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Il Gambero Azzurro: breve guida semiseria per terroni affamati e nostalgici in terra longobarda

Massimo Troisi diceva che un napoletano non può viaggiare, può solamente emigrare.
Ecco, io più che emigrata mi sento esiliata.
Costretta mio malgrado al confino forzato in terra straniera, mi struggo nella nostalgia di Napoli.
E’ facile dire che non si vive di solo mare e sole oppure, alla meneghina, che “luntan de Napoli se moeur ma po’ i vegnen chi a Milan” ma capitemi: io sono di Posillipo e dalle mie finestre vedo Capri.
Perfino quando piove.
Ora per me il sole non tramonta più sui Campi Flegrei ma sulla Tangenziale Est.
E se questo non vi sembra un motivo sufficiente per morire di consunzione, vuol dire che non avete un animo romantico.

Ma questo non vuole essere un manuale di sopravvivenza per animi romantici confinati al Nord perché non avrei alcun consiglio da dare: il mare l’ho cercato ovunque senza trovarlo. Un orizzonte in cui perdermi, anche. Di lampare all’imbrunire, manco a parlarne.
In compenso, se vi piacciono i laterizi, questo è il paradiso terrestre.
Quindi, tant’è.
Ho preso atto che sarebbe stato molto più semplice dare due dritte a chi si consuma nel ricordo di un panzarotto, a chi si commuove alla sola vista dei friarielli, a chi vaga in una Milano torrida e spettrale di fine luglio alla vana ricerca di una pizza fritta.
Le coordinate culinarie sono importanti quasi quanto quelle bancarie al 30 del mese: basta un numero (civico o ABI) sbagliato per pregiudicare il buon esito dell’intera operazione.
E siccome Milano riesce nell’ardua impresa di precipitare da vette supreme di emancipazione e civiltà ad abissi di indicibile barbarie – perché, scusate, per voi cos’è condire con sale e olio la mozzarella? Oppure comprare pizza e kebab dallo stesso fornitore? O ancora chiamare il cornetto alla crema brioche? – diventa di vitale importanza sapersi orientare nei meandri della movida per sfuggire ad insulsi apericena e colmare i vuoti dell’anima e del colon con un degno fritto misto all’italiana.

Una piccola premessa è d’obbligo: se appartenete alla categoria di quelli che una volta trapiantati al Nord hanno deciso di rinnegare il Sud e non perdono occasione per criticarne il malcostume, la mancanza di infrastrutture, la carenza del sistema sanitario e ormai scendono a casa, di malavoglia, solo a Pasqua e Natale o addirittura hanno votato si al referendum indetto da Maroni a favore dell’autonomia delle regioni settentrionali, allora non continuate nella lettura.
Che poi, il dubbio rimane: meglio una metropolitana in orario oggi o una friggitoria sotto casa domani?
Stesso consiglio, di astenersi dal leggere il seguito, valga per coloro i quali invece di imparare l’inglese hanno preferito assimilare espressioni tipiche dell’idioma del luogo, per quanti si osano considerare mare quello di Jesolo nonostante vengano da Tropea o Sciacca e per quelli che dopo aver tifato una vita per la Salernitana hanno abbracciato ben altri colori (o non colori) per bieco opportunismo.
Insomma, escludendo i romantici che preferiscono il crepacuore al crocchè di patate e i meridionali che arrivano a imbruttirsi più dei milanesi stessi, questo vademecum è destinato a quanti anelano un giorno a guadare nuovamente il Rubicone e nel frattempo si ritagliano un angolo di casa in terra padana.
E, naturalmente, è indirizzato ai tanti settentrionali dotati di senso dell’umorismo e disposti ad assimilare, per osmosi, qualche sana abitudine terrona e una discreta quantità di grassi saturi.

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La salute
E’ tutto, si sa.
Ebbene, in Lombardia disporrete di strutture all’avanguardia dalle quali, in una buona percentuale di casi, uscirete perfino vivi dopo una degenza.
Astenersi dalla Santa Rita, ovvio, a meno che non vogliate deliberatamente disfarvi di un polmone di troppo o di un rene che non sopportate più.
Eviterei anche le protesi all’anca, dato il recente scandalo sui “ femori marci”, ma per il resto siete in una botte di ferro.
Se poi aveste la fortuna, dopo appena un paio di lustri, di ottenere la tessera sanitaria della Lombardia, sareste autorizzati a festeggiare l’evento come una vincita al Superenalotto.
Al di là di qualche trascurabilissima mazzetta, alcune inchieste su appalti truccati (Maugeri docet) e un paio di decessi che rientrano nel normale calcolo delle probabilità, la sanità a Milano funziona.
Per cui, niente panico nell’ipotesi in cui decidiate di seguire le indicazioni dei paragrafi successivi: in Lombardia ci sono ottimi nefrologi specializzati in sovraccarico da grassi saturi e rinomati gastroenterologi stufi di interloquire solo con batteri salmonella a causa del dilagare del sushi e desiderosi di tornare alle origini, ossia alla frittura.

