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Passione Insanapoli 49. Juve – Napoli: 2,48 metri sopra il cielo.

Ci sono momenti che danno un senso, improvvisamente, a tutto.
Quelli per i quali vale la pena perdere anni di vita.
Quelli che solo vivendoli ti accorgi di averli aspettati da sempre.
Quelli che ti ripagano di delusioni, frustrazioni e sofferenze.
Quelli che pur durando una manciata di secondi hanno il carattere dell’eternità.
Quelli che a posteriori non cambieresti una virgola perché sono perfetti così come sono.

Ieri sera, alle 22.32, si è verificato un momento così.

Quando Kalidou Koulibaly, librandosi in volo con la leggerezza di un’allodola a dispetto dei 195 cm di altezza e i 90 kg di peso, ha trafitto Buffon con un tiro che aveva la rabbia per tutti gli affronti subiti da tifoserie becere e cori razzisti, la frustrazione per 90 minuti di pressing disperato e vano, la volontà feroce di risarcire i tremila che lo avevano accompagnato a Capodichino e i diecimila lì che lo avrebbero aspettato a notte fonda.

E sappiate che queste cose non me le sto inventando: le ho intraviste nella carambola di una palla che altrimenti non avrebbe avuto quella potenza e le ha confermate lui stesso nell’intervista post partita.

Quello che però rende davvero unici certi momenti sono gli effetti che producono: in barba a qualunque principio di proporzionalità, scatenano delle reazioni del tutto fuori del comune.
Spropositate, per alcuni.
Addirittura patetiche o intollerabili, per altri.
Ma che ne possono sapere loro? Loro che scelgono di emozionarsi e decidono quando festeggiare non capiranno mai la potenza liberatoria di un gesto inaspettato, la forza catartica di un momento forse destinato a rimanere unico e perciò stesso da celebrare con tutti gli onori.
Per dirla alla Grillo, un immenso, gigantesco, corale vaffa.

Ed ecco allora che trenta secondi dopo i social si intasano completamente sotto i colpi incrociati di Chiara che chiede “se è tutto finito e può tornare a guardare lo schermo” dopo “essersi isolata per paura di non reggere”, Maria Pia che mi comunica il suo decesso con un laconico “addio” su whatsapp, Isabella che si accerta dello stato di salute di tutti (e delle rispettive famiglie) via facebook, mia madre che chiama sul fisso per urlare frasi sconnesse, mio padre che le strappa la cornetta per chiedermi “da quante partite lo Stadium è inviolato”, Gian Carlo che sorride sul divano dicendomi “sono contento”, Annalisa che mi annuncia che sta tremando ancora, Gianmario che mi scrive “Forza Napoli” nonostante sia milanista e tutti, indistintamente, che pubblicano e si scambiano foto di Koulibaly versione San Gennaro o con didascalie che lo tacciano di “insensibilità” e di “avere un bidone della spazzatura al posto del cuore” citando e scimmiottando Buffon.

Ed ecco, ancora, stamattina i tifosi delle altre squadre congratularsi con me manco avessi segnato io, Mafalda raccontarmi che ha visto due in metropolitana salutarsi al grido di “mio fratello è Koulibaly”,  tifosi di Inter, Milan e Parma esultare per la vittoria del Napoli, juventini rosiconi deridere i festeggiamenti della città e finanche il mio capo mostrarmi fotomontaggi di Koulibaly nudo.

Gli effetti, imponderabili, di momenti irripetibili.

Ed è per questo che a tutti noi è dedicato quel momento: a noi che ieri sera eravamo 2,48 metri sopra il cielo e subito dopo pronti per la rianimazione e un doppio bypass.

Perché sono le piccole soddisfazioni che la vita ci concede a permetterci di dare un calcio alle grandi amarezze.
Per un momento solo?
Forse, ma che comunque sa di eternità.

Passione Insanapoli 44. Il Super Bowl d’Italia.

Ieri negli Stati Uniti si è giocato il Super Bowl: praticamente l’evento sportivo più importante dell’anno, che tiene incollati allo schermo tutti, ma proprio tutti (pare), gli americani, generando un indotto di milioni di dollari in pubblicità, attività promozionali e introiti televisivi.
Per l’occasione sembra che tutti, tifosi e non, si riuniscano nelle case e comodamente spaparanzati sui divani ingurgitino l’impossibile in termini di cibarie e bibite. Anzi, di junk food & beverages.
Vabbè, non che nei restanti 364 giorni dell’anno siano dei seguaci integralisti della dieta mediterranea.
Sicuramente il rutto libero alla Fantozzi sarà contemplato dagli ettolitri di birra mandati giù allegramente.

