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Passione Insanapoli 31. Questione di feeling.

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Questione di feeling.

Quella tra Mertens e Insigne che ha consentito a Ciro non di vedere, che in questo siamo bravi tutti, ma di “intuire” la presenza di Lorenzo dietro sé e di passargli la palla di tacco esattamente nel fazzoletto di terra dove si trovava il compagno in modo che non si scompigliasse manco un capello nello sforzo di intercettare il pallone ma concentrasse tutta la potenza nel tiro. L’Amore ai tempi del Sarrismo.

Quella, mancata, tra Callejon e Higuain che ha fatto in modo che De Laurentiis, tra le due fazioni, una volta tanto scegliesse quella giusta, e blindasse Josè Maria nonostante l’ostilità della lota.

Quella, sempre più forte, tra i tre lì davanti cementata anche oggi da abbraccio e inchino davanti al pubblico.

E, per favore, non chiamateli folletti perché Callejon giustamente fa notare di essere più alto di un metro e una Vigorsol. Piuttosto, chiamateli i tre moschettieri che di D’Artagnan & co. mimano il gesto, cavalleresco, di togliersi il cappello davanti al pubblico sovrano.

Oppure, se proprio non volete scomodare Dumas – anche se, personalmente, non riesco a immaginare espressione più alta del l'”uno per tutti, tutti per uno” – chiamateli i tre tenores, perché quella che suonano è sinfonia per le nostre orecchie (e per quelle di chiunque ami il calcio). Speriamo solo che Callejon non protesti pure stavolta sottolinenando di non avere la stazza di Pavarotti.

L’unica nota stonata di questa giornata all’insegna dell’amore è data dal destino che, più cinico e baro che mai, ci costringe stasera a tifare per la Juventus per ambire concretamente al secondo posto.

Lo faremo, per carità. Io stessa non esiterei a invocare a gran voce il gol dell’infame se dovesse servire.

Ma ho un dubbio che mi dilania.

Considerato l’effetto boomerang delle nostre gufate anti-juventine – che hanno, nell’ordine, provocato la rottura del crociato sbagliato a inizio stagione e il sorteggio più favorevole in Champion’s, e stanno serenamente conducendo la Juventus verso il triplete e noi verso il suicidio qualora ciò accadesse – niente niente tifare per loro dovesse svantaggiarli?

In fondo, pensiamoci: esiste qualcosa di più innaturale per un tifoso napoletano doc?

 

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Passione Insanapoli 30. Dopo Inter – Napoli, due chiacchiere in ufficio.

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Tornata rigenerata dal week end feng shui (si veda http://openspace.name/2017/05/01/passione-insanapoli-29-metti-sera-quella-inter-napoli-alto-adige/ ), ho pensato bene di pungolare il mio capo interista (lo stesso degli anatemi mascherati per i quali si veda http://openspace.name/2016/11/22/passione-insanapoli-5-piccola-digressione-napoli-inter/) spingendolo a commentare la partita.

Non l’avessi mai fatto. Poichè nel girone d’andata sembrava totalmente rassegnato alla disfatta, tanto che io avevo fatto le corna durante l’intera conversazione perché le lodi sperticate sul Napoli e la sua presunta superiorità mi sembravano quasi eccessive e, perciò, un po’ fasulle,  stavolta sono entrata nel suo ufficio pronta a godermi il panegirico libera dal condizionamento di dover fare qualunque scongiuro e assaporando ogni singola parola di elogio per Mertens, Callejon, Insigne & co.

E invece lui mi ha letteralmente spiazzato asserendo, in sostanza, che non si spiegava l’involuzione dell’Inter se non con una gestione dissennata dei giocatori da parte della società perché, “sulla carta, è la seconda forza del campionato”.

Ora. A parte che sulla carta siamo tutti la prima forza in qualche non meglio identificato campo d’azione, non posso che attribuire il totale ribaltamento di un’opinione espressa soltanto pochi mesi fa, relativa alla“netta inferiorità del loro organico rispetto al nostro“ con la volontà, sadica, di non volermi dare alcuna soddisfazione. Peggio, di voler stroncare quel sorrisetto di compiaciuta superiorità che – ammetto possa risultare irritante – ma, che diamine, ogni tanto potrò sfoggiare pure io!