P.S.: vi dico già che per la sintesi della Vitamina D non c’è niente da fare, così come per il corretto funzionamento della tiroide.
Servirebbero, rispettivamente, il sole e il mare.
Con buona pace di chi dice che non si può vivere solo di quelli.

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La pizza
Importante quanto e più della salute e sicuramente più efficace del Supradyn per affrontare lo stress della vita quotidiana.
Ammessa anche dai no vax e sponsorizzata dall’Associazione Ginecologi Italiani perché in quei giorni se ti devi lanciare col paracadute per essere sicura di toccare terra più di un Lines ti serve una quattro stagioni.
Parliamo insomma di Lei, Sua Maestà La Pizza.
Mica una qualunque, quindi.
E non basta che sia DOC, DOP o Vera Pizza Italiana, perché una certificazione di qualità oggi non si nega a nessuno, ma ciò che davvero conta è il dato empirico.
E il dato empirico ci dimostra che l’unica pizza a Milano degna di questo nome è quella di Gino Sorbillo (Lievito Madre al Duomo).
Napoletana in tutto – ingredienti, cottura, dimensioni, lievitazione – tranne che nel prezzo (più milanese che partenopeo ma comunque sostenibile).
Sottilissima, debordante e super digeribile, è una delizia per gli occhi e il palato e vi ripagherà ampiamente delle due ore di attesa, aggirabili solo ad orari neanche milanesi ma direttamente goriziani (12.15 a pranzo e 19.15 a cena).
Autentica la salsiccia di Castelpoto che, occhieggiando dal la Pizza dell’Alleanza, sancisce definitivamente il patto scellerato tra te e la bilancia, strepitosi i pomodori gialli della pizza dedicata allo chef Massimo Bottura, agrodolce come il tuo rapporto con Milano, da ordinare l’Antica Margeritta se non altro per assistere all’immancabile scena di avventori autoctoni che fanno notare al cameriere la doppia di troppo e si sentono rispondere, guarda un po’, che è voluta.
E poi un tripudio di taralli, cicoli, crocchè, freselle, zizzone di Battipaglia (non parlo del personale) e ‘nduja variamente combinabili tra loro in base al valore attuale dei trigliceridi e all’umore del momento.
Un piccolo appunto: reintrodurrei, tra i dessert, il Ministeriale di Scaturchio, perché era proprio quella goccia di rhum nel cioccolato a garantire una perfetta digestione.
Largo Corsia dei Servi, 11

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La pizza fritta
L’ubicazione in Via Agnello non è casuale: da zia Esterina Sorbillo sacrifichi sull’altare della pizza fritta tutti i buoni propositi per l’anno nuovo.
Devo aggiungere però che lo fai in compagnia delle altre 200 persone assiepate sul marciapiede nella spasmodica attesa che chiamino il loro numero.
Senso di colpa comune, mezzo gaudio.
Il gaudio diventa completo quando finalmente ti impossessi dell’agognato strumento di piacere e, seduto sulle panchine di piazza San Fedele o sugli scalini dell’omonima chiesa, ti addentri in un’esperienza sensoriale senza precedenti, al termine della quale il ricordo dei cicoli cancellerà anche quello del palato ustionato dalla ricotta.
Sette varianti, di cui una a sorpresa che non ho mai provato nel timore che, in ossequio alla città, possa trovarci dentro la cassoeula.
Ma la pizza fritta di Zia Esterina è soprattutto un test psicoattitudinale che ti chiama a cimentarti con alcune durissime prove volte ad attestare la tua idoneità a stare al mondo. Sonda, infatti, la tua resistenza di fronte a:

  • lo sguardo di sdegno degli avventori del dirimpettaio Juicy Bar che si trincerano dietro carotine e sedanini placidamente assisi su chaise longue di velluto mentre tu appoggiato al muro tenti di destreggiarti tra il ripieno provola e pomodoro e la camicia bianca immacolata;
  • la concorrenza spietata degli altri consumatori seriali. Gente rude, avvezza a passare sul cadavere di chiunque pur di raggiungere l’obiettivo. Mi è capitato di vedere una volta un rispettabile padre di famiglia organizzare una riffa sul proprio numero, il 34, nell’errata convinzione che avessero chiamato il 32 e, in un’altra occasione, la sosia di Diane Keaton sbrodolarsi latte di bufala sul tailleur nero di Armani;
  • la possibilità che non trovi posto a sedere nelle piazze limitrofe e sia costretto a consumare il fiero pasto sotto gli occhi dei frequentatori della vicina libreria Hoepli (gente che nutre lo spirito e non il corpo);
  • un’attesa estenuante, salvo presentarsi ad orari, appunto, goriziani.