Ebbene, a sorpresa, la cinquantaduesima edizione del torneo è stata vinta per la prima volta dai Philadelphia Eagles che hanno battuto, contro ogni aspettativa, i pluridecorati New England Patriots reduci da sei anni di trionfi.

Se questi numeri non vi dicono niente, cercherò di facilitarvi l’associazione analogica ricordando che il 22 aprile in Italia si gioca Juventus – Napoli.
Quel giorno il ciuccio – che nulla ha da invidiare all’aquila in termini di intelligenza – tenterà di porre fine allo strapotere della squadra che da sei anni, anch’essa, si appunta lo scudetto sul petto zebrato.
Se ciò non bastasse, sembra che i gloriosi Patriots risultino invisi alla maggioranza degli americani che, stanchi di assistere sempre allo stesso tipo di gioco, auspicavano una caduta degli dei con conseguente ricambio generazionale e sono stati finalmente esauditi nelle proprie preghiere.

Ecco, a questo punto io mi auguro un altrettanto corale anelito da parte del popolo italiano non juventino affinchè anche da noi si attui un sano avvicendamento di squadre e di gioco che renda più avvincente il campionato.
Dopotutto, se le seccie congiunte di tutte le etnie che popolano gli USA hanno mandato al tappeto un colosso come Tom Brady, vuoi che non riusciamo ad atterrare quello scricciolo di Dybala?

E a quanti – delle altre tifoserie – ancora avessero dei dubbi su chi sostenere, ricordo che è offerta loro la possibilità unica di cambiare la Storia prima che sia troppo tardi.
Mettendosi dalla parte dei meno favoriti e, solo per questo, più simpatici.
Non scomoderò Davide e Golia perché sotto il profilo tecnico e tattico la lotta non è assolutamente impari, anzi.
Ma ci siamo mai chiesti come sarebbe andata a finire a Little Big Horn se il Generale Custer avesse avuto un Mazzoleni dalla sua?
E se ad arbitrare il duello tra Ettore e Achille ci fosse stato un Rizzoli?

Insomma, le Forze Oscure del Male sono tante e armate, indifferentemente, di fucile, scudo, frecce o fischietto.
Il punto debole può essere un tallone, un menisco o una ragade anale venuta alla luce all’improvviso.
L’importante è concentrarsi e colpire, con grande precisione e cinismo.
E qui il modello cui ispirarsi più di un Capo Apache, per quanto leggendario, è Guglielmo Tell, il padre di tutti i cecchini.

Passione Insanapoli 23. Dopo Napoli – Crotone

…ma soprattutto dopo Napoli – Real, nonché dopo Rubentus – Napoli (praticamente prendi tre paghi uno) è evidente che di alcuni incubi e fantasmi non ci libereremo mai:

 

  1. l’incubo Sergio Ramos mi perseguiterà in eterno: ieri l’ho visto addirittura reincarnarsi in Falcinelli, oggi in un mio collega che ha tentato il colpo di testa con il foglio accartocciato verso il cestino (mancandolo, lui).
  2. Con i 50 milioni spesi per Pavoletti e Maksimovic rifacevamo lo stadio e ci avanzava pure un po’ di cresta (questa si chiama la persecuzione del bidone che da Prunier e Calderon in poi ci tormenterà per sempre).
  3. Sarri ha un cane  problematico. Si chiamasse Manolo? Speriamo che almeno con lui la terapia funzioni.
  4. Sembra che Mertens sia in crisi con la moglie e lei sia tornata in Belgio. Basta che non si scambino poi le residenze come hanno fatto Cavani e Soledad (dando il via all’inizio della fine).
  5. E’ sconcertante il dietrofront di Sconcerti: dopo aver difeso a spada tratta l’indifendibile pare che oggi abbia dichiarato che “si, in effetti  il Napoli aveva ragione” a sentirsi defraudato per l’ennesima volta dopo il match con la Rubentus.
  6. De Laurentiis straparla come al solito: invece di commentare lo scandaloso arbitraggio della Coppa Italia se la prende con i giornali del Nord accusandoli di odiare il Napoli e Napoli. Il sindaco De Magistris prima nega gli spazi a Salvini per il comizio e poi fomenta facinorosi e black block ad accoglierlo armati non di panzarotti ma di lacrimogeni. Sarebbe auspicabile che i prossimi alla guida della città e della squadra non abbiano il “De” nel cognome, per la palese ostilità manifestata verso la sottile arte della diplomazia.

