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Passione Insanapoli 47. Comunque vada…grazie.

Questa vittoria rocambolesca, agguantata al photo finish, quando ormai nessuno ci credeva più, forse neanche noi tifosi napoletani troppo spesso abituati, dopo mesi di sogni e prestazioni da favola, ad un finale diverso dal “e vissero felici e contenti”, la dedichiamo a noi.

A noi che abbiamo aspettato di vedere Milik segnare senza abbandonare lo stadio o cambiare canale perché, se è facile applaudire Cristiano Ronaldo dopo un gol destinato a entrare nella storia, lo è molto meno incoraggiare Mertens dopo un rigore sbagliato.
Ci vuole amore, dedizione, spirito di sacrificio.

Ecco perché una vittoria a Napoli non è mai solo della squadra, ma è un traguardo corale raggiunto da tutti, campioni e gregari.

Ed ecco perché, comunque vada, oggi tutti, da Diawara a Zielinski-in ordine rigorosamente alfabetico e non di merito-si meritano un grazie.
Per aver continuato a regalarci emozioni e risultati “puliti”, non inquinati da sospetti, favoritismi, ambiguità, polemiche.
E per riuscire a sorprenderci e a farci ricredere anche quando l’atmosfera si fa lugubre e si sentono già echeggiare le campane a lutto.

Perciò dedico la vittoria di oggi a tutti quelli che, dopo il meritatissimo risultato della Juventus sul Benenvento, già celebravano il requiem in memoria del Napoli.

Ma, soprattutto, questa vittoria la dedico a te che ti starai arricreando lassù: magari ti sei perso la goleada della Roma e il pareggio con il Sassuolo, ma per goderti la remuntada di oggi sono sicura che una parabola da qualche parte l’avrai trovata.
E, come un anno fa a Edimburgo, con la vittoria sulla Sampdoria strappata all’ultimo minuto da Tonelli, oggi invochiamo a gran voce la beatificazione di Diawara che ci ha salvato dalla depressione collettiva pur mettendo a serio rischio le coronarie di tutti.
Soprattutto c’è qualcuno qui, di fede non propriamente azzurra, che rivendica la paternità di entrambi i successi: che dici, gliela diamo una chance?

Passione Insanapoli 44. Il Super Bowl d’Italia.

Ieri negli Stati Uniti si è giocato il Super Bowl: praticamente l’evento sportivo più importante dell’anno, che tiene incollati allo schermo tutti, ma proprio tutti (pare), gli americani, generando un indotto di milioni di dollari in pubblicità, attività promozionali e introiti televisivi.
Per l’occasione sembra che tutti, tifosi e non, si riuniscano nelle case e comodamente spaparanzati sui divani ingurgitino l’impossibile in termini di cibarie e bibite. Anzi, di junk food & beverages.
Vabbè, non che nei restanti 364 giorni dell’anno siano dei seguaci integralisti della dieta mediterranea.
Sicuramente il rutto libero alla Fantozzi sarà contemplato dagli ettolitri di birra mandati giù allegramente.

Ebbene, a sorpresa, la cinquantaduesima edizione del torneo è stata vinta per la prima volta dai Philadelphia Eagles che hanno battuto, contro ogni aspettativa, i pluridecorati New England Patriots reduci da sei anni di trionfi.

Se questi numeri non vi dicono niente, cercherò di facilitarvi l’associazione analogica ricordando che il 22 aprile in Italia si gioca Juventus – Napoli.
Quel giorno il ciuccio – che nulla ha da invidiare all’aquila in termini di intelligenza – tenterà di porre fine allo strapotere della squadra che da sei anni, anch’essa, si appunta lo scudetto sul petto zebrato.
Se ciò non bastasse, sembra che i gloriosi Patriots risultino invisi alla maggioranza degli americani che, stanchi di assistere sempre allo stesso tipo di gioco, auspicavano una caduta degli dei con conseguente ricambio generazionale e sono stati finalmente esauditi nelle proprie preghiere.

Ecco, a questo punto io mi auguro un altrettanto corale anelito da parte del popolo italiano non juventino affinchè anche da noi si attui un sano avvicendamento di squadre e di gioco che renda più avvincente il campionato.
Dopotutto, se le seccie congiunte di tutte le etnie che popolano gli USA hanno mandato al tappeto un colosso come Tom Brady, vuoi che non riusciamo ad atterrare quello scricciolo di Dybala?

E a quanti – delle altre tifoserie – ancora avessero dei dubbi su chi sostenere, ricordo che è offerta loro la possibilità unica di cambiare la Storia prima che sia troppo tardi.
Mettendosi dalla parte dei meno favoriti e, solo per questo, più simpatici.
Non scomoderò Davide e Golia perché sotto il profilo tecnico e tattico la lotta non è assolutamente impari, anzi.
Ma ci siamo mai chiesti come sarebbe andata a finire a Little Big Horn se il Generale Custer avesse avuto un Mazzoleni dalla sua?
E se ad arbitrare il duello tra Ettore e Achille ci fosse stato un Rizzoli?

Insomma, le Forze Oscure del Male sono tante e armate, indifferentemente, di fucile, scudo, frecce o fischietto.
Il punto debole può essere un tallone, un menisco o una ragade anale venuta alla luce all’improvviso.
L’importante è concentrarsi e colpire, con grande precisione e cinismo.
E qui il modello cui ispirarsi più di un Capo Apache, per quanto leggendario, è Guglielmo Tell, il padre di tutti i cecchini.