Sappi che, superate queste prove, potresti essere arruolato nell’esercito o addirittura vincere un concorso in magistratura.
E poi, vuoi mettere la pizza fritta con il sopravvalutato panzerotto di Luini?
Via Agnello, 12

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Il tarallo ‘nzogna e pepe
E qui è dura davvero.
Perché c’è ancora chi mi chiede se esistano altri taralli oltre a quelli pugliesi.
E io ogni volta a spiegare che non solo esistono, ma sono quelli fatti di sugna – che, a nominarla, semina meno panico dell’olio di palma – pepe, mandorle e acqua di mare.
Eh si, altrimenti da cosa pensate possano prendere quel sapore divino?
Meno male che a Milano ha aperto Leopoldo, un autentico tarallaro partenopeo che li sforna caldi al momento, perché così abbiamo guadagnato qualche kg di spazio nel trolley.
Da Casa Infante potrete trovare anche uno spettacolare torrone dei morti (ovviamente il primo novembre) e ottimi gelati artigianali.
Via Torino, 48

 
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Il Gran Caffè
In un’epoca in cui non ci sono più carrozze, poltroncine di velluto, camerieri in livrea, guantiere di paste e non “ci si va più a sedere al caffè” ma al massimo a “prendere qualcosa al bar” il Gran Caffè Cimmino assolve alle molteplici funzioni di ristorante, pasticceria e bar.
Praticamente ci potresti passare una giornata.
Il giorno di San Giuseppe ci trovi un’ottima zeppola, il primo novembre vari tipi di torrone dei morti.
La zuppetta conserva il nome originario e non quello, milanesizzato, di “diplomatico”.
A pranzo ti consente una full immersion partenopea, grazie ai timballetti di pasta alla bechamel, il calzone ripieno, la pizza di scarola, la frittata di maccheroni, la parmigiana di melanzane, gli zucchini alla scapece.
Ottima la torta mimosa per festeggiare il compleanno e le mini paste cresciute che servono come aperitivo.
Aggiungo che alle sette del mattino puoi chiedere un cornetto crema e amarena senza correre il rischio che ti venga proposto quello Algida (episodio realmente accaduto in un bar del centro) o, peggio ancora, la versione artigianale del buondì Motta, oppure, in alternativa, orientarti su una graffe o una brioche col cappello.
Purtroppo dietro al bancone non troverai gli sfegatati tifosi del Napoli con i quali commentare la partita il lunedì mattina davanti a un caffè brasiliano, ma quella è una prerogativa del Gran Caffè Cimmino di Napoli che, del resto, tra i numerosi optional, vanta pure una vista a 360 gradi sul Golfo.
Ma, del resto, perché lamentarsi sempre? Anche in quello di Milano puoi sederti all’aperto e rimirare il lento progredire dei lavori della linea 4 della metropolitana.
Via Larga, 2

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Dolce & salato
Mergellina Bakery nasce come apecar ma, dato il successo, da nomade è divenuto stanziale.
L’offerta spazia dalla rosticceria alla pasticceria e contempla alcune autentiche rarità normalmente introvabili in terra padana: la parigina, il panino napoletano e il Fiocco di Neve di Poppella.
Tanto gli amanti del prosciutto e del salame che gli estimatori della panna troveranno qui un porto sicuro, disposto ad accoglierli, per di più, fino alle due di notte.
Hai visto mai che ti venisse una voglia incontrollabile di pizza salsiccia e friarielli durante una puntata de “I Bastardi di Pizzofalcone”?
E mica puoi sgranocchiare due patatine durante la partita Napoli – Juventus o colmare l’amarezza che ti lascia in bocca la “Cattura di Zagaria” con un’oliva ascolana.
Del resto, i napoletani lo sanno bene: in certi casi, il potere consolatorio di una frittata di maccheroni non ha eguali.
Viale Umbria, 44

 
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Il cioccolato
Gay Odin è un’istituzione a Napoli.
In origine era il tipico carretto antesignano degli apecar e dello street food moderno, poi, divenuto stanziale, ha preso casa in alcune delle vie più rappresentative della città.
Produce, fra l’altro, un tipo di cioccolato assolutamente unico: la foresta, fatta di scaglie che si sfaldano morbidamente ad ogni morso.
Il cacao di Gay Odin non è né completamente amaro né al latte: è il punto giusto di fondente, quello che mette d’accordo gli amanti dell’extranoir e i nostalgici della mucca Milka.
La trovi sotto forma di tronchetti, di varie dimensioni, oppure di uova di Pasqua.
Come se non bastasse, il negozio è un tripudio di frutti di mare di cioccolata, nudi liquorosi, nocciolosi e scorzette agli agrumi.
Una scelta che Godiva non vi garantirà mai.
Se dopo il tour gastronomico dei paragrafi precedenti, vi resta ancora uno spazio tra l’intestino e lo stomaco, provateli: ne vale la pena.
Oppure regalateli: il successo è assicurato e poi, si sa, un cioccolatino è per sempre.
Via San Giovanni sul Muro, 19

