c’è ancora chi mi chiede se esistano altri taralli oltre a quelli pugliesi.
E io ogni volta a spiegare che non solo esistono, ma sono quelli fatti di sugna – che, a nominarla, semina meno panico dell’olio di palma – pepe, mandorle e acqua di mare.
Eh si, altrimenti da cosa pensate possano prendere quel sapore divino?
Meno male che a Milano ha aperto Leopoldo, un autentico tarallaro partenopeo che li sforna caldi al momento, perché così abbiamo guadagnato qualche kg di spazio nel trolley.
Da Casa Infante potrete trovare anche uno spettacolare torrone dei morti (ovviamente il primo novembre) e ottimi gelati artigianali.
Via Torino, 48

 
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Il Gran Caffè
In un’epoca in cui non ci sono più carrozze, poltroncine di velluto, camerieri in livrea, guantiere di paste e non “ci si va più a sedere al caffè” ma al massimo a “prendere qualcosa al bar” il Gran Caffè Cimmino assolve alle molteplici funzioni di ristorante, pasticceria e bar.
Praticamente ci potresti passare una giornata.
Il giorno di San Giuseppe ci trovi un’ottima zeppola, il primo novembre vari tipi di torrone dei morti.
La zuppetta conserva il nome originario e non quello, milanesizzato, di “diplomatico”.
A pranzo ti consente una full immersion partenopea, grazie ai timballetti di pasta alla bechamel, il calzone ripieno, la pizza di scarola, la frittata di maccheroni, la parmigiana di melanzane, gli zucchini alla scapece.
Ottima la torta mimosa per festeggiare il compleanno e le mini paste cresciute che servono come aperitivo.
Aggiungo che alle sette del mattino puoi chiedere un cornetto crema e amarena senza correre il rischio che ti venga proposto quello Algida (episodio realmente accaduto in un bar del centro) o, peggio ancora, la versione artigianale del buondì Motta, oppure, in alternativa, orientarti su una graffe o una brioche col cappello.
Purtroppo dietro al bancone non troverai gli sfegatati tifosi del Napoli con i quali commentare la partita il lunedì mattina davanti a un caffè brasiliano, ma quella è una prerogativa del Gran Caffè Cimmino di Napoli che, del resto, tra i numerosi optional, vanta pure una vista a 360 gradi sul Golfo.
Ma, del resto, perché lamentarsi sempre? Anche in quello di Milano puoi sederti all’aperto e rimirare il lento progredire dei lavori della linea 4 della metropolitana.
Via Larga, 2

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Dolce & salato
Mergellina Bakery nasce come apecar ma, dato il successo, da nomade è divenuto stanziale.
L’offerta spazia dalla rosticceria alla pasticceria e contempla alcune autentiche rarità normalmente introvabili in terra padana: la parigina, il panino napoletano e il Fiocco di Neve di Poppella.
Tanto gli amanti del prosciutto e del salame che gli estimatori della panna troveranno qui un porto sicuro, disposto ad accoglierli, per di più, fino alle due di notte.
Hai visto mai che ti venisse una voglia incontrollabile di pizza salsiccia e friarielli durante una puntata de “I Bastardi di Pizzofalcone”?
E mica puoi sgranocchiare due patatine durante la partita Napoli – Juventus o colmare l’amarezza che ti lascia in bocca la “Cattura di Zagaria” con un’oliva ascolana.
Del resto, i napoletani lo sanno bene: in certi casi, il potere consolatorio di una frittata di maccheroni non ha eguali.
Viale Umbria, 44

 
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Il cioccolato
Gay Odin è un’istituzione a Napoli.
In origine era il tipico carretto antesignano degli apecar e dello street food moderno, poi, divenuto stanziale, ha preso casa in alcune delle vie più rappresentative della città.
Produce, fra l’altro, un tipo di cioccolato assolutamente unico: la foresta, fatta di scaglie che si sfaldano morbidamente ad ogni morso.
Il cacao di Gay Odin non è né completamente amaro né al latte: è il punto giusto di fondente, quello che mette d’accordo gli amanti dell’extranoir e i nostalgici della mucca Milka.
La trovi sotto forma di tronchetti, di varie dimensioni, oppure di uova di Pasqua.
Come se non bastasse, il negozio è un tripudio di frutti di mare di cioccolata, nudi liquorosi, nocciolosi e scorzette agli agrumi.
Una scelta che Godiva non vi garantirà mai.
Se dopo il tour gastronomico dei paragrafi precedenti, vi resta ancora uno spazio tra l’intestino e lo stomaco, provateli: ne vale la pena.
Oppure regalateli: il successo è assicurato e poi, si sa, un cioccolatino è per sempre.
Via San Giovanni sul Muro, 19

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 Una piccola precisazione a questo punto è d’obbligo per sfatare uno dei luoghi comuni sui meridionali più duri a morire e che sicuramente avrò mio malgrado contribuito ad alimentare con questo breve vademecum.
I napoletani non pensano solo a mangiare.
Semplicemente, in alcune cose siamo abituati bene – la bellezza della città, del clima e della squadra di calcio, il calore della gente, la bontà del cibo, il rapporto quasi ovunque conveniente tra qualità e prezzo – e sono quelle che ci compensano delle altre, mille, che non vanno.
Per questo le cerchiamo ovunque: per sentirci a casa anche in mezzo alla nebbia e agli ossibuchi.
A proposito, il prossimo manuale sarà dedicato a cotolette e risotti, perché sarà sicuramente vero che una frittura è per sempre, ma pure il colesterolo non scherza.

P.S. Un piccolo consiglio: se una domenica mattina vi ritrovaste a dedicare “Diticemcello vuje” al sugo usando il mestolo come microfono…beh, vuol dire che è ora di scendere a casa.

 

Passione Insanapoli 35. Dopo Napoli – Benevento.

La premessa d’obbligo è che, se c’è una squadra a cui non avrei mai voluto rifilare un 6-0, quella è il Benevento.

Contro lo strapotere delle strisciate settentrionali  un po’ di solidarietà campana non guasterebbe. Ma la dura legge del gol – Oddio, se arrivo a citare Max Pezzali sono messa davvero male- mette purtroppo in conto anche esiti tennistici contro gli avversari sbagliati.

E’ stata comunque una domenica singolare, caratterizzata da episodi surreali:

  1. la beatificazione in diretta tv di Dybala post tripletta al Sassuolo; pare che a Sky abbiano addirittura detto che “ha le stimmate del numero 10“: affermazione percepita come blasfema tanto dai credenti quanto dagli atei tifosi di Maradona;
  2. la definizione del palleggio del Napoli come “logorroico” da Massaro negli studi Premium: intendeva forse dire che il gioco di Sarri parla?
  3. il colpo di mano di Mertens che, dopo essersi preso il pallone per battere il rigore quando ancora i giocatori avversari cercavano di intimidire l’arbitro, nell’intervista di fine partita ammette di aver concesso a Jorginho di tirarlo una volta giusto perché c’erano la madre e la sorella allo stadio, ma “oggi no, non era possibile“. Da Ciro lo scugnizzo a Ciro l’Immortale (di Gomorra) il passo è stato breve ( e anche l’implacabilità sotto porta c’è tutta);
  4. la sospensione del silenzio stampa da parte del Napoli con conseguente intervista a Sarri che, dopo il biascicare indistinto di Gigi Delneri, è stato accolto dai giornalisti come un accademico della Crusca.

E poi, vabbè, fuori classifica c’è la soddisfazione di vedere El Lota Higuain avanzare a lunghe falcate sulla strada della perdita totale del controllo: di sé, con episodi di stizza sempre più frequenti ormai, e della propria panza che incide sempre più pesantemente sulla sua deambulazione in campo. Temo che abbia sottovalutato gli anatemi di un intero popolo, nonostante i precedenti non proprio rassicuranti di Strootman, Mazzarri & co.: avrebbe dovuto sapere che le streghe non abitano solo a Benevento.

Comunque la prestazione di oggi ci ha risollevato il morale: ora possiamo anche affrontare i deliri di Salvini a Pontida e i missili di Kim Jong-Un con maggiore consapevolezza nei nostri mezzi.

Hasta siempre, Comandante (Sarri)!

 

Passione Insanapoli 34. Si ricomincia.

Ebbene si. Si ricomincia.

Ho voluto aspettare la fine del calciomercato e i consueti shock che ci riserva, in genere, alle ore 23.55 del 31 agosto.

Scongiurare il rischio della nefasta profezia agostana di Celestino (di cui a http://openspace.name/2017/03/19/passione-insanapoli-25-la-profezia-celestino/ ), bloccando direttamente il mittente su whatsapp.

Far passare, già che c’ero, l’uragano Harvey e il lancio di quei quattro-cinque missili da parte della Corea del Nord che, comunque, avrebbero avuto effetti meno devastanti dell’eventuale addio di Reina.

Assistere allo shopping compulsivo del Milan chiedendomi nel frattempo se il Napoli avesse stipulato una cospicua polizza sulla vita di Hysaj che, a questo punto, diventa di primaria importanza.

Ho voluto, fondamentalmente, disintossicarmi dal calcio (e di conseguenza dallo Xanax) almeno per un po’, per poi riabituarmi gradualmente alla routine ed evitare il trauma da rientro.

Ovviamente con risultati fallimentari.

Le partite al cardiopalma con Atalanta e Bologna hanno miseramente stroncato ogni mia velleità in tal senso.

Dopo due primi tempi che lasciavano presagire il solito inizio zoppicante a suon di pareggi, che sarebbero stati poi oggetto di infiniti rimpianti e lacrime di coccodrillo a maggio, il Napoli ha ribaltato le sorti delle partite segnando a raffica, con un cinismo e una cattiveria che manco il Real Madrid a Cardiff (ooops).

Ieri sera, in particolare, per un attimo ho temuto che, sapendo del compleanno di Donadoni, i nostri avessero deciso di regalargli la partita, in un impeto di generosità francamente un po’ eccessivo.

Mi sono ulteriormente allarmata all’ennesimo fallo su Mertens di tal Helander, il cui nome per assonanza mi è sembrato tristemente profetico (“ne resterà uno solo: highlander, l’ultimo immortale”).

Ho cominciato a ricredermi quando Reina, con quella parata di petto, ha lanciato il chiaro messaggio “stasera non mi butta giù neanche l’uragano Irma”.

Alla fine contavo sul poker, lo ammetto.

Presuntuosa? No, soltanto cinica.