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Passione Insanapoli 39. Ma non chiamiamolo calcio.

Ma il catenaccio, il catenaccio, il catenaccio è il massimo che c’è” cantava Renzo Arbore anni fa.

Ah no, scusate, quello era il materasso. Però il catenaccio una bella dedica canora pure se la meriterebbe. Almeno a sentire i commentatori sportivi che ieri sera si esibivano in lodi sperticate all’indirizzo di Maran “per aver fermato la capolista“.

E lui e la sua squadra erano raggianti per il punticino strappato con le unghie e con i denti al prezzo di innumerevoli cadute a terra e relative convulsioni che manco uno shock anafilattico ( e meno male che sono i napoletani a fare le sceneggiate), cambi tattici all’ottantasettesimo e un pullman parcheggiato davanti alla porta di Sorrentino che minimo minimo includeva anche il magazziniere, il massaggiatore e magari pure il medico sociale.

Una difesa talmente granitica e votata al martirio che se l’avesse avuta Troia non ci sarebbero stati né Ulissi né cavalli ad espugnarla. Se gli undici titolari del Chievo fossero stati schierati a difesa di Palmira anche l’Isis avrebbe dichiarato forfait. Pare che l’intelligence europea stia vagliando la possibilità di posizionarli al posto dei dissuasori sui boulevard di Parigi per neutralizzare eventuali furgoni lanciati contro la folla.

Insomma, un perfetto esempio di rinuncia preventiva all’onore delle armi, di abdicazione all’amor proprio, a giocarsela a viso aperto per uscirne a testa alta.

Bravo, Maran. Poi magari un giorno mi spieghi che gusto c’è a pareggiare così.  E magari io ti ricorderò quanta dignità c’é in Ettore che sfida Achille sapendo di andare a morire o in Davide che abbatte Golia contro ogni pronostico.

E non venitemi a dire che il Napoli non era sfolgorante come al solito perché nonostante la brillantezza appannata ha assediato il fortino nemico per 95 estenuanti minuti, imbrigliando i guizzi dei suoi tenori in neanche 20 metri di campo.

Per carità, lo ha fatto – sia pure in misura minore – l’Inter, ci stupiamo che lo faccia il Chievo?

Però, almeno, non chiamiamolo calcio.

Perché noi ormai siamo abituati allo spettacolo. Se ci togliete quello non ci resta neanche più il gusto di guardare le partite.

Perché chi l’ha detto che si gioca solo per vincere?

Si gioca per divertirsi e far divertire.

Capito, Maran?

 

Passione Insanapoli 38. Dopo Napoli – Sassuolo diamo un po’ i numeri.

Dopo Napoli – Sassuolo facciamoci due conti.

Primi in classifica con 31 punti: praticamente un 30  e quasi lode ce lo meritiamo tutto.

11 risultati utili in campionato e non succedeva dal 1989-1990 quando poi fu scudetto.

Solo 8 i gol subiti e questo credo invece non succedesse dai tempi di Mazzini.

Ancora uno il gol che manca ad Hamsik per raggiungere i 115 di Maradona. Ma almeno 800 le volte che glielo stanno facendo notare.

Uno – ma spero destinato ad essere il capofila di una lunga serie – il calcio d’angolo non soltanto non spedito alle stelle ma addirittura trasformato in gol. Ben quattro, infatti, le rivendicazioni di paternità seguite, a dimostrazione dell’eccezionalità dell’evento.

Unico e solo – e in questo caso spero destinato a rimanere tale – il caso di un pallone che si schianta contro non uno, ma ben due, pali senza poi entrare nella porta avversaria. Spero per Zielinski che abbia più fortuna con le donne.

Tre i gol segnati da Mertens dopo che i commentatori televisivi ne avevano già decretato la fine calcistica. Sicuramente dieci il voto che do alla loro perspicacia e lungimiranza.

Quattro gli anni del rinnovo contrattuale di Ghoulham: dopo una telenovela durata più di Beautiful mi sembra un buon risultato.