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 Una piccola precisazione a questo punto è d’obbligo per sfatare uno dei luoghi comuni sui meridionali più duri a morire e che sicuramente avrò mio malgrado contribuito ad alimentare con questo breve vademecum.
I napoletani non pensano solo a mangiare.
Semplicemente, in alcune cose siamo abituati bene – la bellezza della città, del clima e della squadra di calcio, il calore della gente, la bontà del cibo, il rapporto quasi ovunque conveniente tra qualità e prezzo – e sono quelle che ci compensano delle altre, mille, che non vanno.
Per questo le cerchiamo ovunque: per sentirci a casa anche in mezzo alla nebbia e agli ossibuchi.
A proposito, il prossimo manuale sarà dedicato a cotolette e risotti, perché sarà sicuramente vero che una frittura è per sempre, ma pure il colesterolo non scherza.

P.S. Un piccolo consiglio: se una domenica mattina vi ritrovaste a dedicare “Diticemcello vuje” al sugo usando il mestolo come microfono…beh, vuol dire che è ora di scendere a casa.

 

Passione Insanapoli 35. Dopo Napoli – Benevento.

La premessa d’obbligo è che, se c’è una squadra a cui non avrei mai voluto rifilare un 6-0, quella è il Benevento.

Contro lo strapotere delle strisciate settentrionali  un po’ di solidarietà campana non guasterebbe. Ma la dura legge del gol – Oddio, se arrivo a citare Max Pezzali sono messa davvero male- mette purtroppo in conto anche esiti tennistici contro gli avversari sbagliati.

E’ stata comunque una domenica singolare, caratterizzata da episodi surreali:

  1. la beatificazione in diretta tv di Dybala post tripletta al Sassuolo; pare che a Sky abbiano addirittura detto che “ha le stimmate del numero 10“: affermazione percepita come blasfema tanto dai credenti quanto dagli atei tifosi di Maradona;
  2. la definizione del palleggio del Napoli come “logorroico” da Massaro negli studi Premium: intendeva forse dire che il gioco di Sarri parla?
  3. il colpo di mano di Mertens che, dopo essersi preso il pallone per battere il rigore quando ancora i giocatori avversari cercavano di intimidire l’arbitro, nell’intervista di fine partita ammette di aver concesso a Jorginho di tirarlo una volta giusto perché c’erano la madre e la sorella allo stadio, ma “oggi no, non era possibile“. Da Ciro lo scugnizzo a Ciro l’Immortale (di Gomorra) il passo è stato breve ( e anche l’implacabilità sotto porta c’è tutta);
  4. la sospensione del silenzio stampa da parte del Napoli con conseguente intervista a Sarri che, dopo il biascicare indistinto di Gigi Delneri, è stato accolto dai giornalisti come un accademico della Crusca.

E poi, vabbè, fuori classifica c’è la soddisfazione di vedere El Lota Higuain avanzare a lunghe falcate sulla strada della perdita totale del controllo: di sé, con episodi di stizza sempre più frequenti ormai, e della propria panza che incide sempre più pesantemente sulla sua deambulazione in campo. Temo che abbia sottovalutato gli anatemi di un intero popolo, nonostante i precedenti non proprio rassicuranti di Strootman, Mazzarri & co.: avrebbe dovuto sapere che le streghe non abitano solo a Benevento.

Comunque la prestazione di oggi ci ha risollevato il morale: ora possiamo anche affrontare i deliri di Salvini a Pontida e i missili di Kim Jong-Un con maggiore consapevolezza nei nostri mezzi.

Hasta siempre, Comandante (Sarri)!

 

Passione Insanapoli 34. Si ricomincia.

Ebbene si. Si ricomincia.

Ho voluto aspettare la fine del calciomercato e i consueti shock che ci riserva, in genere, alle ore 23.55 del 31 agosto.

Scongiurare il rischio della nefasta profezia agostana di Celestino (di cui a http://openspace.name/2017/03/19/passione-insanapoli-25-la-profezia-celestino/ ), bloccando direttamente il mittente su whatsapp.

Far passare, già che c’ero, l’uragano Harvey e il lancio di quei quattro-cinque missili da parte della Corea del Nord che, comunque, avrebbero avuto effetti meno devastanti dell’eventuale addio di Reina.

Assistere allo shopping compulsivo del Milan chiedendomi nel frattempo se il Napoli avesse stipulato una cospicua polizza sulla vita di Hysaj che, a questo punto, diventa di primaria importanza.

Ho voluto, fondamentalmente, disintossicarmi dal calcio (e di conseguenza dallo Xanax) almeno per un po’, per poi riabituarmi gradualmente alla routine ed evitare il trauma da rientro.

Ovviamente con risultati fallimentari.

Le partite al cardiopalma con Atalanta e Bologna hanno miseramente stroncato ogni mia velleità in tal senso.