Non pago di aver vanificato gli effetti del mio meritatissimo fine settimana zen, il boss si è lanciato in una disamina del tutto bizzarra della partita, farneticando di una “decisa superiorità delle individualità dell’Inter” penalizzate peraltro nel confronto “dall’età media più alta dei giocatori del Napoli” che, quindi, risulterebbero più scattanti ed energici.

A prescindere dal fatto che Ciro, Marekiaro e Callegol, tanto per citare i tre che hanno fatto impazzire la difesa nerazzurra, hanno trent’anni ciascuno, quindi almeno sei in più della loro punta di diamante Icardi, anche ridimensionare la tecnica sopraffina e la personalità dei vari Zielinski, Diawara e Rog attribuendone le gesta alla “beata gioventù” mi sembra quantomeno azzardato.

In sintesi la sua lettura del match è stata: bradipi lenti ma tecnicamente superiori battuti da gruppo di schegge impazzite (o mine vaganti) in grado di cavalcare la ruota come criceti per novanta minuti.

Manco Piccinini avrebbe saputo fare di meglio.

Praticamente una partita portata a casa grazie non al talento nostro ma allo sfiancamento fisico degli avversari.

All’inizio mi sono chiesta come sia possibile che anche quando facciamo la partita perfetta ci sia qualcuno che non debba riconoscerci l’onore delle armi, ma ascrivere il tutto al caso, ai demeriti propri, alla proprietà cinese, addirittura all’assenza del famigerato Miranda.

Poi ho deciso che non voglio prendermela (e non voglio prendere neanche lo Xanax), per cui d’ora in poi il mio motto sarà “il cielo stellato sopra di me, il giardino feng shui dentro di me”.

Sono sicura che, in assenza di legge morale nel calcio, Kant non se ne avrà a male.

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Passione Insanapoli 29. Metti una sera (quella di Inter – Napoli) in Alto Adige.

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Metti un albergo silenziosissimo popolato quasi esclusivamente da tedeschi molto discreti (oltre che un po’ avanti negli anni).

Metti un centro benessere che è un inno alla pace interiore (ed esteriore), nel quale tutto cospira affinché gli ospiti ritrovino la piena armonia con la natura.

Soprattutto, metti un giardino feng shui situato, per sfortuna sua e di quanti ieri sera vi soggiornavano lasciandosi cullare dal vento e dall’acqua, sotto il balcone aperto di un’ultrà del Napoli che assisteva indemoniata alla partita con l’Inter.

A nulla sono valsi i trattamenti benefici del pomeriggio per ottenere il rilassamento mentale e il controllo delle emozioni che mi avrebbero dovuto consentire di assistere al match in stato di totale calma olimpica e distacco ultraterreno.

Cinque minuti dopo l’idromassaggio già smaniavo a cena per la lentezza del servizio e chiedevo al personale, sotto lo sguardo attonito di serafici tedeschi, di sbrigarsi a portarmi il filetto di rombo arrostito su crema di spinaci tartufata e croutons (altrimenti detta granella di nocciole n.d.r.) causa impegno improrogabile alle 20.30 (un po’ di dignità l’ho mantenuta astenendomi dal comunicare il vero motivo di una fretta altrimenti inspiegabile in un luogo del genere).

L’essenza di erbe aromatiche è stata ingurgitata manco fosse uno sciroppo per la tosse mentre guardavo freneticamente sul telefonino le formazioni e apprendevo che alla coppia Allan-Jorgihno sarebbe stato preferito il duo Zielinski-Diawara e il sorbetto al mango e lavanda (il cui effetto rilassante è stato definitivamente smentito) buttato giù in un colpo modello shottino di rhum mentre febbrilmente leggevo che Pioli avrebbe dovuto fare a meno di Miranda.

Quando si è finalmente palesato il tortino di lamponi ghiacciato in manto di cioccolato e spuma di cocco che avrebbe chiuso la cena erano le 20.44 e io sull’orlo di una crisi isterica.

