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Passione Insanapoli 28. Il talento non paga (quasi) mai.

 

Le ultime partite ci hanno dimostrato che, nel calcio come nella vita, il talento non paga (quasi) mai. Non in questo Paese (e in questo campionato), almeno, che premia i cinici, i furbi e i raccomandati. Ai bravi e virtuosi spetta, inevitabilmente, la pacca sulla spalla e il cucchiaio di legno.

Prendiamo la Juventus. Ha, furbescamente, fatto catenaccio con il Napoli in campionato, riuscendo a pareggiare al San Paolo e conservando le energie per la Champion’s League. Ha, immeritatamente, vinto in Coppa Italia grazie all’arbitraggio scandaloso della partita di andata che le ha permesso di perdere 3-2 e passare comunque. E siccome la fortuna, ormai è evidente, non aiuta gli audaci, ha pure incontrato il peggior Barcellona degli ultimi anni: tiri alle stelle che manco Inler, passaggi sbagliati che nemmeno il Napoli di Aronica e Britos, Messi che ciondolava imbelle sul campo, Suarez che per l’occasione ha “stretto i denti” e non per modo di dire, l’allenatore già pronto per una nuova avventura e i compagni di squadra che manco si guardavano in faccia.

E te pareva.

Senza nulla togliere, ovviamente, alla bellezza dei gol di Dybala e della parata di Buffon, che però contro un’altra squadra (che so, il Real Madrid n.d.r.) non so se avrebbero goduto dello stesso fulgore.

Prendiamo, poi, il Napoli. Ha giocato (e fatto divertire) nelle due partite contro la Juventus, in cui avrebbe strameritato di vincere e passare il turno di Coppa Italia, rimediando solo le lodi sperticate dei commentatori sportivi, tristemente evocative della pacca sulla spalla che ci viene rifilata sul lavoro ogni volta che osiamo chiedere un aumento di stipendio.

Insomma, zero tituli.

Perché, nel calcio come nella vita, ci sono quelli “da pacca” e “quelli da bonus”.

I primi, in genere, sono bravi, affidabili, talentuosi ma non sanno o non vogliono arruffianarsi il capo. Non amano le scorciatoie, preferiscono il merito alla raccomandazione. I secondi, invece, grazie ad un’abile opera di servaggio e a qualche santo (o arbitro) in Paradiso, ottengono il massimo risultato con il minimo sforzo, spesso anche immeritatamente. E, dopo aver intascato il ricco bonus, deridono i primi, usando espressioni tipo “per il divertimento esiste il circo”.

Ecco. A me i primi sembrano terribilmente somiglianti al Napoli e i secondi alla Juventus.

Oddio. Sarà forse per questo che il ministro Poletti ha invitato i giovani a giocare a calcetto piuttosto che a mandare curricula?

Passione Insanapoli 26. La solitudine del povero Gonzalo.

Aspettando Napoli – Juventus, il dramma del povero Gonzalo.

In genere la settimana che precede Napoli – Juventus ha tutto un altro mood. Ma stavolta sono stata bravissima nel fare astrazione mentale nonostante ci fosse abbondanza di materiale per il gossip più spinto.

Prima di tutto il ritorno di Higuain, che ha assunto contorni molto meno cruenti di quelli immaginati a luglio. Poi lo schiaffo morale inflitto ad Allegri dalla Panchina d’Oro a Sarri. Ancora, l’inchiesta sui presunti legami tra Andrea Agnelli e gli ultrà legati alla ‘ndrangheta.

Insomma, avrei potuto sparare liberamente sulla Croce Rossa e trarne pure una certa soddisfazione.

Invece niente. Ho semplicemente rimosso il pensiero delle ben due partite che ci attendono e dormito bene comunque.

Fino a stamattina. Quando la radio mi ha scaraventato violentemente sulla terra citando, tra le notizie del giorno, il match di domenica sera. Addirittura, l’annuncio del ritorno di Higuain a Napoli da avversario si è meritato un posto d’onore tra le dichiarazioni di Carminati al processo su Mafia Capitale e le ritorsioni di Trump contro l’Europa per l’onta subita dai bistecconi made in USA.

Intanto mi è andato di traverso il caffè. E questo, ne sono sicura, già pregiudica il mio umore di oggi nonostante sia venerdì.

Poi mi ha indotto a riflettere sulla circostanza che sia stata io a sottovalutare colpevolmente la portata dell’evento. Dopotutto, potrei aver peccato di superficialità e pressapochismo nell’essermi concentrata sulla barbarie di Alatri, sulle dichiarazioni di Poletti e sull’annunciata riapertura delle miniere di carbone da parte di Trump, quando la vera, unica, sola notizia degna di questo nome era il ritorno di Higuain a Napoli da avversario.

E non solo, aggiungerei. Perché il giornale radio della RAI ha anche precisato che Dybala non è in condizione e Mandzukic è ko. Quindi il povero cucciolo potrebbe dover affrontare il Napoli da solo.

Ma ci rendiamo conto? Abbiamo sguazzato per giorni nel fango di efferati delitti, dichiarazioni vergognose, provvedimenti che gridano vendetta mentre a Torino si consumava questa tragedia. Il povero Gonzalo Gerardo lasciato solo ad affrontare la folla inferocita di un’arena che brama solo il suo sangue.

Io a questo punto chiedo pubblicamente a Mentana di dedicare una delle sue maratone al tema. E invito tutti a passarsi una mano sulla coscienza e aderire al flash mob “Adotta un Gonzalo anche tu” per farlo sentire di nuovo a casa. Chiedo, inoltre, a Insigne e Mertens di fargli qualche assist dei loro in memoria dei “bei tempi che furono” e ad Albiol di accantonare i vecchi rancori e, serenamente, “scansarsi”. Gli esempi in Serie A non mancano, caso mai volesse prendere ispirazione.

Lo stesso appello “Regala un rigore alla Juventus” che ha ironicamente occupato il web nelle ultime settimane assume tutto un altro sapore e diventa, a questo punto, un atto dovuto. Ma in questo caso direi che conta poco il numero di firmatari perché, per fortuna, la classe arbitrale è assolutamente integra e intransigente e difficilmente si fa condizionare dalla volontà popolare.

Quindi, bando alle ciance, dimentichiamo la visita del Papa e le celebrazioni dei Trattati di Roma, perché questo week end succede qualcosa di molto più rilevante. Qualcosa che può rendere tutti noi protagonisti della Storia. Qualcosa che finalmente potrebbe rendere l’Italia un Paese unito, coeso nel raggiungimento dell’obiettivo comune: stringiamoci forte intorno a Gonzalo.

Ma molto, forte, eh.

Passione Insanapoli 25. La profezia di Celestino.

Parafrasando Claudio Amendola (precipitato nella mia stima da quando si è messo a fare pubblicità al gioco d’azzardo), io non sono membro della più grande comunità di scommettitori on line del mondo, ma faccio parte, in compenso, della più piccola comunità di pessimisti che la storia ricordi.

Un mio caro amico ogni anno, in una notte di fine estate, là dove il mare luccica e tira forte il vento davanti a uno spaghetto con le vongole e al Golfo di Sorrento (in un’atmosfera, quindi, che già di per sé dovrebbe evocare solo pensieri positivi) effettua quella che io chiamo “La profezia di Celestino”.

Preciso di non aver mai letto il libro, ma il titolo mi sembra perfetto per descrivere l’ineluttabilità di un dramma che, puntualmente, si consuma.

I primi spaghetti filano infatti lisci, tra amenità varie e considerazioni semiserie sulla stagione calcistica che ci attende.

In genere, trattandosi di fine agosto, il lutto per la cessione del capocannoniere in carica e del miglior giovane di prospettiva della squadra è stato più o meno elaborato e ci ritroviamo a fare i conti al massimo con gli strascichi di amarezza e delusione che una politica incentrata sulle clausole rescissorie inevitabilmente lascia dietro di sé.

A volte siamo addirittura galvanizzati dai rimpiazzi, come è avvenuto l’anno in cui Quagliarella è stato sostituito da Cavani e, ancora di più, quando Cavani è stato sostituito da Higuain.

Insomma, sono gli ultimi scampoli d’estate, siamo distesi e abbronzati, pieni di progetti per l’anno che sta per cominciare – perché, non importa da quanto tempo tu abbia terminato gli studi, l’anno è sempre, rigorosamente, accademico e inizia da settembre – io sto per intingere un ragguardevole pezzo di pane cafone nel sauté  e osservo nostalgica le lampare all’orizzonte, quando lui con studiato sadismo pronuncia la fatidica frase “quest’anno con il Napoli ci divertiremo molto, ma non vinceremo niente“.

Come rovinare non una cena e neanche una serata, ma un’intera estate in un attimo.

Non pago, lo scellerato Nostradamus si lancia in un’articolata analisi dei motivi per i quali quello alle porte “non è mai l’anno buono”.

Devo confessare che, dopo i primi, deboli tentativi di obiettare alle sue argomentazioni, dopo un po’ la mia mente comincia a vagare e, ricordando che ogni anno ha sempre nefastamente fatto centro, inizia a ripetere come un mantra “l’ha detto anche quest’anno, l’ha detto anche quest’anno, l’ha detto anche quest’anno…” .

Manco a dire che una soluzione potrebbe essere quella che di abolire la cena agostana, perché la profezia si fa largo a spallate tra messaggi, telefonate, post e addirittura sogni premonitori a volte.

Per dare un’idea della potenza delle sue previsioni, dico solo che quest’anno aveva anticipato l’esonero di Ranieri quando ancora era considerato il Re d’Inghilterra. Ho fondato motivo di ritenere che ci abbia anche speculato su, il piccolo sciacallo.

Purtroppo non è l’unico, tra le persone a me vicine, caratterizzato da un simile contagioso ottimismo.

Mia madre, infatti, alla vigilia di ogni partita, annuncia che “Sarri è molto pessimista” (lui!!!) e che la squadra da affrontare è sempre “la più insidiosa del campionato” oppure “la peggiore che potessimo incontrare” nel particolare momento in cui la incontriamo o, ancora, che “non abbiamo mai vinto sul campo dell’Empoli” e che “l’Atalanta ha solo tre punti meno di noi“.

Per non parlare del “rischio che i giocatori sottovalutino gli avversari” o “prendano sottogamba la partita” sempre dietro l’angolo.

E “la depressione per essere usciti dalla Champion’s League” dove la mettiamo? E “il jet lag (il più lungo della storia) di Koulibaly dopo la Coppa D’Africa”?

Non parliamo poi dell'”età media troppo acerba” e dell'”assenza di un grande vecchio capace di fare spogliatoio” oltre che della “testa già alle nazionali”.

Tutti motivi non semplicemente suscettibili di inficiare il risultato, bensì cause certe di  una ignominiosa sconfitta.

Per fortuna che le sue profezie in genere non si avverano ma, addirittura, a volte portano bene, tanto da meritare di essere ascritte al campo della scaramanzia.

Oggi, per esempio, aveva previsto una disastrosa debacle – perché, appunto, Sarri era molto pessimista e non avevamo mai vinto sul campo dell’Empoli – e invece ci stiamo gustando tre zeppole di San Giuseppe con particolare soddisfazione (anche perché stavano per scipparcele presentandoci un Maccarone).

E non ho ancora sentito Celestino, oggi.

Passione Insanapoli 21. Lacrime di coccodrillo e lacrime di Quagliarella.

E’ tempo di riabilitazioni.

Dopo aver rivalutato Cavani e addirittura implorato per averlo di nuovo a Napoli, sono bastate le lacrime di Quagliarella per scatenare le nostre, di coccodrillo, per il trattamento riservato al Fabio oggetto di stalking.

Ancora un po’ e il 2 aprile accoglieremo Higuain con un lancio di petali di rose.

Dopodiché busseranno alla porta Altafini, Mazzarri e Yanina Screpante (fidanzata di Lavezzi) che con i partenopei hanno ancora un conto aperto.

Perché noi napoletani non siamo equilibrati in niente, figuriamoci nella gestione delle emozioni.

Basta che ci lancino anche solo una mezza carota per farci dimenticare tutte le bastonate prese. E, anche quando perdoniamo, non lo facciamo nel chiuso della nostra anima e della nostra casa, ma privilegiamo il gesto plateale.

Siccome scontiamo un senso di colpa atavico, l’espiazione deve essere pubblica che più pubblica non si può.

Non mi stupirei, quindi, se, dopo aver saputo che Bonucci per scusarsi con Allegri ha offerto una cena a tutta la squadra, decidessimo di farci perdonare da Quagliarella pagandogli una settimana in un villaggio vacanze.

Nel caso in cui l’irreparabile accada e venga aperta la colletta, suggerirei di investire i soldi raccolti in una seduta collettiva dal Crepet di turno. Così, tanto per imparare ad amare (e odiare) in modo normale.

Passione Insanapoli 14. Anche i Callejon, nel loro piccolo, si incazzano

Il 2017 comincia con qualche certezza in più.

Prima di tutto, che anche i Callejon nel loro piccolo si incazzano. Che poi, magari, la sua non era neanche un’incazzatura, ma stanchezza. Perciò, dopo aver provato a farsi espellere con una schiacciata degna di Mila & Shiro, e non esserci riuscito, ha tentato l’extrema ratio: il calcio all’avversario.

E poiché lui, nella generale barbarie calcistica, spicca come un piccolo lord del campo, tutto cuore, sangue e fair play, riga di lato annessa, tutti a chiedersi “ma è impazzito Callejon”? “Ma cosa gli è preso?”.

Si attende la puntata speciale di Porta a porta dedicata al tema con tanto di plastico teso a ricostruire gli eventi e intervista a Paolo Crepet volta a psicanalizzare il comportamento di Josè Maria partendo dai traumi infantili subiti in quel di Motril.

Quando poi, invece di scomodare Freud, sarebbe forse più utile chiedersi se non sia semplicemente stanco e il suo gesto non sia stato, piuttosto, un messaggio inequivocabile a Sarri, del tipo: “Me siento stanco, querrìa estar en casa venerdì e pensar a quando retornerò a Madrid el 15 de febrero“.

Dopotutto, in un mondo in cui tutti siamo considerati necessari ma non indispensabili, proviamo a metterci nei panni di chi indispensabile lo è davvero: è una bella responsabilità, se non un macigno vero e proprio.

Non so come si dica in spagnolo, ma sono alquanto convinta che lo stato d’animo di Callejon e Albiol, in vista del ritorno al Santiago Bernabeu, ma nello spogliatoio sbagliato, possa essere sintetizzata nell’espressione napoletana “o fridd ‘n cuoll” che, del resto, accomuna anche i tifosi non spagnoli in questo preciso momento.

Comunque, oggi siamo tutti più soddisfatti perché se perfino Callejon perde le staffe, da domani siamo giustificati a prendere a calci il collega molesto e a coprire di improperi e insulti chi ci taglia la strada. Con buona pace di Bruno Vespa e di Crepet.

La seconda certezza di questo inizio anno è che Tonelli rende meglio come attaccante che come difensore. Infatti ieri non c’era perché il tridente era completo e in seconda posizione sgomitavano Pavoletti e Milik.

Che poi a sostituire Zielinski sia entrato Giaccherini fa parte dell’imperscrutabilità di certe decisioni calcistiche nelle quali preferiamo non addentrarci.