Dopo due primi tempi che lasciavano presagire il solito inizio zoppicante a suon di pareggi, che sarebbero stati poi oggetto di infiniti rimpianti e lacrime di coccodrillo a maggio, il Napoli ha ribaltato le sorti delle partite segnando a raffica, con un cinismo e una cattiveria che manco il Real Madrid a Cardiff (ooops).

Ieri sera, in particolare, per un attimo ho temuto che, sapendo del compleanno di Donadoni, i nostri avessero deciso di regalargli la partita, in un impeto di generosità francamente un po’ eccessivo.

Mi sono ulteriormente allarmata all’ennesimo fallo su Mertens di tal Helander, il cui nome per assonanza mi è sembrato tristemente profetico (“ne resterà uno solo: highlander, l’ultimo immortale”).

Ho cominciato a ricredermi quando Reina, con quella parata di petto, ha lanciato il chiaro messaggio “stasera non mi butta giù neanche l’uragano Irma”.

Alla fine contavo sul poker, lo ammetto.

Presuntuosa? No, soltanto cinica.

Passione Insanapoli 33. L’ultima cena?

Cominciamo subito col dire che l’auspicio del 18 maggio (per il quale si veda http://openspace.name/2017/05/18/passione-insanapoli-32/) di trascorrere un’estate tranquilla, senza colpi di testa e di mercato, è già stato clamorosamente disatteso.

Neanche il tempo di illuderci che l’unico problema da qui al 31 agosto sarebbe stata la prova costume, accantonando tutte le ansie da calciomercato con i rinnovi di Mertens e Insigne, che De Laurentiis ha provocato un incidente diplomatico, pare insanabile, con Reina.

Ora, io non so come siano andate esattamente le cose, ma pare che il Presidente si sia complimentato con tutti i giocatori e, con riserva, con l’Ommità, cui avrebbe imputato alcune distrazioni dentro e fuori dal campo.

La “simpatica” tirata d’orecchie – che possiamo immaginare esilarante come le battute di Salvini sugli immigrati – ha scatenato la furia di Yolanda, fumantina consorte di Pepe, e la reazione sdegnata di entrambi i coniugi sui social network.

Morale della favola: mentre prima cercavamo il secondo di Reina, adesso rischiamo direttamente di perdere il portiere titolare. Oltre che il sindacalista della squadra. E quello che più di tutti “fa spogliatoio” qualunque cosa ciò significhi. E il testimonial di Intimissimi nel pre-partita (il che, più di ogni altra considerazione, getterà nello sconforto i tre quarti della popolazione femminile partenopea).

Io spero che davvero De Laurentiis rinsavisca e faccia pubblica ammenda, nonostante sia consapevole che è più facile che Trump accolga una delegazione di messicani alla Casa Bianca e che Kim Jong Un vinca il Premio Nobel per la Pace.

Ma finchè non si riferirà a Pepe come al “Signor Reina” – preludio a tutti gli ultimi, dolorosissimi, addii – la speranza di una riconciliazione non morirà.

Il problema è che si preannuncia la solita, inevitabile, estate di passione all’insegna del “resta o non resta”? “Torna in Germania, dove pare sia già molto richiesto”? “E, se tornasse in Germania, la squadra si spaccherebbe nuovamente”? “Albiol e Koulibaly, privi del puparo che muoveva i fili della difesa, cederanno agli assalti di Conte & co?” “Sarri prenderà le sue difese inasprendo ancora di più il rapporto con il patron”?

Insomma, il consueto tourbillon di previsioni nefaste, pareri non richiesti, opinioni non qualificate, scommesse clandestine, spoiler infondati, speculazioni varie e psicosi collettiva imperante.

Allo scoccare del 1 giugno, tre cose sono sicure per me: gli stupri di gruppo operati dalle zanzare milanesi, l’attesa spasmodica e fantozziana delle ferie d’agosto e le tarantelle del calciomercato del Napoli.

Stavo addirittura pensando di disdire la prenotazione in Madagascar e restare qui a presidiare la situazione e a soffrire, per evitare di essere raggiunta sul più bello da una ferale notizia che vanifichi in un nanosecondo gli effetti benefici del paradiso malgascio.

Poi ho pensato che qui mancheranno i lemuri ma non certo macachi e scimpanzé, per cui tutto sommato meglio affogare l’eventuale dispiacere nelle acque cristalline dell’Oceano Indiano piuttosto che in quelle del litorale domizio.

Dopotutto, come diceva Marilyn, se proprio si deve piangere, meglio farlo in una limousine, no?

Passione Insanapoli 32. Si prospetta un’estate tranquilla?

Ma se davvero dopo Insigne anche Mertens ha firmato il rinnovo, stai a vedere che passiamo un’estate tranquilla?