Insomma corsi e ricorsi storici, o meglio, incubi che si ripropongono con tragica ciclicità.

 

Passione Insanapoli 20. La solita rapina senza passamontagna.

Che dire?

Che in questo caso non possiamo neanche comprarci un arsenale come Francesco Facchinetti.

Che chi dovrebbe garantire il rispetto delle regole è il primo nemico.

Che le collusioni e le connivenze sono tali e tante da rendere inutile qualunque strategia difensiva.

Che la RAI ha scandalosamente abdicato al suo ruolo di servizio pubblico.

Che i media in generale mostrano un asservimento e una sudditanza che manco in Corea del Nord.

Che loro non hanno né l’onestà intellettuale di riconoscere l’ennesimo ladrocinio, né la dignità di pretendere di vincere in  modo pulito.

Che il problema, evidentemente, non è Valeri, come non lo era Mazzoleni, ma tutta la classe arbitrale, indistintamente.

Che davvero al ritorno dovrebbe scendere in campo la Primavera, anche se dubito che coglierebbero il messaggio.

Che ringrazio le tifoserie avversarie per la solidarietà manifestata; quella dell’Inter, in particolare, memore dello scippo subito nel 1998.

Che la tentazione di non vedere più le partite è davvero forte e chissà che prima o poi non finisca per cederle.

Che Marotta e Agnelli che si abbracciano sugli spalti prima ancora che il rigore sia calciato sono davvero uno spettacolo patetico.

Che sarebbe opportuna una class action di tutte le squadre contro chi ha trasformato il campionato in una farsa.

Che questo non è calcio, non è sport, non è gioco, non è divertimento, ma purtroppo è lo squallido specchio di questo Paese.

Che…non ci sono più parole, davvero.

Passione Insanapoli 19. Prima di Juventus- Napoli

Aspettando, per l’ennesima volta, Juventus – Napoli, non ci resta che rivolgere un accorato appello alla Dea Bendata.

Non bastavano due partite all’anno. No, siamo condannati a incontrarli (e a intossicarci) ripetutamente.

Che poi, nonostante si dica che a Napoli diventino tutti dei BIG MATCH con annesse scene di isteria collettiva mentre a Torino ostenterebbero un’aria di asburgica superiorità, posso garantire che sono loro a parlarne in continuazione. Con modalità, per giunta, talmente contrarie a qualunque forma di scaramanzia da risultare imbarazzanti.

Io, purtroppo, sono circondata dal nemico, che mi impedisce con ogni mezzo di far finta che oggi sia un giorno qualunque.

La giornata è iniziata con il malriuscito tentativo di imbacuccarmi fino all’inverosimile per dribblare il vicino di casa che già all’indomani della partita con il Real Madrid mi fermò per manifestarmi il suo cordoglio perché “avrebbe tanto voluto una finale Juventus – Napoli”. Praticamente noi siamo spacciati in partenza e loro già a Cardiff. Uno appena appena superstizioso si gratterebbe a sangue a questo punto. Ma loro no. Sono più forti degli avversari, più potenti della terna arbitrale, più efficaci della jella.

Quando già pensavo di averla scampata, ricevo la visita in ufficio di un collega che, con un sorriso da un orecchio all’altro, fra l’altro del tutto inopportuno trattandosi di un raro caso di persona cui l’espressione seria dona più di quella sorridente, mi annuncia che “oggi è una giornata speciale…ma tanto non c’è gara, no?”.

Ecco. Non dico noi tifosi napoletani, che siamo abituati a non essere considerati degni avversari da loro, ma almeno la Dea Bendata non si sente punta nel vivo dal questo totale disprezzo? Un rigurgito di orgoglio femminile, che diamine! Questi ledono costantemente la sua dignità, la gratificano della più totale indifferenza, si fanno continuamente beffe di lei e…niente! Mai una reazione, una punizione esemplare, divina, che castighi una volta per tutte questa insopportabile prosopopea.

Che poi, cara Dea Bendata, potresti dare pure libero sfogo alla fantasia, attingendo al paniere dei pali, delle traverse, dei rigori contro, delle espulsioni, dell’attacco improvviso di diarrea, della pallonata in faccia all’allenatore.

Però, caso mai dovessi ascoltare questo appello, mi raccomando di non sbagliarti ancora una volta: sono quelli vestiti a strisce bianche e nere.

Ti lascio una foto, tanto per andare sul sicuro: