Passione Insanapoli 20. La solita rapina senza passamontagna.

Che dire?

Che in questo caso non possiamo neanche comprarci un arsenale come Francesco Facchinetti.

Che chi dovrebbe garantire il rispetto delle regole è il primo nemico.

Che le collusioni e le connivenze sono tali e tante da rendere inutile qualunque strategia difensiva.

Che la RAI ha scandalosamente abdicato al suo ruolo di servizio pubblico.

Che i media in generale mostrano un asservimento e una sudditanza che manco in Corea del Nord.

Che loro non hanno né l’onestà intellettuale di riconoscere l’ennesimo ladrocinio, né la dignità di pretendere di vincere in  modo pulito.

Che il problema, evidentemente, non è Valeri, come non lo era Mazzoleni, ma tutta la classe arbitrale, indistintamente.

Che davvero al ritorno dovrebbe scendere in campo la Primavera, anche se dubito che coglierebbero il messaggio.

Che ringrazio le tifoserie avversarie per la solidarietà manifestata; quella dell’Inter, in particolare, memore dello scippo subito nel 1998.

Che la tentazione di non vedere più le partite è davvero forte e chissà che prima o poi non finisca per cederle.

Che Marotta e Agnelli che si abbracciano sugli spalti prima ancora che il rigore sia calciato sono davvero uno spettacolo patetico.

Che sarebbe opportuna una class action di tutte le squadre contro chi ha trasformato il campionato in una farsa.

Che questo non è calcio, non è sport, non è gioco, non è divertimento, ma purtroppo è lo squallido specchio di questo Paese.

Che…non ci sono più parole, davvero.

Passione Insanapoli 19. Prima di Juventus- Napoli

Aspettando, per l’ennesima volta, Juventus – Napoli, non ci resta che rivolgere un accorato appello alla Dea Bendata.

Non bastavano due partite all’anno. No, siamo condannati a incontrarli (e a intossicarci) ripetutamente.

Che poi, nonostante si dica che a Napoli diventino tutti dei BIG MATCH con annesse scene di isteria collettiva mentre a Torino ostenterebbero un’aria di asburgica superiorità, posso garantire che sono loro a parlarne in continuazione. Con modalità, per giunta, talmente contrarie a qualunque forma di scaramanzia da risultare imbarazzanti.

Io, purtroppo, sono circondata dal nemico, che mi impedisce con ogni mezzo di far finta che oggi sia un giorno qualunque.

La giornata è iniziata con il malriuscito tentativo di imbacuccarmi fino all’inverosimile per dribblare il vicino di casa che già all’indomani della partita con il Real Madrid mi fermò per manifestarmi il suo cordoglio perché “avrebbe tanto voluto una finale Juventus – Napoli”. Praticamente noi siamo spacciati in partenza e loro già a Cardiff. Uno appena appena superstizioso si gratterebbe a sangue a questo punto. Ma loro no. Sono più forti degli avversari, più potenti della terna arbitrale, più efficaci della jella.

Quando già pensavo di averla scampata, ricevo la visita in ufficio di un collega che, con un sorriso da un orecchio all’altro, fra l’altro del tutto inopportuno trattandosi di un raro caso di persona cui l’espressione seria dona più di quella sorridente, mi annuncia che “oggi è una giornata speciale…ma tanto non c’è gara, no?”.

Ecco. Non dico noi tifosi napoletani, che siamo abituati a non essere considerati degni avversari da loro, ma almeno la Dea Bendata non si sente punta nel vivo dal questo totale disprezzo? Un rigurgito di orgoglio femminile, che diamine! Questi ledono costantemente la sua dignità, la gratificano della più totale indifferenza, si fanno continuamente beffe di lei e…niente! Mai una reazione, una punizione esemplare, divina, che castighi una volta per tutte questa insopportabile prosopopea.

Che poi, cara Dea Bendata, potresti dare pure libero sfogo alla fantasia, attingendo al paniere dei pali, delle traverse, dei rigori contro, delle espulsioni, dell’attacco improvviso di diarrea, della pallonata in faccia all’allenatore.

Però, caso mai dovessi ascoltare questo appello, mi raccomando di non sbagliarti ancora una volta: sono quelli vestiti a strisce bianche e nere.

Ti lascio una foto, tanto per andare sul sicuro:

Passione Insanapoli 17. Dopo Napoli – Atalanta

 

Quattordici risultati utili consecutivi ed eravamo il Barcellona formato mignon.

Una sconfitta con l’Atalanta e tutti i a celebrare il requiem del Napoli.

“Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro,

poté Caldara colpire anche col doppio tiro.

Così percosso, attonito

il tifoso al nunzio sta,

muto pensando all’ultimo gol del Mertens fatale,

né sa quando un altro tiro del piè mortale

la porta avversaria a profanar verrà.

Lui che del Pibe de Oro

vide il gran genio e tacque,

quando, negli anni d’oro,

cadde, risorse e giacque,

di mille voci contro

mista la sua non ha.

Dalle Alpi ai Pirenei,

da Bergamo a Crotone,

non basta una vittoria

a far di te un campione.

Ma bastan due sconfitte,

neanche così nette,

perché si levi un coro

pronto a ridurti a fette”.

Guardate che oggi non è il 5 maggio (data che, peraltro, ci ha anche portato bene in passato). Abbiamo solo perso una partita in campionato dopo che per una settimana i giocatori sono stati perseguitati dal mantra infernale del “ciclo di ferro” e flagellati dalle critiche ingenerose di De Laurentiis.

Sette giorni fa Sarri era il Dio del Calcio e oggi viene considerato degno di allenare la squadra dell’oratorio sotto casa.

Sette giorni fa il Napoli era era “l’orgoglio del calcio italiano” ed “esprimeva il miglior gioco” e oggi è composto da undici scartine che non sarebbero titolari manco nella Sangiovannese.

Ma fatemi il piacere, direbbe Totò.

Il Napoli non è ancora morto. Semplicemente dormiva.

Speriamo solo che si svegli entro dopodomani.

 

 

 

 

 

Passione Insanapoli 16. Con Sarri e con Ranieri

 

Settimana all’insegna del fair play.

Ranieri esonerato dopo aver fatto vincere la Premier League al Leicester ed essere stato nominato allenatore dell’anno dalla FIFA. Per dare un’idea dell’assurdità della cosa, basti pensare che ha ricevuto un tweet di solidarietà perfino da Mourinho.

Allegri che manda elegantemente a quel paese Bonucci il quale altrettanto elegantemente gli risponde, con la notizia che rimbalza sui media di tutto il mondo in seconda posizione rispetto al finto attentato svedese paventato da Trump e subito prima della scissione del PD.

De Laurentiis che farnetica in mondovisione di tattica di gioco (quando l’unico gioco di cui può al limite discettare è quello delle coppie dei suoi cinepanettoni) e si permette di criticare Sarri e le sue scelte tecniche. Praticamente come se io facessi le pulci a Draghi.

Pace e serenità per tutti, insomma.

Intanto, nonostante la disastrosa prestazione con il Real Madrid le quotazioni di Koulibaly salgono. Contro qualsiasi legge del mercato del lavoro ma in perfetta coerenza con l’immeritocrazia imperante.

Salgono anche le clausole rescissorie di Goulham e Hysaj e il preteso aumento di stipendio di Insigne.

Sale il prezzo da pagare per portare via Milik, non si sa bene se ancora con il tutore oppure no, mentre si moltiplicano addirittura le clausole rescissorie di Mertens in base al posizionamento sullo scacchiere geopolitico (Cina vs Resto del Mondo).

E allora, in un mondo dove tutto sembra avere un prezzo (alto per giunta), io sono e sarò sempre con Sarri. A prescindere, come diceva Totò.

Per le sue tute, i suoi occhialoni demodè, le sue stecche di sigarette, i suoi modi bruschi, il suo essere politicamente scorretto e per quella prima, ma spero sempre valida affermazione, che me lo fece istantaneamente amare: “mi pagano per fare una cosa che avrei fatto la sera, dopo il lavoro e gratis”.

Chapeau, Mister. Con te forever.

E con Ranieri, pure.

Passione Insanapoli 15. In attesa di Real Madrid – Napoli

Allora, archiviati finalmente i cuoricioni di San Valentino che impazzavano sulle bacheche di mezzo mondo, così come i manuali di autosostegno su cosa sia davvero l’amore, cui facevano da contraltare quelli su quanto è bella la singletudine per evitare, come ogni anno, il suicidio di massa di separati, divorziati, zitelle, single, eremiti e monaci di clausura dubbiosi.

Lasciataci alle spalle la stucchevole retorica sanvalentinesca che ha provocato un’epidemia di carie all’arcata dentale superiore in tutti i soggetti predisposti, possiamo finalmente pensare al tema della settimana. La partita di stasera con il Real Madrid.

Praticamente se non ci ha ucciso il picco di glicemia di ieri, sicuramente lo farà quello di pressione stasera.

E a nulla è valso iscriversi, in previsione dell’evento, a un corso di yoga con annessa meditazione zen due mesi fa. Del tutto superato il training autogeno. Obsoleti i cari vecchi tranquillanti di una volta. E anche l’umorismo stempera tensione.

Fondamentalmente da ieri io non riesco a mangiare, pensare razionalmente, dormire, rilassarmi, dedicarmi ad altro che non siano apocalittiche visioni di ciò che potrebbe ipoteticamente accadere. Tipo Cristiano Ronaldo che festeggia la tripletta ringraziando Goulham del cross perfetto. O Insigne che, dimentico del consiglio di Cassano (!), alza gli occhi sullo stadio che non finisce mai (parole di Fantantonio, n.d.r.) e crolla a terra svenuto a metà campo. Oppure Albiol che si confonde e prende posto accanto a Sergio Ramos lasciando Koulibaly da solo a fronteggiare Benzema. O, ancora, lo stesso Koulibaly che si scorda di essere già ammonito, stende Benzema e rimedia un altro giallo che renderà necessaria la presenza di Tonelli nel ritorno al San Paolo. Oppure Diawara che si ricorda improvvisamente di avere 19 anni e chiede l’autografo a Bale invece di marcarlo a uomo.

Ora. Io non voglio fare la menagramo e mi illudo che queste previsioni pessimistiche possano avere un potere taumaturgico o quanto meno scaramantico. Inoltre sono convinta che sperare il meglio e aspettarsi il peggio sia sempre segno di grande saggezza perché attenua in parte  il bruciore della delusione.

La verità è che io sono convinta che ci servano nervi saldi e l’appoggio incondizionato di San Gennaro per uscirne dignitosamente.

Perché, appunto, io vorrei uscirne dignitosamente. Il che significa nella migliore delle ipotesi prendere un solo gol, nella peggiore due segnandone magari uno e, in caso di miracolo, pareggiare. La Restante Ipotesi non la nomino nemmeno per paura della punizione divinaprevista per l’eccesso di superbia.

Non credo di poter sopravvivere all’imbarcata, alle risate di chi è convinto che faremo una figura di m., alla condiscendenza di Arrigo Sacchi che già parla di “scugnizzi all’attacco del mitico Bernabeu” manco fossimo la Sangiovannese in trasferta. A chi ha caricato di eccessive aspettative questa partita portandomi a credere che lo sbarco su Marte sarebbe più semplice. Ai miei colleghi juventini domani. Alla faccia di Tacchinardi su Mediaset Premium. Alla soddisfazione di Higuain che ballerà la zumba sulla Mole Antonelliana. Alle infinite chiacchiere da bar e da studio televisivo all’insegna di “Hamsik viene sempre meno nelle partite importanti”, “il Napoli non è ancora maturo, si è sciolto come neve al sole”, “la difesa fa acqua da tutte le parti”, “lezione di calcio dagli spagnoli”, “Napoli umiliato e ridimensionato da Zidane”.

Tutto, ma questo no. Vi supplico.

Ciro, Marek, Pepe, Kalidou, Lorenzinho…io vi supplico, capito? Fidatevi, non mi capita spesso di farlo. Ma qui ne va della mia reputazione e della mia saluta mentale.

E, poi, domani è il mio compleanno. Me vulite fa stu regalo?

Passione Insanapoli 14. Anche i Callejon, nel loro piccolo, si incazzano

Il 2017 comincia con qualche certezza in più.

Prima di tutto, che anche i Callejon nel loro piccolo si incazzano. Che poi, magari, la sua non era neanche un’incazzatura, ma stanchezza. Perciò, dopo aver provato a farsi espellere con una schiacciata degna di Mila & Shiro, e non esserci riuscito, ha tentato l’extrema ratio: il calcio all’avversario.

E poiché lui, nella generale barbarie calcistica, spicca come un piccolo lord del campo, tutto cuore, sangue e fair play, riga di lato annessa, tutti a chiedersi “ma è impazzito Callejon”? “Ma cosa gli è preso?”.

Si attende la puntata speciale di Porta a porta dedicata al tema con tanto di plastico teso a ricostruire gli eventi e intervista a Paolo Crepet volta a psicanalizzare il comportamento di Josè Maria partendo dai traumi infantili subiti in quel di Motril.

Quando poi, invece di scomodare Freud, sarebbe forse più utile chiedersi se non sia semplicemente stanco e il suo gesto non sia stato, piuttosto, un messaggio inequivocabile a Sarri, del tipo: “Me siento stanco, querrìa estar en casa venerdì e pensar a quando retornerò a Madrid el 15 de febrero“.

Dopotutto, in un mondo in cui tutti siamo considerati necessari ma non indispensabili, proviamo a metterci nei panni di chi indispensabile lo è davvero: è una bella responsabilità, se non un macigno vero e proprio.

Non so come si dica in spagnolo, ma sono alquanto convinta che lo stato d’animo di Callejon e Albiol, in vista del ritorno al Santiago Bernabeu, ma nello spogliatoio sbagliato, possa essere sintetizzata nell’espressione napoletana “o fridd ‘n cuoll” che, del resto, accomuna anche i tifosi non spagnoli in questo preciso momento.

Comunque, oggi siamo tutti più soddisfatti perché se perfino Callejon perde le staffe, da domani siamo giustificati a prendere a calci il collega molesto e a coprire di improperi e insulti chi ci taglia la strada. Con buona pace di Bruno Vespa e di Crepet.

La seconda certezza di questo inizio anno è che Tonelli rende meglio come attaccante che come difensore. Infatti ieri non c’era perché il tridente era completo e in seconda posizione sgomitavano Pavoletti e Milik.

Che poi a sostituire Zielinski sia entrato Giaccherini fa parte dell’imperscrutabilità di certe decisioni calcistiche nelle quali preferiamo non addentrarci.

Del resto, sarebbe stato anche rischioso chiedere ieri a Sarri di dare conto delle sue scelte, dopo che aveva elegantemente mandato a quel paese in diretta televisiva sia Gabbiadini che Raiola. Insomma, tutti calmi ieri sera. E meno male che avevamo vinto 7-1. Non oso immaginare gli animi nel caso di una vittoria risicata  o, peggio, di uno stitico pareggio. Sarebbero volati stracci che manco in Campigdoglio.

L’ulteriore certezza è che Koulibaly va ricoperto d’oro e supplicato a restare per sempre a Napoli. Nel caso questi mezzi di persuasione non funzionassero, va sequestrato o ricattato ma, in ogni caso, tenuto.

Perché, abbiamo capito e apprezzato che Maksimovic abbia sfidato il terrorismo internazionale e, soprattutto, l’ira funesta di Mihajilovic – uno che, tanto per dire, vanta nella propria selezionata cerchia di amici un certo Arkan, capo delle omonime “tigri” – per venire da noi, ma la gratitudine va bene fino a un certo punto. In particolare, si ferma laddove il difensore non ferma l’avversario prima della porta.

Quarta certezza: l’Ommità Ritrovata. Nel caso di Pepe Reina, è proprio il caso di dire che “oltre alle mutande (Intimissimi) c’è di più” e se ne è accorto anche il povero Destro.

Quinta certezza: pensavo fosse una prerogativa del periodo napoletano e invece no. Donadoni non si toglierà mai quell’espressione da capro espiatorio suo malgrado. Da agnello sacrificale, vittima di un gioco più grande di lui e nel quale è finito contro la sua volontà. Come se gli avessero imposto di fare il calciatore prima e l’allenatore poi, mentre lui avrebbe voluto intraprendere la carriera di medico condotto. Sarei curiosa di vedere  almeno una foto in cui Donadoni sorride…così, giusto per valutarne l’integrità della dentatura.

Ho volutamente omesso Ciro e Marekiaro, perché loro, una certezza, lo sono da sempre. Quanto meno da quando, a dispetto delle origini nordiche e a scuorno  dei calienti sudamericani, sono diventati due scugnizzi veri e propri.

 

 

 

Passione Insanapoli 13. Quando il falso nueve ce l’hai in casa e manco lo sai

E dopo mesi passati a piangere sul tradimento di Higuain e l’infortunio di Milik.

Mesi passati a bramare Cavani, sapendo che il sogno non si sarebbe mai avverato.

Mesi passati interrogandosi e interrogando chiunque (ma proprio chiunque, eh…anche il fattorino della Dhl e il ragazzo del bar salito a portare il caffè) sulle possibili ragioni dell’umore nero di Gabbiadini, prendendosela alternativamente con la sua ingiustificata depressione, con il mister che contribuiva a sferzare la sua già provata autostima sostituendolo immancabilmente al 70° minuto, con la Società che aveva perseverato nel vedere in lui un centravanti di sfondamento, con il Fato, il Destino, la Τύχη, la Brexit e le elezioni presidenziali americane.

Mesi passati ad applaudire Mertens, meravigliandoci per il gol, poi per le doppiette, poi per le triplette e, infine, pretendendo il poker a ogni partita.

Mesi passati ad inveire contro Insigne perché quel tiro a giro una volta entra e tre no, ma questo lo sapevamo dall’anno scorso.

Mesi passati a valutare la possibilità di prendere Icardi, Zaza, Pavoletti, ragionando, ovviamente a sproposito e senza alcuna competenza, di schemi tattici ed equilibri di spogliatoio.

Insomma, dopo mesi di passione e sofferenza, scopriamo magicamente, a gennaio, che il falso nueve ce l’avevamo in casa. Che poi, più che un falso nueve sembrava un falso e basta. Nel senso che, dopo averne tanto parlato in sede di campagna acquisti, pareva essere stato inghiottito dalla panchina per non riemergere più.

Invece, una volta riesumato, Lorenzo Tonelli non si è limitato a sostituire Koulibaly, ma ci ha proprio voluto stupire con effetti speciali. Segnando, per ben due volte in due partite, di cui la prima all’ultimo minuto di recupero, quando ormai erano stati coniati improperi e maledizioni destinati a entrare di diritto tra i neologismi della Treccani dell’anno prossimo. E la seconda quando già eravamo tutti convinti che la prima fosse stata un’assoluta eccezione.

E, invece, lui, novello Pampa Sosa, zitto zitto è diventato il risolutore delle partite, anche al fotofinish. Stai a vedere che l’hanno sempre fatto giocare nel ruolo sbagliato?

 

 

Passione Insanapoli 12. Ode al Belgio, patria dei Puffi e di Dries Mertens

Dopo Napoli – Torino è diventato doveroso riabilitare il Belgio.

Eh si, perché nonostante i tragici limiti dimostrati dalle sue forze dell’ordine e dalla sua intelligence durante i terribili attentati di quest’anno, gli va riconosciuto il merito di aver partorito il cioccolato Godiva, i Puffi e, soprattutto, lui: Dries Mertens.

E quest’affermazione presterebbe il fianco a facili battute, data l’altezza di Dries, se non fosse che durante la partita di ieri sembrava piuttosto (il gatto) Birba e il quarto gol segnato è stata una prodezza degna di Gargamella (il mago).

Altro che Puffo, dunque. Dries è un gigante. E non (solo) per i gol realizzati che, sia detto per inciso, sono ad oggi gli stessi di Higuain, quanto per l’amore mai sbandierato a parole ma dimostrato con i fatti verso Napoli e i napoletani.

Lui, che postava foto del golfo e di Positano due giorni dopo essere arrivato. Lui, che bacia la maglia come se stesse baciando la fidanzata (si, il trasporto si vede anche dalle riprese sul campo). Lui che ha ribaltato tutte le nostre (le mie di sicuro) convinzioni sui belgi: che fossero neri e baffuti come Poirot e freddi come l’inverno a Bruxelles. Lui, che fa i miracoli se si accorge che San Gennaro non ha voglia.

Ieri, poi, nei confronti trasmessi a ripetizione tra il suo gol e quello di Higuain per decretare quale fosse il più bello (e, sempre per inciso, ha vinto lui), l’argentino mi è apparso improvvisamente ridicolo, con quell’imperdonabile riporto, i denti gialli e lo sguardo insincero di chi, per vincere qualcosa, si venderebbe pure la madre.

Quindi Dries, pardon, Ciro (come lo ha ribattezzato Pepe Reina) ha un altro, ulteriore, merito per me: quello di avermi liberato dalla sottile tristezza, mista a nostalgia, che mi assaliva ogni volta che vedevo Higuain immortalato nella sua maglia zebrata.

E adesso non ci resta che promuovere la petizione per farlo dichiarare ufficialmente “patrimonio di Napoli” insieme al Golfo e al Vesuvio.

Tanto la cartolina c’è già. E, manco a dirlo, l’ha pubblicata lui:

Cristo si è fermato a Castellammare di Stabia, causa guasto della Circumvesuviana.


Cristo si è fermato a Castellammare di Stabia, causa guasto della Circumvesuviana.

Il 7 dicembre è stato un giorno surreale, se surreali possono essere definite le storie di ordinaria odissea che vedono protagonisti i fruitori della linea Circumvesuviana Napoli – Sorrento e ritorno.

Planata all’alba in terra natia, alle 12.45, con circa venti minuti di ritardo sull’orario stimato e più volte annunciato, sono salita a bordo del convoglio della Circumvesuviana diretto a Pompei Scavi – Sorrento e avrei dovuto subito intuire che qualcosa sarebbe andato storto osservando l’espressione arcigna delle due suore assise sui sedili di fronte a me.

Nell’intento di non cedere al diktat scaramantico del mai-viaggiare-in-compagnia-delle-cape-di-pezza, che avrebbe indotto non pochi napoletani a scendere e attendere il treno successivo, ho osservato il milanese seduto accanto a me che, con discrezione tutta settentrionale, comunicava in stereofonia all’interlocutore al cellulare e a tutti gli astanti l’idea geniale partorita per il ponte dell’Immacolata, ossia di fare una sorpresa all’ex moglie residente a Sant’Agnello.

Dopo aver ascoltato inerme l’annuncio del passaggio della “controlleria” e l’accorata difesa, da parte di un calabrese, della sua terra priva di “centri di ricezione“, che mi ha indotto a domandarmi se in Calabria manchi la copertura di qualunque operatore telefonico o, semplicemente, ci sia penuria di alberghi, mi accingevo fiduciosa ad affrontare il lungo week end con le suore, il milanese, il calabrese e giusto quelle altre ottomilacinquecentosettanta persone stipate nei vagoni del convoglio.

Arrivati a Torre Annunziata, si consuma il primo atto della tragedia. Viene infatti annunciata una sosta per esigenze di servizio dalla durata e dalle cause non meglio specificate.

Complici i 25 gradi e il sole allo zenit, nel giro di tre minuti il treno si trasforma in una fornace. L’espressione delle suore passa dall’arcigno al cagnesco. Le avrei ritrovate circa due ore dopo nel centro di accoglienza allestito per l’occasione nella piazza di Castellammare nell’atto di farsi largo, con encomiabile spirito di carità, tra alcuni anziani malridotti per accaparrarsi gli unici due posti disponibili sulle panchine dei giardinetti. Il calabrese temo ci abbia lasciato le penne, perché quella è stata l’ultima volta che l’ho visto. Il milanese si premura di avvisare immediatamente gli amici dell’imprevisto continuando a ripetere come un mantra “lo sapevo che non sarei dovuto scendere. Per la legge di Murphy avrei dovuto immaginare che non sarebbe stata una buona idea”.

Ora. Se lo sapevi, ed era giusto che lo sapessi perché, da che mondo è mondo, si sa che le sorprese difficilmente riescono col buco, soprattutto alle ex mogli che hanno scelto di rifugiarsi a 900 km di distanza dagli ex mariti, mi spieghi per quale arcano motivo hai deciso comunque di imbarcarti in questa impresa epica che, ne sono certa, sta portando jella a tutti noi?

Dopo un’attesa di circa venti minuti, alcuni decessi e una mini rissa, viene annunciato che il treno proseguirà la corsa fino a Castellammare di Stabia. Dopodichè, sottintendeva l’annuncio, arrangiatevi.

Il panico si impadronisce di tutti: il milanese, evidentemente convinto di trovarsi ad Aosta, comincia a farneticare di navette sostitutive (!), i pendolari a rumoreggiare e ad aggredire fisicamente il personale di bordo, quelli che avevano votato no al referendum escono allo scoperto prendendosela con il Governo, dimentichi del fatto che il Governo fosse caduto appena il giorno prima, i turisti stranieri si guardano intorno attoniti chiedendo lumi nei rispettivi idiomi e ricevendo in cambio improperi in dialetto partenopeo stretto, le ricostruzioni, più o meno di fantasia, su quanto accaduto iniziano a serpeggiare tra tutti colorandosi ogni volta di nuovi dettagli: si è suicidato qualcuno, hanno rubato i binari, c’è una manifestazione di cassintegrati, i macchinisti hanno deciso di scioperare (a corsa in atto, sarebbe stato geniale).

Arrivati a Castellammare di Stabia, si consuma il secondo atto della tragedia. Dopo essere defluiti, rischiando più volte la vita, dalla stazione nella piazza antistante, scopriamo nell’ordine che:

  • l’EAV S.r.l., ossia la società interamente partecipata dalla Regione Campania che esercita il servizio ferroviario e funiviario regionale, era al corrente dell’interruzione della linea già dalle 11.00 della mattina, per cui avrebbe dovuto avvertire i passeggeri in partenza dalla stazione di Piazza Garibaldi che il servizio sarebbe stato effettuato fino a Castellammare di Stabia ma si era ben guardata dal farlo;
  • nessun servizio sostitutivo era stato organizzato;
  • la causa del disguido andava ravvisata nell’imperitura tendenza alla piromania dei miei conterranei che, nell’atto di addobbare un albero di Natale, avevano provocato un incendio propagatosi poi rapidamente su tutti i binari. Perchè si intendesse allestire detta decorazione natalizia nei pressi di una ferrovia resta per me un mistero;
  • a Castellammare non esistono taxi.

Dopo un’ora di estenuante attesa nel piazzale della stazione, senza un albero sotto il quale ripararsi dal sole a picco, con l’unica panchina occupata dalle due suore, vediamo comparire un taxi all’orizzonte. E lì, più della civiltà poté la stanchezza. Più del garbo poté il digiuno. Un’orda barbarica si dirige famelica verso il taxi, estrae il conducente dall’abitacolo prendendolo per il bavero, gli estorce il numero di altri colleghi, lo costringe a caricarsi almeno dieci passeggeri e a partire in direzione Sorrento.

Dopo una breve deviazione con sosta a Gragnano per far scendere lo zio del conducente (si, succede anche questo, al Sud) alle quattro del pomeriggio sbarchiamo finalmente a Piazza Lauro e ci infiliamo nel primo bar aperto accolti da un premuroso cameriere con un “anche voi avete avuto problemi con i treni della Circumvesuviana soppressati?”.

E lì ho pensato che dopotutto il refuso calzava a pennello perché anche io, dopo un calvario di ore, vedevo soppressate ovunque e per carità, in Calabria possono pure mancare tutti i centri di ricezione del mondo, ma vuoi mettere una bella salsiccia?