Anzi, mi sbilancio: che possiamo addirittura seguire il calciomercato estivo esibendo il pacato distacco di un giocatore, che so, della Juventus?

No, vabbè, in effetti il paragone con la Juventus è improprio, perché non ce lo vedo Giuntoli brigare per far fare le visite mediche in notturna in una clinica madrilena al mister 94 milioni di turno. E pure se lo facesse, non lo verrei mai a sapere perché non ho la più pallida idea di che faccia abbia Giuntoli, non avendo mai avuto il bene di vederlo in video. Più che assunto, è stato sequestrato da De Laurentiis. Sospetto che perfino Natasha Kampush avesse più libertà di movimento.

Però potremmo essere tranquilli come un giocatore della Roma. Neanche, perché il nostro Totti (Marekiaro) ci ha giurato amore eterno già da qualche anno e il nostro belga napoletano (Ciro) rispetto al loro (Nainggolan)sembra il Re Filippo.

Allora come un giocatore del Milan. Eh no, perché non c’è nessun closing cinese all’orizzonte, ma il nostro Presidente si tiene ben stretta la gallina dalle uova d’oro ora che i cinepanettoni non se la passano troppo bene.

Almeno come un giocatore dell’Inter. Ehm.

Lo sapevo. Sono talmente disabituata all’idea di non dover trascorrere un’estate con il patema d’animo di vederci portare via i gioielli di famiglia che devo per forza trovare un termine di paragone in grado di rendere credibile quello che, in realtà, è inverosimile.

Certo, per fissare la consueta cena agostana con Celestino (si veda http://openspace.name/2017/03/19/passione-insanapoli-25-la-profezia-celestino/ ) con annessa nefasta profezia dovrò aspettare che l’assalto di Conte a Koulibaly venga respinto in modalità Kill Bill e che il Comandante Sarri rettifichi quanto asserito sulla volontà di arricchirsi, ma una volta tanto tutto farebbe propendere per un blando, misurato ottimismo.

Ed  è proprio questo che stona. Le parole Napoli e ottimismo sono un ossimoro. Allora meglio parlare di sana incoscienza? La stessa che ci ha portato a schiantarci innumerevoli volte nell’erronea convinzione che “una cosa così no, non è possibile, non accadrà mai”. E invece puntualmente accadeva.

Ok, allora bando sia all’ottimismo che all’incoscienza.

Siamo, come sempre, fatalisti e affidiamoci al destino o alla Dea Bendata.

Magari però, nel farlo, mettiamoci una maglia a strisce bianche e nere. Nel dubbio, non si sa mai.

Passione Insanapoli 28. Il talento non paga (quasi) mai.

 

Le ultime partite ci hanno dimostrato che, nel calcio come nella vita, il talento non paga (quasi) mai. Non in questo Paese (e in questo campionato), almeno, che premia i cinici, i furbi e i raccomandati. Ai bravi e virtuosi spetta, inevitabilmente, la pacca sulla spalla e il cucchiaio di legno.

Prendiamo la Juventus. Ha, furbescamente, fatto catenaccio con il Napoli in campionato, riuscendo a pareggiare al San Paolo e conservando le energie per la Champion’s League. Ha, immeritatamente, vinto in Coppa Italia grazie all’arbitraggio scandaloso della partita di andata che le ha permesso di perdere 3-2 e passare comunque. E siccome la fortuna, ormai è evidente, non aiuta gli audaci, ha pure incontrato il peggior Barcellona degli ultimi anni: tiri alle stelle che manco Inler, passaggi sbagliati che nemmeno il Napoli di Aronica e Britos, Messi che ciondolava imbelle sul campo, Suarez che per l’occasione ha “stretto i denti” e non per modo di dire, l’allenatore già pronto per una nuova avventura e i compagni di squadra che manco si guardavano in faccia.

E te pareva.

Senza nulla togliere, ovviamente, alla bellezza dei gol di Dybala e della parata di Buffon, che però contro un’altra squadra (che so, il Real Madrid n.d.r.) non so se avrebbero goduto dello stesso fulgore.

Prendiamo, poi, il Napoli. Ha giocato (e fatto divertire) nelle due partite contro la Juventus, in cui avrebbe strameritato di vincere e passare il turno di Coppa Italia, rimediando solo le lodi sperticate dei commentatori sportivi, tristemente evocative della pacca sulla spalla che ci viene rifilata sul lavoro ogni volta che osiamo chiedere un aumento di stipendio.

Insomma, zero tituli.

Perché, nel calcio come nella vita, ci sono quelli “da pacca” e “quelli da bonus”.

I primi, in genere, sono bravi, affidabili, talentuosi ma non sanno o non vogliono arruffianarsi il capo. Non amano le scorciatoie, preferiscono il merito alla raccomandazione. I secondi, invece, grazie ad un’abile opera di servaggio e a qualche santo (o arbitro) in Paradiso, ottengono il massimo risultato con il minimo sforzo, spesso anche immeritatamente. E, dopo aver intascato il ricco bonus, deridono i primi, usando espressioni tipo “per il divertimento esiste il circo”.

Ecco. A me i primi sembrano terribilmente somiglianti al Napoli e i secondi alla Juventus.

Oddio. Sarà forse per questo che il ministro Poletti ha invitato i giovani a giocare a calcetto piuttosto che a mandare curricula?

Passione Insanapoli 25. La profezia di Celestino.

Parafrasando Claudio Amendola (precipitato nella mia stima da quando si è messo a fare pubblicità al gioco d’azzardo), io non sono membro della più grande comunità di scommettitori on line del mondo, ma faccio parte, in compenso, della più piccola comunità di pessimisti che la storia ricordi.

Un mio caro amico ogni anno, in una notte di fine estate, là dove il mare luccica e tira forte il vento davanti a uno spaghetto con le vongole e al Golfo di Sorrento (in un’atmosfera, quindi, che già di per sé dovrebbe evocare solo pensieri positivi) effettua quella che io chiamo “La profezia di Celestino”.

Preciso di non aver mai letto il libro, ma il titolo mi sembra perfetto per descrivere l’ineluttabilità di un dramma che, puntualmente, si consuma.

I primi spaghetti filano infatti lisci, tra amenità varie e considerazioni semiserie sulla stagione calcistica che ci attende.

In genere, trattandosi di fine agosto, il lutto per la cessione del capocannoniere in carica e del miglior giovane di prospettiva della squadra è stato più o meno elaborato e ci ritroviamo a fare i conti al massimo con gli strascichi di amarezza e delusione che una politica incentrata sulle clausole rescissorie inevitabilmente lascia dietro di sé.

A volte siamo addirittura galvanizzati dai rimpiazzi, come è avvenuto l’anno in cui Quagliarella è stato sostituito da Cavani e, ancora di più, quando Cavani è stato sostituito da Higuain.

Insomma, sono gli ultimi scampoli d’estate, siamo distesi e abbronzati, pieni di progetti per l’anno che sta per cominciare – perché, non importa da quanto tempo tu abbia terminato gli studi, l’anno è sempre, rigorosamente, accademico e inizia da settembre – io sto per intingere un ragguardevole pezzo di pane cafone nel sauté  e osservo nostalgica le lampare all’orizzonte, quando lui con studiato sadismo pronuncia la fatidica frase “quest’anno con il Napoli ci divertiremo molto, ma non vinceremo niente“.

Come rovinare non una cena e neanche una serata, ma un’intera estate in un attimo.

Non pago, lo scellerato Nostradamus si lancia in un’articolata analisi dei motivi per i quali quello alle porte “non è mai l’anno buono”.

Devo confessare che, dopo i primi, deboli tentativi di obiettare alle sue argomentazioni, dopo un po’ la mia mente comincia a vagare e, ricordando che ogni anno ha sempre nefastamente fatto centro, inizia a ripetere come un mantra “l’ha detto anche quest’anno, l’ha detto anche quest’anno, l’ha detto anche quest’anno…” .

Manco a dire che una soluzione potrebbe essere quella che di abolire la cena agostana, perché la profezia si fa largo a spallate tra messaggi, telefonate, post e addirittura sogni premonitori a volte.

Per dare un’idea della potenza delle sue previsioni, dico solo che quest’anno aveva anticipato l’esonero di Ranieri quando ancora era considerato il Re d’Inghilterra. Ho fondato motivo di ritenere che ci abbia anche speculato su, il piccolo sciacallo.

Purtroppo non è l’unico, tra le persone a me vicine, caratterizzato da un simile contagioso ottimismo.

Mia madre, infatti, alla vigilia di ogni partita, annuncia che “Sarri è molto pessimista” (lui!!!) e che la squadra da affrontare è sempre “la più insidiosa del campionato” oppure “la peggiore che potessimo incontrare” nel particolare momento in cui la incontriamo o, ancora, che “non abbiamo mai vinto sul campo dell’Empoli” e che “l’Atalanta ha solo tre punti meno di noi“.

Per non parlare del “rischio che i giocatori sottovalutino gli avversari” o “prendano sottogamba la partita” sempre dietro l’angolo.

E “la depressione per essere usciti dalla Champion’s League” dove la mettiamo? E “il jet lag (il più lungo della storia) di Koulibaly dopo la Coppa D’Africa”?

Non parliamo poi dell'”età media troppo acerba” e dell'”assenza di un grande vecchio capace di fare spogliatoio” oltre che della “testa già alle nazionali”.

Tutti motivi non semplicemente suscettibili di inficiare il risultato, bensì cause certe di  una ignominiosa sconfitta.

Per fortuna che le sue profezie in genere non si avverano ma, addirittura, a volte portano bene, tanto da meritare di essere ascritte al campo della scaramanzia.

