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Passione Insanapoli 29. Metti una sera (quella di Inter – Napoli) in Alto Adige.

Metti un albergo silenziosissimo popolato quasi esclusivamente da tedeschi molto discreti (oltre che un po’ avanti negli anni).

Metti un centro benessere che è un inno alla pace interiore (ed esteriore), nel quale tutto cospira affinché gli ospiti ritrovino la piena armonia con la natura.

Soprattutto, metti un giardino feng shui situato, per sfortuna sua e di quanti ieri sera vi soggiornavano lasciandosi cullare dal vento e dall’acqua, sotto il balcone aperto di un’ultrà del Napoli che assisteva indemoniata alla partita con l’Inter.

A nulla sono valsi i trattamenti benefici del pomeriggio per ottenere il rilassamento mentale e il controllo delle emozioni che mi avrebbero dovuto consentire di assistere al match in stato di totale calma olimpica e distacco ultraterreno.

Cinque minuti dopo l’idromassaggio già smaniavo a cena per la lentezza del servizio e chiedevo al personale, sotto lo sguardo attonito di serafici tedeschi, di sbrigarsi a portarmi il filetto di rombo arrostito su crema di spinaci tartufata e croutons (altrimenti detta granella di nocciole n.d.r.) causa impegno improrogabile alle 20.30 (un po’ di dignità l’ho mantenuta astenendomi dal comunicare il vero motivo di una fretta altrimenti inspiegabile in un luogo del genere).

L’essenza di erbe aromatiche è stata ingurgitata manco fosse uno sciroppo per la tosse mentre guardavo freneticamente sul telefonino le formazioni e apprendevo che alla coppia Allan-Jorgihno sarebbe stato preferito il duo Zielinski-Diawara e il sorbetto al mango e lavanda (il cui effetto rilassante è stato definitivamente smentito) buttato giù in un colpo modello shottino di rhum mentre febbrilmente leggevo che Pioli avrebbe dovuto fare a meno di Miranda.

Quando si è finalmente palesato il tortino di lamponi ghiacciato in manto di cioccolato e spuma di cocco che avrebbe chiuso la cena erano le 20.44 e io sull’orlo di una crisi isterica.

Non ho nemmeno dato allo chef (palesatosi anch’egli in quel preciso istante con tempismo eccezionale) il tempo di decantarne le innumerevoli virtù che, strappatogli il bicchierino di mano, sono volata al piano di sopra ripetendo come un mantra dentro di me “Miranda non gioca, Miranda non gioca” e, un attimo prima di aprire la porta della stanza, “che cavolo me ne frega che Miranda non gioca?”.

I circa novanta gradi della temperatura interna mi hanno indotto a spalancare il balcone sul giardino feng shui per poi completamente rimuovere il pensiero che qualcuno sotto avrebbe potuto udire tutto quello che fosse uscito dalla diretta streaming e dalla mia bocca.

D’altronde, se anche avessi avuto la delicatezza di pensarci, avrei mai potuto tacere di fronte alle innumerevoli parate di Handanovic, al palo di Mertens, al tiro a giro non entrato di Insigne, al liscio di Hamsik e alla prima e ultima occasione dell’Inter, quel tiro al settantesimo di Perisic che mi ha tolto in un attimo i dieci anni di vita conquistati faticosamente nella sauna finlandese il pomeriggio?

Non posso negare che il prezzo pagato per assistere a questa lezione di calcio è stato molto salato.

Stamattina a colazione le espressioni degli altri ospiti tedeschi da serafiche erano diventate palesemente ostili, mentre la famiglia Pincher (che mi ha bombardato di email per tutto l’inverno con allettanti proposte di pacchetti benessere) non vedeva l’ora che effettuassimo il check out e, per il sollievo di vederci andare via, ha voluto finanche regalarci una pianta (d’addio, chiaramente).

Probabilmente l’eco delle mie gesta di ieri sera travalicherà la valle  e farà in modo che io non sia più wilkommen in Alto Adige.

Ma pazienza. Mi sono già bruciata Mauritius, New York ed Edimburgo in occasioni di memorabili match del Napoli e sono sicura di essere già stata etichettata come “antagonista della calma zen” e schedata come ospite non  gradito in molti Paesi.

Del resto, poteva anche andare peggio. A loro, non a me. Se, per esempio, avessimo giocato contro la Juventus, le urla belluine sarebbero giunte fino all’hammam e gli improperi da gentiluomo del Settecento sarebbero echeggiati fin dentro la sauna a infrarossi.

Invece, sono piuttosto certa che non una parola sulle mamme e le sorelle dei componenti la terna arbitrale si sia diffusa, portata dall’acqua e dal vento, nel giardino feng shui.

Ma poi, siamo così sicuri che ‘sti tedeschi abbiano reagito in modo zen alla sconfitta del Bayern con il Real Madrid, presumibilmente giunta alla quindicesima birra e non dopo la tisana della sera?