Del resto, sarebbe stato anche rischioso chiedere ieri a Sarri di dare conto delle sue scelte, dopo che aveva elegantemente mandato a quel paese in diretta televisiva sia Gabbiadini che Raiola. Insomma, tutti calmi ieri sera. E meno male che avevamo vinto 7-1. Non oso immaginare gli animi nel caso di una vittoria risicata  o, peggio, di uno stitico pareggio. Sarebbero volati stracci che manco in Campigdoglio.

L’ulteriore certezza è che Koulibaly va ricoperto d’oro e supplicato a restare per sempre a Napoli. Nel caso questi mezzi di persuasione non funzionassero, va sequestrato o ricattato ma, in ogni caso, tenuto.

Perché, abbiamo capito e apprezzato che Maksimovic abbia sfidato il terrorismo internazionale e, soprattutto, l’ira funesta di Mihajilovic – uno che, tanto per dire, vanta nella propria selezionata cerchia di amici un certo Arkan, capo delle omonime “tigri” – per venire da noi, ma la gratitudine va bene fino a un certo punto. In particolare, si ferma laddove il difensore non ferma l’avversario prima della porta.

Quarta certezza: l’Ommità Ritrovata. Nel caso di Pepe Reina, è proprio il caso di dire che “oltre alle mutande (Intimissimi) c’è di più” e se ne è accorto anche il povero Destro.

Quinta certezza: pensavo fosse una prerogativa del periodo napoletano e invece no. Donadoni non si toglierà mai quell’espressione da capro espiatorio suo malgrado. Da agnello sacrificale, vittima di un gioco più grande di lui e nel quale è finito contro la sua volontà. Come se gli avessero imposto di fare il calciatore prima e l’allenatore poi, mentre lui avrebbe voluto intraprendere la carriera di medico condotto. Sarei curiosa di vedere  almeno una foto in cui Donadoni sorride…così, giusto per valutarne l’integrità della dentatura.

Ho volutamente omesso Ciro e Marekiaro, perché loro, una certezza, lo sono da sempre. Quanto meno da quando, a dispetto delle origini nordiche e a scuorno  dei calienti sudamericani, sono diventati due scugnizzi veri e propri.

 

 

 

Passione Insanapoli 12. Ode al Belgio, patria dei Puffi e di Dries Mertens

Dopo Napoli – Torino è diventato doveroso riabilitare il Belgio.

Eh si, perché nonostante i tragici limiti dimostrati dalle sue forze dell’ordine e dalla sua intelligence durante i terribili attentati di quest’anno, gli va riconosciuto il merito di aver partorito il cioccolato Godiva, i Puffi e, soprattutto, lui: Dries Mertens.

E quest’affermazione presterebbe il fianco a facili battute, data l’altezza di Dries, se non fosse che durante la partita di ieri sembrava piuttosto (il gatto) Birba e il quarto gol segnato è stata una prodezza degna di Gargamella (il mago).

Altro che Puffo, dunque. Dries è un gigante. E non (solo) per i gol realizzati che, sia detto per inciso, sono ad oggi gli stessi di Higuain, quanto per l’amore mai sbandierato a parole ma dimostrato con i fatti verso Napoli e i napoletani.

Lui, che postava foto del golfo e di Positano due giorni dopo essere arrivato. Lui, che bacia la maglia come se stesse baciando la fidanzata (si, il trasporto si vede anche dalle riprese sul campo). Lui che ha ribaltato tutte le nostre (le mie di sicuro) convinzioni sui belgi: che fossero neri e baffuti come Poirot e freddi come l’inverno a Bruxelles. Lui, che fa i miracoli se si accorge che San Gennaro non ha voglia.

Ieri, poi, nei confronti trasmessi a ripetizione tra il suo gol e quello di Higuain per decretare quale fosse il più bello (e, sempre per inciso, ha vinto lui), l’argentino mi è apparso improvvisamente ridicolo, con quell’imperdonabile riporto, i denti gialli e lo sguardo insincero di chi, per vincere qualcosa, si venderebbe pure la madre.

Quindi Dries, pardon, Ciro (come lo ha ribattezzato Pepe Reina) ha un altro, ulteriore, merito per me: quello di avermi liberato dalla sottile tristezza, mista a nostalgia, che mi assaliva ogni volta che vedevo Higuain immortalato nella sua maglia zebrata.

E adesso non ci resta che promuovere la petizione per farlo dichiarare ufficialmente “patrimonio di Napoli” insieme al Golfo e al Vesuvio.

Tanto la cartolina c’è già. E, manco a dirlo, l’ha pubblicata lui:

Passione Insanapoli 11. Dopo Benfica – Napoli diamo i numeri

Stavolta diamo i numeri:

10. Alla professionalità della Dinamo Kiev. Altro che il biscotto all’italiana. E speriamo che un’altra Dinamo ne segua l’esempio.

9. All’ottimismo di Piccinini che ha cominciato a parlare di qualificazione certa al decimo del primo tempo. E intanto mezza tifoseria si grattava a sangue.

8. Alle autoreggenti dei giocatori del Napoli. Chissà…magari hanno distratto i calienti portoghesi.

7. All’arteteca di Callejon, sempre più napoletano.

6. All’outfit di Reina modello Titti (dopo una cura di anabolizzanti).

5. Al collo tatuato del portiere del Benfica, gemello diverso di Fedez.

4. Agli auspici di Nina Moric (che ci ha secciato senza motivo).

3. A Miccoli che scommetteva in tribuna, come se non ci bastasse Amendola.

2. Come i gol segnati dal Napoli.

  1. No, non come il gol subito…ma perché SIAMO PRIMI NEL GIRONE!

Grazie di cuore, ragazzi irresistibili!

 

 

 

 

Passione Insanapoli 10. Prima di Napoli – Inter.

Ogni volta che si gioca Napoli – Inter mi ritorna in mente un episodio di qualche anno fa.

Durante un incontro di lavoro avevo conosciuto l’avvocato De Nicola, partner di un noto studio legale internazionale, molto conosciuto anche per le sue collaborazioni con alcune testate giornalistiche e, scoprii in quell’occasione, tifoso interista sfegatato.

Al termine della riunione annunciò che, come ogni anno, sarebbe partito alla volta di Napoli per assistere, dalla panchina, al match in virtù della parentela vantata con il medico della squadra azzurra, suo cugino di primo grado.

Ora. Ancora oggi io non so dare una spiegazione dignitosa a quello che dissi subito dopo aver appreso questa informazione.

Forse posso cercare un alibi nell’agitazione pre-partita. Forse dissi quello che dissi perché mentalmente distratta dall’idea di chiedergli un lasciapassare anche per me. Forse posso attribuire il tutto all’abitudine, che ho spesso, di parlare a vanvera, senza riflettere, pur di riempire un silenzio o una parentesi rosa tra le parole dell’interlocutore.

Perché, insomma, nonostante lui mi avesse detto che suo cugino era il medico del Napoli e, in più, io sapessi perfettamente che il medico del Napoli si chiamasse De Nicola per cui, anche volendo, sarebbe stato davvero difficile sbagliare, io esclamai, tronfia e soddisfatta: “quindi lei è il cugino del mitico Carmando” (che, per la cronaca, era il massaggiatore della squadra già dai tempi di Maradona), io proprio non me lo so spiegare.

Però l’espressione di stupore mista a commiserazione che passò sul suo volto mentre, con tono sommesso, ribadiva “no, io sono il cugino di De Nicola” mi viene in mente prima di ogni Napoli – Inter.

Quando, dal mio divano, me lo immagino assiso sulla panchina dove, se ci fosse una giustizia al mondo, dovrei trovarmi io.

Stasera, in particolare, me lo vedo seduto in panchina a raccogliere le confidenze di Rog e Tonelli un attimo prima che balzino in piedi a bestemmiare contro il passaggio, tecnicamente perfetto, di Goulham a Icardi.

Modererà l’esultanza per la prestazione della vita già ampiamente annunciata da Pioli e si dedicherà a risollevare il morale a Maksimovic probabilmente ricordandogli che se ha sfidato il terrorismo internazionale pur di approdare a Napoli un motivo valido ci sarà stato, pur non essendo esattamente quello di giocare, come magari pensava all’inizio.

Conforterà Gabbiadini subito dopo la sostituzione al 70° e darà il cinque a Insigne per i 18 spettacolari tiri a giro effettuati (e non entrati).

Speriamo non debba consolare nessuno per pali, traverse, scivolate o morsi subiti.

Soprattutto speriamo che continui a portare bene al Napoli, lì seduto in panchina, come avrà sempre pensato quel furbacchione del cugino medico.

 

Passione Insanapoli 9. Dopo Napoli – Sassuolo.

Troppo depressa per commentare (lucidamente).

Metti una sera una partita abbordabilissima. Un Insigne che sfiora la seconda doppietta consecutiva e un Callejon che sfiora il gol nel recupero, prendendo invece un palo netto. Un Gabbiadini che prova la rovesciata e un Cannavaro che si confonde sulla maglia che indossa e quasi quasi devia la palla vincente. Un Mertens che si scorda di essere ammonito e salta la prossima con l’Inter. Un dominio assoluto del Napoli e una beffa finale.

Metti tre punti che, all’improvviso, all’ottantaduesimo, diventano tragicamente uno. Come quando ti scippano le polpette dal piatto e tu rimani lì come un ebete a chiederti come sia potuto succedere.

Ecco, intitolerei il match di stasera la beffa della polpetta.

E se penso che ho addotto un appuntamento improcrastinabile dal medico  come scusa per fuggire anzitempo dall’ufficio, posso dire in tutta onestà che non ne è valsa la pena.

Già, ma il punto è: quando ne vale la pena ormai? Quando Reina fa il siparietto in mutande dagli spogliatoi nel pre-partita? Quando sul volto di Gabbiadini spunta l’ombra di un ghigno lontanamente paragonabile a un sorriso? Quando Insigne si ritinge i capelli e riesce a buttare dentro il decimo tiro a giro della partita?

Niente da fare. Sono troppo depressa per commentare.

Se vi va, fatelo voi.

Magari i vostri commenti mi tirano su…

 

Passione Insanapoli 8. Lettera a Babbo Natale (o ad Abramovich, tanto è uguale)

La buona notizia di oggi è che giochiamo solo lunedì. Abbiamo, quindi, tutto il tempo di metabolizzare la soporifera prestazione con la Dinamo Kiev e andare al cinema domani sera.

Detto questo, oggi vorrei dedicarmi a due appelli. Il primo è che qualcuno, a Torino, lanci un salvagente ad Higuain nel caso non sappia nuotare. Ipotesi neanche troppo remota considerando la dimestichezza con i tuffi esibita appena arrivato a Napoli (quando, per la cronaca, si schiantò su uno scoglio di Capri alla presenza di un basito Paolo Cannavaro).

Il secondo è rivolto direttamente a uno a scelta tra un emiro, un oligarca russo e un paperone cinese perché facciano a De Laurentiis un’offerta che non possa rifiutare.

Al diavolo il protezionismo e il campanilismo, il nazionalismo e lo sciovinismo, io bramo un presidente che compri Cavani così che anche i piccoli Bautista e Lucas si sentano meno soli, Lewandoski per facilitare il rientro di Milik almeno sotto il profilo linguistico, Zaza per vendicarci del gol realizzato a tradimento l’anno scorso facendolo ammuffire in panchina, Suarez per dare il morso fatale a Higuain, Lahm per convincere Hysaj che non è ancora pronto per il Real Madrid, Neuer così Reina può dedicarsi a tempo pieno alla campagna di Intimissimi con somma gioia delle tifose napoletane (e non solo) e Guardiola come secondo di Sarri.

Aspetto suggerimenti per la difesa prima di inviare la lettera a Babbo Natale.