Non ho nemmeno dato allo chef (palesatosi anch’egli in quel preciso istante con tempismo eccezionale) il tempo di decantarne le innumerevoli virtù che, strappatogli il bicchierino di mano, sono volata al piano di sopra ripetendo come un mantra dentro di me “Miranda non gioca, Miranda non gioca” e, un attimo prima di aprire la porta della stanza, “che cavolo me ne frega che Miranda non gioca?”.

I circa novanta gradi della temperatura interna mi hanno indotto a spalancare il balcone sul giardino feng shui per poi completamente rimuovere il pensiero che qualcuno sotto avrebbe potuto udire tutto quello che fosse uscito dalla diretta streaming e dalla mia bocca.

D’altronde, se anche avessi avuto la delicatezza di pensarci, avrei mai potuto tacere di fronte alle innumerevoli parate di Handanovic, al palo di Mertens, al tiro a giro non entrato di Insigne, al liscio di Hamsik e alla prima e ultima occasione dell’Inter, quel tiro al settantesimo di Perisic che mi ha tolto in un attimo i dieci anni di vita conquistati faticosamente nella sauna finlandese il pomeriggio?

Non posso negare che il prezzo pagato per assistere a questa lezione di calcio è stato molto salato.

Stamattina a colazione le espressioni degli altri ospiti tedeschi da serafiche erano diventate palesemente ostili, mentre la famiglia Pincher (che mi ha bombardato di email per tutto l’inverno con allettanti proposte di pacchetti benessere) non vedeva l’ora che effettuassimo il check out e, per il sollievo di vederci andare via, ha voluto finanche regalarci una pianta (d’addio, chiaramente).

Probabilmente l’eco delle mie gesta di ieri sera travalicherà la valle  e farà in modo che io non sia più wilkommen in Alto Adige.

Ma pazienza. Mi sono già bruciata Mauritius, New York ed Edimburgo in occasioni di memorabili match del Napoli e sono sicura di essere già stata etichettata come “antagonista della calma zen” e schedata come ospite non  gradito in molti Paesi.

Del resto, poteva anche andare peggio. A loro, non a me. Se, per esempio, avessimo giocato contro la Juventus, le urla belluine sarebbero giunte fino all’hammam e gli improperi da gentiluomo del Settecento sarebbero echeggiati fin dentro la sauna a infrarossi.

Invece, sono piuttosto certa che non una parola sulle mamme e le sorelle dei componenti la terna arbitrale si sia diffusa, portata dall’acqua e dal vento, nel giardino feng shui.

Ma poi, siamo così sicuri che ‘sti tedeschi abbiano reagito in modo zen alla sconfitta del Bayern con il Real Madrid, presumibilmente giunta alla quindicesima birra e non dopo la tisana della sera?

Mah. Alla fine questo week end mi lascia due certezze: che più di una spa poté un Callejon e che Nagatomo merita un posto di diritto nel Presepe di Ferrigno (oltre che tra gli amuleti portafortuna di Napoli).

 

 

 

 

 

 

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Passione Insanapoli 28. Il talento non paga (quasi) mai.

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Le ultime partite ci hanno dimostrato che, nel calcio come nella vita, il talento non paga (quasi) mai. Non in questo Paese (e in questo campionato), almeno, che premia i cinici, i furbi e i raccomandati. Ai bravi e virtuosi spetta, inevitabilmente, la pacca sulla spalla e il cucchiaio di legno.

Prendiamo la Juventus. Ha, furbescamente, fatto catenaccio con il Napoli in campionato, riuscendo a pareggiare al San Paolo e conservando le energie per la Champion’s League. Ha, immeritatamente, vinto in Coppa Italia grazie all’arbitraggio scandaloso della partita di andata che le ha permesso di perdere 3-2 e passare comunque. E siccome la fortuna, ormai è evidente, non aiuta gli audaci, ha pure incontrato il peggior Barcellona degli ultimi anni: tiri alle stelle che manco Inler, passaggi sbagliati che nemmeno il Napoli di Aronica e Britos, Messi che ciondolava imbelle sul campo, Suarez che per l’occasione ha “stretto i denti” e non per modo di dire, l’allenatore già pronto per una nuova avventura e i compagni di squadra che manco si guardavano in faccia.

E te pareva.

Senza nulla togliere, ovviamente, alla bellezza dei gol di Dybala e della parata di Buffon, che però contro un’altra squadra (che so, il Real Madrid n.d.r.) non so se avrebbero goduto dello stesso fulgore.

Prendiamo, poi, il Napoli. Ha giocato (e fatto divertire) nelle due partite contro la Juventus, in cui avrebbe strameritato di vincere e passare il turno di Coppa Italia, rimediando solo le lodi sperticate dei commentatori sportivi, tristemente evocative della pacca sulla spalla che ci viene rifilata sul lavoro ogni volta che osiamo chiedere un aumento di stipendio.

Insomma, zero tituli.

Perché, nel calcio come nella vita, ci sono quelli “da pacca” e “quelli da bonus”.

I primi, in genere, sono bravi, affidabili, talentuosi ma non sanno o non vogliono arruffianarsi il capo. Non amano le scorciatoie, preferiscono il merito alla raccomandazione. I secondi, invece, grazie ad un’abile opera di servaggio e a qualche santo (o arbitro) in Paradiso, ottengono il massimo risultato con il minimo sforzo, spesso anche immeritatamente. E, dopo aver intascato il ricco bonus, deridono i primi, usando espressioni tipo “per il divertimento esiste il circo”.

Ecco. A me i primi sembrano terribilmente somiglianti al Napoli e i secondi alla Juventus.

Oddio. Sarà forse per questo che il ministro Poletti ha invitato i giovani a giocare a calcetto piuttosto che a mandare curricula?

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Passione Insanapoli 26. La solitudine del povero Gonzalo.

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Aspettando Napoli – Juventus, il dramma del povero Gonzalo.

In genere la settimana che precede Napoli – Juventus ha tutto un altro mood. Ma stavolta sono stata bravissima nel fare astrazione mentale nonostante ci fosse abbondanza di materiale per il gossip più spinto.

Prima di tutto il ritorno di Higuain, che ha assunto contorni molto meno cruenti di quelli immaginati a luglio. Poi lo schiaffo morale inflitto ad Allegri dalla Panchina d’Oro a Sarri. Ancora, l’inchiesta sui presunti legami tra Andrea Agnelli e gli ultrà legati alla ‘ndrangheta.

Insomma, avrei potuto sparare liberamente sulla Croce Rossa e trarne pure una certa soddisfazione.

Invece niente. Ho semplicemente rimosso il pensiero delle ben due partite che ci attendono e dormito bene comunque.

Fino a stamattina. Quando la radio mi ha scaraventato violentemente sulla terra citando, tra le notizie del giorno, il match di domenica sera. Addirittura, l’annuncio del ritorno di Higuain a Napoli da avversario si è meritato un posto d’onore tra le dichiarazioni di Carminati al processo su Mafia Capitale e le ritorsioni di Trump contro l’Europa per l’onta subita dai bistecconi made in USA.

Intanto mi è andato di traverso il caffè. E questo, ne sono sicura, già pregiudica il mio umore di oggi nonostante sia venerdì.

Poi mi ha indotto a riflettere sulla circostanza che sia stata io a sottovalutare colpevolmente la portata dell’evento. Dopotutto, potrei aver peccato di superficialità e pressapochismo nell’essermi concentrata sulla barbarie di Alatri, sulle dichiarazioni di Poletti e sull’annunciata riapertura delle miniere di carbone da parte di Trump, quando la vera, unica, sola notizia degna di questo nome era il ritorno di Higuain a Napoli da avversario.

E non solo, aggiungerei. Perché il giornale radio della RAI ha anche precisato che Dybala non è in condizione e Mandzukic è ko. Quindi il povero cucciolo potrebbe dover affrontare il Napoli da solo.

Ma ci rendiamo conto? Abbiamo sguazzato per giorni nel fango di efferati delitti, dichiarazioni vergognose, provvedimenti che gridano vendetta mentre a Torino si consumava questa tragedia. Il povero Gonzalo Gerardo lasciato solo ad affrontare la folla inferocita di un’arena che brama solo il suo sangue.

Io a questo punto chiedo pubblicamente a Mentana di dedicare una delle sue maratone al tema. E invito tutti a passarsi una mano sulla coscienza e aderire al flash mob “Adotta un Gonzalo anche tu” per farlo sentire di nuovo a casa. Chiedo, inoltre, a Insigne e Mertens di fargli qualche assist dei loro in memoria dei “bei tempi che furono” e ad Albiol di accantonare i vecchi rancori e, serenamente, “scansarsi”. Gli esempi in Serie A non mancano, caso mai volesse prendere ispirazione.

Lo stesso appello “Regala un rigore alla Juventus” che ha ironicamente occupato il web nelle ultime settimane assume tutto un altro sapore e diventa, a questo punto, un atto dovuto. Ma in questo caso direi che conta poco il numero di firmatari perché, per fortuna, la classe arbitrale è assolutamente integra e intransigente e difficilmente si fa condizionare dalla volontà popolare.

Quindi, bando alle ciance, dimentichiamo la visita del Papa e le celebrazioni dei Trattati di Roma, perché questo week end succede qualcosa di molto più rilevante. Qualcosa che può rendere tutti noi protagonisti della Storia. Qualcosa che finalmente potrebbe rendere l’Italia un Paese unito, coeso nel raggiungimento dell’obiettivo comune: stringiamoci forte intorno a Gonzalo.

Ma molto, forte, eh.

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Passione Insanapoli 25. La profezia di Celestino.

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Parafrasando Claudio Amendola (precipitato nella mia stima da quando si è messo a fare pubblicità al gioco d’azzardo), io non sono membro della più grande comunità di scommettitori on line del mondo, ma faccio parte, in compenso, della più piccola comunità di pessimisti che la storia ricordi.

Un mio caro amico ogni anno, in una notte di fine estate, là dove il mare luccica e tira forte il vento davanti a uno spaghetto con le vongole e al Golfo di Sorrento (in un’atmosfera, quindi, che già di per sé dovrebbe evocare solo pensieri positivi) effettua quella che io chiamo “La profezia di Celestino”.

Preciso di non aver mai letto il libro, ma il titolo mi sembra perfetto per descrivere l’ineluttabilità di un dramma che, puntualmente, si consuma.

I primi spaghetti filano infatti lisci, tra amenità varie e considerazioni semiserie sulla stagione calcistica che ci attende.

In genere, trattandosi di fine agosto, il lutto per la cessione del capocannoniere in carica e del miglior giovane di prospettiva della squadra è stato più o meno elaborato e ci ritroviamo a fare i conti al massimo con gli strascichi di amarezza e delusione che una politica incentrata sulle clausole rescissorie inevitabilmente lascia dietro di sé.

A volte siamo addirittura galvanizzati dai rimpiazzi, come è avvenuto l’anno in cui Quagliarella è stato sostituito da Cavani e, ancora di più, quando Cavani è stato sostituito da Higuain.

Insomma, sono gli ultimi scampoli d’estate, siamo distesi e abbronzati, pieni di progetti per l’anno che sta per cominciare – perché, non importa da quanto tempo tu abbia terminato gli studi, l’anno è sempre, rigorosamente, accademico e inizia da settembre – io sto per intingere un ragguardevole pezzo di pane cafone nel sauté  e osservo nostalgica le lampare all’orizzonte, quando lui con studiato sadismo pronuncia la fatidica frase “quest’anno con il Napoli ci divertiremo molto, ma non vinceremo niente“.

Come rovinare non una cena e neanche una serata, ma un’intera estate in un attimo.

Non pago, lo scellerato Nostradamus si lancia in un’articolata analisi dei motivi per i quali quello alle porte “non è mai l’anno buono”.

Devo confessare che, dopo i primi, deboli tentativi di obiettare alle sue argomentazioni, dopo un po’ la mia mente comincia a vagare e, ricordando che ogni anno ha sempre nefastamente fatto centro, inizia a ripetere come un mantra “l’ha detto anche quest’anno, l’ha detto anche quest’anno, l’ha detto anche quest’anno…” .

Manco a dire che una soluzione potrebbe essere quella che di abolire la cena agostana, perché la profezia si fa largo a spallate tra messaggi, telefonate, post e addirittura sogni premonitori a volte.

Per dare un’idea della potenza delle sue previsioni, dico solo che quest’anno aveva anticipato l’esonero di Ranieri quando ancora era considerato il Re d’Inghilterra. Ho fondato motivo di ritenere che ci abbia anche speculato su, il piccolo sciacallo.

Purtroppo non è l’unico, tra le persone a me vicine, caratterizzato da un simile contagioso ottimismo.

Mia madre, infatti, alla vigilia di ogni partita, annuncia che “Sarri è molto pessimista” (lui!!!) e che la squadra da affrontare è sempre “la più insidiosa del campionato” oppure “la peggiore che potessimo incontrare” nel particolare momento in cui la incontriamo o, ancora, che “non abbiamo mai vinto sul campo dell’Empoli” e che “l’Atalanta ha solo tre punti meno di noi“.

Per non parlare del “rischio che i giocatori sottovalutino gli avversari” o “prendano sottogamba la partita” sempre dietro l’angolo.

E “la depressione per essere usciti dalla Champion’s League” dove la mettiamo? E “il jet lag (il più lungo della storia) di Koulibaly dopo la Coppa D’Africa”?

Non parliamo poi dell'”età media troppo acerba” e dell'”assenza di un grande vecchio capace di fare spogliatoio” oltre che della “testa già alle nazionali”.

Tutti motivi non semplicemente suscettibili di inficiare il risultato, bensì cause certe di  una ignominiosa sconfitta.

Per fortuna che le sue profezie in genere non si avverano ma, addirittura, a volte portano bene, tanto da meritare di essere ascritte al campo della scaramanzia.

Oggi, per esempio, aveva previsto una disastrosa debacle – perché, appunto, Sarri era molto pessimista e non avevamo mai vinto sul campo dell’Empoli – e invece ci stiamo gustando tre zeppole di San Giuseppe con particolare soddisfazione (anche perché stavano per scipparcele presentandoci un Maccarone).

E non ho ancora sentito Celestino, oggi.

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Passione Insanapoli 21. Lacrime di coccodrillo e lacrime di Quagliarella.

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E’ tempo di riabilitazioni.

Dopo aver rivalutato Cavani e addirittura implorato per averlo di nuovo a Napoli, sono bastate le lacrime di Quagliarella per scatenare le nostre, di coccodrillo, per il trattamento riservato al Fabio oggetto di stalking.

Ancora un po’ e il 2 aprile accoglieremo Higuain con un lancio di petali di rose.

Dopodiché busseranno alla porta Altafini, Mazzarri e Yanina Screpante (fidanzata di Lavezzi) che con i partenopei hanno ancora un conto aperto.

Perché noi napoletani non siamo equilibrati in niente, figuriamoci nella gestione delle emozioni.

Basta che ci lancino anche solo una mezza carota per farci dimenticare tutte le bastonate prese. E, anche quando perdoniamo, non lo facciamo nel chiuso della nostra anima e della nostra casa, ma privilegiamo il gesto plateale.

Siccome scontiamo un senso di colpa atavico, l’espiazione deve essere pubblica che più pubblica non si può.

Non mi stupirei, quindi, se, dopo aver saputo che Bonucci per scusarsi con Allegri ha offerto una cena a tutta la squadra, decidessimo di farci perdonare da Quagliarella pagandogli una settimana in un villaggio vacanze.

Nel caso in cui l’irreparabile accada e venga aperta la colletta, suggerirei di investire i soldi raccolti in una seduta collettiva dal Crepet di turno. Così, tanto per imparare ad amare (e odiare) in modo normale.

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Passione Insanapoli 14. Anche i Callejon, nel loro piccolo, si incazzano

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Il 2017 comincia con qualche certezza in più.

Prima di tutto, che anche i Callejon nel loro piccolo si incazzano. Che poi, magari, la sua non era neanche un’incazzatura, ma stanchezza. Perciò, dopo aver provato a farsi espellere con una schiacciata degna di Mila & Shiro, e non esserci riuscito, ha tentato l’extrema ratio: il calcio all’avversario.

E poiché lui, nella generale barbarie calcistica, spicca come un piccolo lord del campo, tutto cuore, sangue e fair play, riga di lato annessa, tutti a chiedersi “ma è impazzito Callejon”? “Ma cosa gli è preso?”.

Si attende la puntata speciale di Porta a porta dedicata al tema con tanto di plastico teso a ricostruire gli eventi e intervista a Paolo Crepet volta a psicanalizzare il comportamento di Josè Maria partendo dai traumi infantili subiti in quel di Motril.

Quando poi, invece di scomodare Freud, sarebbe forse più utile chiedersi se non sia semplicemente stanco e il suo gesto non sia stato, piuttosto, un messaggio inequivocabile a Sarri, del tipo: “Me siento stanco, querrìa estar en casa venerdì e pensar a quando retornerò a Madrid el 15 de febrero“.

Dopotutto, in un mondo in cui tutti siamo considerati necessari ma non indispensabili, proviamo a metterci nei panni di chi indispensabile lo è davvero: è una bella responsabilità, se non un macigno vero e proprio.

Non so come si dica in spagnolo, ma sono alquanto convinta che lo stato d’animo di Callejon e Albiol, in vista del ritorno al Santiago Bernabeu, ma nello spogliatoio sbagliato, possa essere sintetizzata nell’espressione napoletana “o fridd ‘n cuoll” che, del resto, accomuna anche i tifosi non spagnoli in questo preciso momento.

Comunque, oggi siamo tutti più soddisfatti perché se perfino Callejon perde le staffe, da domani siamo giustificati a prendere a calci il collega molesto e a coprire di improperi e insulti chi ci taglia la strada. Con buona pace di Bruno Vespa e di Crepet.

La seconda certezza di questo inizio anno è che Tonelli rende meglio come attaccante che come difensore. Infatti ieri non c’era perché il tridente era completo e in seconda posizione sgomitavano Pavoletti e Milik.

Che poi a sostituire Zielinski sia entrato Giaccherini fa parte dell’imperscrutabilità di certe decisioni calcistiche nelle quali preferiamo non addentrarci.

Del resto, sarebbe stato anche rischioso chiedere ieri a Sarri di dare conto delle sue scelte, dopo che aveva elegantemente mandato a quel paese in diretta televisiva sia Gabbiadini che Raiola. Insomma, tutti calmi ieri sera. E meno male che avevamo vinto 7-1. Non oso immaginare gli animi nel caso di una vittoria risicata  o, peggio, di uno stitico pareggio. Sarebbero volati stracci che manco in Campigdoglio.

L’ulteriore certezza è che Koulibaly va ricoperto d’oro e supplicato a restare per sempre a Napoli. Nel caso questi mezzi di persuasione non funzionassero, va sequestrato o ricattato ma, in ogni caso, tenuto.

Perché, abbiamo capito e apprezzato che Maksimovic abbia sfidato il terrorismo internazionale e, soprattutto, l’ira funesta di Mihajilovic – uno che, tanto per dire, vanta nella propria selezionata cerchia di amici un certo Arkan, capo delle omonime “tigri” – per venire da noi, ma la gratitudine va bene fino a un certo punto. In particolare, si ferma laddove il difensore non ferma l’avversario prima della porta.

Quarta certezza: l’Ommità Ritrovata. Nel caso di Pepe Reina, è proprio il caso di dire che “oltre alle mutande (Intimissimi) c’è di più” e se ne è accorto anche il povero Destro.

Quinta certezza: pensavo fosse una prerogativa del periodo napoletano e invece no. Donadoni non si toglierà mai quell’espressione da capro espiatorio suo malgrado. Da agnello sacrificale, vittima di un gioco più grande di lui e nel quale è finito contro la sua volontà. Come se gli avessero imposto di fare il calciatore prima e l’allenatore poi, mentre lui avrebbe voluto intraprendere la carriera di medico condotto. Sarei curiosa di vedere  almeno una foto in cui Donadoni sorride…così, giusto per valutarne l’integrità della dentatura.

Ho volutamente omesso Ciro e Marekiaro, perché loro, una certezza, lo sono da sempre. Quanto meno da quando, a dispetto delle origini nordiche e a scuorno  dei calienti sudamericani, sono diventati due scugnizzi veri e propri.

 

 

 

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Passione Insanapoli 12. Ode al Belgio, patria dei Puffi e di Dries Mertens

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Dopo Napoli – Torino è diventato doveroso riabilitare il Belgio.

Eh si, perché nonostante i tragici limiti dimostrati dalle sue forze dell’ordine e dalla sua intelligence durante i terribili attentati di quest’anno, gli va riconosciuto il merito di aver partorito il cioccolato Godiva, i Puffi e, soprattutto, lui: Dries Mertens.

E quest’affermazione presterebbe il fianco a facili battute, data l’altezza di Dries, se non fosse che durante la partita di ieri sembrava piuttosto (il gatto) Birba e il quarto gol segnato è stata una prodezza degna di Gargamella (il mago).

Altro che Puffo, dunque. Dries è un gigante. E non (solo) per i gol realizzati che, sia detto per inciso, sono ad oggi gli stessi di Higuain, quanto per l’amore mai sbandierato a parole ma dimostrato con i fatti verso Napoli e i napoletani.

Lui, che postava foto del golfo e di Positano due giorni dopo essere arrivato. Lui, che bacia la maglia come se stesse baciando la fidanzata (si, il trasporto si vede anche dalle riprese sul campo). Lui che ha ribaltato tutte le nostre (le mie di sicuro) convinzioni sui belgi: che fossero neri e baffuti come Poirot e freddi come l’inverno a Bruxelles. Lui, che fa i miracoli se si accorge che San Gennaro non ha voglia.

Ieri, poi, nei confronti trasmessi a ripetizione tra il suo gol e quello di Higuain per decretare quale fosse il più bello (e, sempre per inciso, ha vinto lui), l’argentino mi è apparso improvvisamente ridicolo, con quell’imperdonabile riporto, i denti gialli e lo sguardo insincero di chi, per vincere qualcosa, si venderebbe pure la madre.

Quindi Dries, pardon, Ciro (come lo ha ribattezzato Pepe Reina) ha un altro, ulteriore, merito per me: quello di avermi liberato dalla sottile tristezza, mista a nostalgia, che mi assaliva ogni volta che vedevo Higuain immortalato nella sua maglia zebrata.

E adesso non ci resta che promuovere la petizione per farlo dichiarare ufficialmente “patrimonio di Napoli” insieme al Golfo e al Vesuvio.

Tanto la cartolina c’è già. E, manco a dirlo, l’ha pubblicata lui:

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Passione Insanapoli 11. Dopo Benfica – Napoli diamo i numeri

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Stavolta diamo i numeri:

10. Alla professionalità della Dinamo Kiev. Altro che il biscotto all’italiana. E speriamo che un’altra Dinamo ne segua l’esempio.

9. All’ottimismo di Piccinini che ha cominciato a parlare di qualificazione certa al decimo del primo tempo. E intanto mezza tifoseria si grattava a sangue.

8. Alle autoreggenti dei giocatori del Napoli. Chissà…magari hanno distratto i calienti portoghesi.

7. All’arteteca di Callejon, sempre più napoletano.

6. All’outfit di Reina modello Titti (dopo una cura di anabolizzanti).

5. Al collo tatuato del portiere del Benfica, gemello diverso di Fedez.

4. Agli auspici di Nina Moric (che ci ha secciato senza motivo).

3. A Miccoli che scommetteva in tribuna, come se non ci bastasse Amendola.

2. Come i gol segnati dal Napoli.

  1. No, non come il gol subito…ma perché SIAMO PRIMI NEL GIRONE!

Grazie di cuore, ragazzi irresistibili!

 

 

 

 

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