Mah. Alla fine questo week end mi lascia due certezze: che più di una spa poté un Callejon e che Nagatomo merita un posto di diritto nel Presepe di Ferrigno (oltre che tra gli amuleti portafortuna di Napoli).

 

 

 

 

 

 

Passione Insanapoli 14. Anche i Callejon, nel loro piccolo, si incazzano

Il 2017 comincia con qualche certezza in più.

Prima di tutto, che anche i Callejon nel loro piccolo si incazzano. Che poi, magari, la sua non era neanche un’incazzatura, ma stanchezza. Perciò, dopo aver provato a farsi espellere con una schiacciata degna di Mila & Shiro, e non esserci riuscito, ha tentato l’extrema ratio: il calcio all’avversario.

E poiché lui, nella generale barbarie calcistica, spicca come un piccolo lord del campo, tutto cuore, sangue e fair play, riga di lato annessa, tutti a chiedersi “ma è impazzito Callejon”? “Ma cosa gli è preso?”.

Si attende la puntata speciale di Porta a porta dedicata al tema con tanto di plastico teso a ricostruire gli eventi e intervista a Paolo Crepet volta a psicanalizzare il comportamento di Josè Maria partendo dai traumi infantili subiti in quel di Motril.

Quando poi, invece di scomodare Freud, sarebbe forse più utile chiedersi se non sia semplicemente stanco e il suo gesto non sia stato, piuttosto, un messaggio inequivocabile a Sarri, del tipo: “Me siento stanco, querrìa estar en casa venerdì e pensar a quando retornerò a Madrid el 15 de febrero“.

Dopotutto, in un mondo in cui tutti siamo considerati necessari ma non indispensabili, proviamo a metterci nei panni di chi indispensabile lo è davvero: è una bella responsabilità, se non un macigno vero e proprio.

Non so come si dica in spagnolo, ma sono alquanto convinta che lo stato d’animo di Callejon e Albiol, in vista del ritorno al Santiago Bernabeu, ma nello spogliatoio sbagliato, possa essere sintetizzata nell’espressione napoletana “o fridd ‘n cuoll” che, del resto, accomuna anche i tifosi non spagnoli in questo preciso momento.

Comunque, oggi siamo tutti più soddisfatti perché se perfino Callejon perde le staffe, da domani siamo giustificati a prendere a calci il collega molesto e a coprire di improperi e insulti chi ci taglia la strada. Con buona pace di Bruno Vespa e di Crepet.

La seconda certezza di questo inizio anno è che Tonelli rende meglio come attaccante che come difensore. Infatti ieri non c’era perché il tridente era completo e in seconda posizione sgomitavano Pavoletti e Milik.

Che poi a sostituire Zielinski sia entrato Giaccherini fa parte dell’imperscrutabilità di certe decisioni calcistiche nelle quali preferiamo non addentrarci.

Del resto, sarebbe stato anche rischioso chiedere ieri a Sarri di dare conto delle sue scelte, dopo che aveva elegantemente mandato a quel paese in diretta televisiva sia Gabbiadini che Raiola. Insomma, tutti calmi ieri sera. E meno male che avevamo vinto 7-1. Non oso immaginare gli animi nel caso di una vittoria risicata  o, peggio, di uno stitico pareggio. Sarebbero volati stracci che manco in Campigdoglio.

L’ulteriore certezza è che Koulibaly va ricoperto d’oro e supplicato a restare per sempre a Napoli. Nel caso questi mezzi di persuasione non funzionassero, va sequestrato o ricattato ma, in ogni caso, tenuto.

Perché, abbiamo capito e apprezzato che Maksimovic abbia sfidato il terrorismo internazionale e, soprattutto, l’ira funesta di Mihajilovic – uno che, tanto per dire, vanta nella propria selezionata cerchia di amici un certo Arkan, capo delle omonime “tigri” – per venire da noi, ma la gratitudine va bene fino a un certo punto. In particolare, si ferma laddove il difensore non ferma l’avversario prima della porta.

Quarta certezza: l’Ommità Ritrovata. Nel caso di Pepe Reina, è proprio il caso di dire che “oltre alle mutande (Intimissimi) c’è di più” e se ne è accorto anche il povero Destro.

Quinta certezza: pensavo fosse una prerogativa del periodo napoletano e invece no. Donadoni non si toglierà mai quell’espressione da capro espiatorio suo malgrado. Da agnello sacrificale, vittima di un gioco più grande di lui e nel quale è finito contro la sua volontà. Come se gli avessero imposto di fare il calciatore prima e l’allenatore poi, mentre lui avrebbe voluto intraprendere la carriera di medico condotto. Sarei curiosa di vedere  almeno una foto in cui Donadoni sorride…così, giusto per valutarne l’integrità della dentatura.

Ho volutamente omesso Ciro e Marekiaro, perché loro, una certezza, lo sono da sempre. Quanto meno da quando, a dispetto delle origini nordiche e a scuorno  dei calienti sudamericani, sono diventati due scugnizzi veri e propri.