Oggi, per esempio, aveva previsto una disastrosa debacle – perché, appunto, Sarri era molto pessimista e non avevamo mai vinto sul campo dell’Empoli – e invece ci stiamo gustando tre zeppole di San Giuseppe con particolare soddisfazione (anche perché stavano per scipparcele presentandoci un Maccarone).

E non ho ancora sentito Celestino, oggi.

Passione Insanapoli 21. Lacrime di coccodrillo e lacrime di Quagliarella.

E’ tempo di riabilitazioni.

Dopo aver rivalutato Cavani e addirittura implorato per averlo di nuovo a Napoli, sono bastate le lacrime di Quagliarella per scatenare le nostre, di coccodrillo, per il trattamento riservato al Fabio oggetto di stalking.

Ancora un po’ e il 2 aprile accoglieremo Higuain con un lancio di petali di rose.

Dopodiché busseranno alla porta Altafini, Mazzarri e Yanina Screpante (fidanzata di Lavezzi) che con i partenopei hanno ancora un conto aperto.

Perché noi napoletani non siamo equilibrati in niente, figuriamoci nella gestione delle emozioni.

Basta che ci lancino anche solo una mezza carota per farci dimenticare tutte le bastonate prese. E, anche quando perdoniamo, non lo facciamo nel chiuso della nostra anima e della nostra casa, ma privilegiamo il gesto plateale.

Siccome scontiamo un senso di colpa atavico, l’espiazione deve essere pubblica che più pubblica non si può.

Non mi stupirei, quindi, se, dopo aver saputo che Bonucci per scusarsi con Allegri ha offerto una cena a tutta la squadra, decidessimo di farci perdonare da Quagliarella pagandogli una settimana in un villaggio vacanze.

Nel caso in cui l’irreparabile accada e venga aperta la colletta, suggerirei di investire i soldi raccolti in una seduta collettiva dal Crepet di turno. Così, tanto per imparare ad amare (e odiare) in modo normale.

Passione Insanapoli 8. Lettera a Babbo Natale (o ad Abramovich, tanto è uguale)

La buona notizia di oggi è che giochiamo solo lunedì. Abbiamo, quindi, tutto il tempo di metabolizzare la soporifera prestazione con la Dinamo Kiev e andare al cinema domani sera.

Detto questo, oggi vorrei dedicarmi a due appelli. Il primo è che qualcuno, a Torino, lanci un salvagente ad Higuain nel caso non sappia nuotare. Ipotesi neanche troppo remota considerando la dimestichezza con i tuffi esibita appena arrivato a Napoli (quando, per la cronaca, si schiantò su uno scoglio di Capri alla presenza di un basito Paolo Cannavaro).

Il secondo è rivolto direttamente a uno a scelta tra un emiro, un oligarca russo e un paperone cinese perché facciano a De Laurentiis un’offerta che non possa rifiutare.

Al diavolo il protezionismo e il campanilismo, il nazionalismo e lo sciovinismo, io bramo un presidente che compri Cavani così che anche i piccoli Bautista e Lucas si sentano meno soli, Lewandoski per facilitare il rientro di Milik almeno sotto il profilo linguistico, Zaza per vendicarci del gol realizzato a tradimento l’anno scorso facendolo ammuffire in panchina, Suarez per dare il morso fatale a Higuain, Lahm per convincere Hysaj che non è ancora pronto per il Real Madrid, Neuer così Reina può dedicarsi a tempo pieno alla campagna di Intimissimi con somma gioia delle tifose napoletane (e non solo) e Guardiola come secondo di Sarri.

Aspetto suggerimenti per la difesa prima di inviare la lettera a Babbo Natale.

Passione Insanapoli 2. Venerdì aspettando Udinese – Napoli.

Venerdì.

Intanto ho superato la notte nonostante le dichiarazioni del procuratore di Hysaj e questa già mi sembra una buona notizia.

Che poi, uno dice Raiola, ma la verità è che i procuratori di alcuni giocatori del Napoli sono quanto di peggio.

I loro assistiti approdano come dei miracolati all’ombra del Vesuvio, dopo un’adolescenza trascorsa su oscuri campetti ghanesi o ucraini, trovano un allenatore che, grazie al proprio gioco, riuscirebbe a far sembrare Iniesta pure me e, dopo un’unica (!!!) stagione ad alti livelli, cominciano a urlare ai quattro venti di essere pronti per il Real Madrid.

In genere festeggiano i diciotto anni alla dodicesima di campionato. Roba che manco il Silvio dei tempi d’oro aveva tante minorenni al bunga-bunga.

Hanno più tatuaggi che peli ma “si sentono pronti per il Real Madrid”.

Meno male che c’è Hamsik che continua a giurare imperituro amore e Reina che si fa fotografare in mutande nel prepartita, sennò il morale sprofonderebbe sotto i tacchetti e manco il consueto tiro alle stelle di Allan riuscirebbe a risollevarlo.