Almeno tre gli episodi influenzali che hanno colpito Sarri nel post-partita per sottrarlo alle interviste: se i risultati sono questi mi sa che diventiamo tutti no-vax.

Innumerevoli le volte che hanno chiesto ai giocatori “se pensano allo scudetto“. Ma a cosa volete che pensino? Alla lasagna che li aspetta a casa?

Mille i minuti giocati che sono serviti a convincere Sarri a tenere fuori Koulibaly e 90 quelli durante i quali Chiriches ha sputato sangue per convincerci che ha fatto bene.

Ora, però, usciamo dai numeri perché il calcio è prima di tutto fantasia, estro, inventiva ed entriamo nel campo del cuore, nel quale siamo non primi, ma unici.

Unico è il pubblico del San Paolo che arriva a 50.000 anche per vedere il Sassuolo.

Unico è Hamsik che, da vero capitano, non contesta mai una sostituzione e non manda mai a quel paese chi gli ricorda che “manca ancora un gol per raggiungere Maradona“.

Unico  e genuino il dispiacere che ho letto negli occhi di Paolo Cannavaro per quel tiro finale di Insigne che non è entrato perché, si sa, al cuore non si comanda.

Unica, infine, la vista da lassù.

Soprattutto considerando chi sta due gradini sotto.

 

 

Passione Insanapoli 37. Napoli – Handanovic 0 – 0.

Cominciamo col dire che ieri non si è giocata Napoli – Inter ma Napoli – Handanovic. Prendere coscienza di questo getta tutta un’altra luce sul match e su quello che è seguito.

Praticamente pensavo fosse l’Inter, invece era un Handanovic.

Prima di tutto possiamo giustificare i nostri che, nonostante la stanchezza di Manchester, hanno provato comunque a metterla dentro ma si sono schiantati, appunto, contro Handanovic che, per carità, sarà pure un gran portiere ma quella doppia parata prima su Callejon e poi su Mertens la deve in larga parte al “fattore Garella”.

Il Fattore Garella, in nome del quale si sono formate intere generazioni di portieri, fa sì che un alluce, della cui esistenza ci si accorge solo nel malaugurato caso in cui sia valgo, diventi improvvisamente la parte più importante del corpo perché chiamata a respingere provvidenzialmente e fortunosamente un tiro da due centimetri di distanza.

Possiamo perdonare i 15 tiri a giro di Insigne, perché in genere almeno uno a partita va a segno, ma evidentemente stavolta le onde gravitazionali sprigionate da Handanovic li hanno dirottati tutti in tribuna.

Possiamo dimenticare che Mertens è stato per circa 80 minuti missing in action perché di solito è talmente onnipresente che io me lo ritrovo in bagno anche dopo che la partita è finita.

Possiamo passare sopra le bordate di Hamsik che hanno sfiorato, senza centrarla, la porta perché il Capitano non si discute mai, si ama e basta.

Possiamo sorvolare finanche sulla scarsa precisione dei cross in area di rigore e sul fatto, per la verità inquietante, che passano gli anni, gli allenatori e i centravanti, ma la scarsezza nel calciare i tiri d’angolo non passa mai.

Insomma, possiamo perdonare tutto perché mi pare evidente che i nostri avrebbero dato tutto per vincere la partita di ieri ma le Forze Oscure del Male, incarnate appunto da Handanovic, hanno prevalso facendo scendere le tenebre eterne sul San Paolo. Il temuto figlio dell’uragano Ophelia si è infine palesato in Italia sotto spoglie slovene.

La spiegazione soprannaturale è l’unica possibile. Altrimenti non potremmo spiegarci come Callejon non sia uscito dal campo in carrozzella nonostante i reiterati tentativi di gambizzarlo da parte di Miranda, dei quali peraltro l’arbitro sembra essersi reso conto solo al 65° minuto. Manco le Brigate Rosse dei tempi d’oro avrebbero potuto fare meglio.

Non potremmo spiegarci la folle cavalcata di Koulibaly che lo ha portato ad autoproclamarsi salvatore della patria e, al grido di “Banzai!” sotto gli occhi di un attonito Nagatomo, a percorrere tutto il campo prima di ricordarsi che se gioca da difensore ci sarà un perché ma non era il caso di scoprirlo stasera.

Non potremmo neanche spiegarci come mai Rog, che in genere viene messo dentro un momento prima che il gioco degeneri in rissa con lo scopo primario di spezzare le cosce agli avversari, ieri sera sembrasse Roberto Bolle al cospetto di Mike Tyson (e sull’effetto intimidatorio prodotto dai marcantoni dell’Inter anche quando stanno zitti e con le mani a posto si veda Passione Insanapoli 10. Prima di Napoli – Inter.)

Soprattutto non potremmo spiegarci quanto possano essere deficienti certi tifosi che perfino ieri sera, sotto il Vesuvio, ne auspicavano l’eruzione, senza considerare forse che la lava non risulta essere particolarmente selettiva nel suo percorso di distruzione, per cui difficilmente li avrebbe scansati. Chiedere a Plinio Il Giovane (che non è quello dei mobili a Via Premuda, Milano n.d.r.).

Non potremmo, infine, neanche spiegarci la delirante intervista di Spalletti nel post partita, quando ha lasciato intendere che il risultato sarebbe potuto anche essere a loro favore. Non so con cosa avesse accompagnato la fiorentina mangiata a cena, ma doveva essere qualcosa di veramente potente.

Alla fine, se io fossi interista, lancerei la petizione per intitolare una piazza ad Handanovic: senza dubbio si raccoglierebbero più adesioni del referendum per l’autonomia di Maroni.

A noi resta una grande soddisfazione: il giubilo dei tifosi nerazzurri per aver strappato uno 0 – 0 al San Paolo è il più grande riconoscimento della nostra forza e ci ripaga di un risultato che a noi, invece, sta stretto.

Con buona pace di Handanovic.

 

 

 

 

 

 

Passione Insanapoli 36. Dopo Roma – Napoli.

Il primo round del trittico infernale – Roma, Manchester City, Inter – è andato. Nel modo migliore, aggiungerei.

Per quanto mi riguarda è stato il coronamento inaspettato di una giornata che definire “difficile” rappresenta un eufemismo. Dirò soltanto che ho trascorso le tre ore topiche del pomeriggio nella sala d’attesa di un pronto soccorso per accompagnare qualcuno già di umore nero a cui era stato assegnato, ironia della sorte, un codice di priorità bianco.

Se i due colori testé menzionati non vi dicono niente, aggiungo solo che in quelle tre ore si è giocata Juventus – Lazio, è stato assegnato un ennesimo rigore al novantaseiesimo minuto ai padroni di casa, poi sbagliato clamorosamente da Dybala.

Si, proprio lui. La Joya. Il vero fuoriclasse della Serie A. Quello che sarebbe stato l’erede di Messi e Cristiano Ronaldo nel caso i due avessero seguito l’esempio di Nichi Vendola. Che poi in effetti Cristiano Ronaldo ha seguito davvero le orme di Nichi Vendola, ma questa è un’altra storia.

Tornando a ieri, ho capito che c’è solo una cosa peggiore del passare il sabato pomeriggio nella sala d’attesa gremita di un pronto soccorso: che quella stessa sala sia gremita di juventini.

Devo anche ammettere però che poche soddisfazioni sono paragonabili a quella di annunciare a sconosciuti zebrati con costole incrinate e malleoli fratturati che Immobile aveva segnato una doppietta e la loro punta di diamante si era appena mangiato l’ennesimo rigore a porta vuota e vederli contorcersi sulle loro seggioline in spasmi di stizza e smorfie di disappunto.

Quasi quasi tornerei oggi nell’ameno luogo solo nella speranza di incontrarli e comunicargli che i loro anatemi contro il Napoli non hanno sortito l’effetto sperato.

Eh già, perché cominciano a temerci.

Già il mio collega romanista venerdì aveva accuratamente evitato l’abituale spacconeria nel pronostico pre-partita e svicolato con aria colpevole di fronte ai miei tentativi di attirarne l’attenzione sbracciandomi con aria giuliva.

Ma addirittura loro: i sommi custodi della prosopopea, l’apice della presunzione, l’arroganza fatta stile di vita, l’apoteosi della sbruffoneria, insomma gli juventini, cominciano ad avere paura di noi.

Lo capisci quando Nedved rilascia un’intervista palesemente sotto l’effetto degli spinaci allucinogeni della Bonduelle e, rimbeccando il giornalista che sottolinea come “il Napoli giochi meglio” , si interroga filosoficamente su cosa sia “in fondo la bellezza? Triangolazione?“.

Oppure quando osservano, con l’aria inconfondibile di Michele l’Intenditore, che si, “il Napoli ha un bel gioco ma la panchina è corta, per cui a marzo saranno necessariamente scoppiati”.

Ora, nessuno meglio di un napoletano conosce il potere di un anatema. Che non viene mai sprecato per un oggetto che non lo meriti. Praticamente è un riconoscimento – il più alto oserei dire – della grandezza altrui. Ti seccio se ti temo e se ti temo vuol dire che ti considero superiore. E’ la dura, incontrovertibile, legge della jella, che toglie ogni spazio ad interpretazioni diverse. E a cui fa da corollario un altro, fondamentale, principio: l’oggetto della secciata si nutre del contenuto venefico della stessa per diventare sempre più potente.

Dimostrazione di ciò è il torace di Koulibaly, sempre più somigliante al muro con il Messico voluto da Trump e altrettanto invalicabile. Chiedere a Dzeko.

Ma lo è anche l’arteteca di Mertens, sempre più somigliante a una pallottola vagante, a un flipper impazzito, all’indomabile pennuto Beep Beep vanamente inseguito da Wile Il Coyote. Chiedere a Juan Jesus e a Fazio.

Per non parlare di Insigne, che ieri accarezzava la palla con un amore che manco la moglie. E, infatti, per evitare drammi della gelosia in famiglia alla fine della partita ha gratificato la sua Jenny di una dedica a forma di cuore. Un chiaro specchietto per le allodole per occhi esperti come i nostri.

E Reina? Si trasforma in un razzo missile con circuiti di mille valvole e librandosi nell’aere e alzando il pugno chiuso come se ci fossero gli Inti Illimani in sottofondo si immola letteralmente per la causa.

Insomma, il Napoli non è solo bellezza tecnica e intelligenza tattica. E’ cuore, furore agonistico, cinismo. E’ un distillato purissimo di cazzimma. 

Quindi, secciateci pure, che in attesa di crollare a marzo intanto siamo lassù.

 

 

 

Passione Insanapoli 35. Dopo Napoli – Benevento.

La premessa d’obbligo è che, se c’è una squadra a cui non avrei mai voluto rifilare un 6-0, quella è il Benevento.

Contro lo strapotere delle strisciate settentrionali  un po’ di solidarietà campana non guasterebbe. Ma la dura legge del gol – Oddio, se arrivo a citare Max Pezzali sono messa davvero male- mette purtroppo in conto anche esiti tennistici contro gli avversari sbagliati.

E’ stata comunque una domenica singolare, caratterizzata da episodi surreali:

  1. la beatificazione in diretta tv di Dybala post tripletta al Sassuolo; pare che a Sky abbiano addirittura detto che “ha le stimmate del numero 10“: affermazione percepita come blasfema tanto dai credenti quanto dagli atei tifosi di Maradona;
  2. la definizione del palleggio del Napoli come “logorroico” da Massaro negli studi Premium: intendeva forse dire che il gioco di Sarri parla?
  3. il colpo di mano di Mertens che, dopo essersi preso il pallone per battere il rigore quando ancora i giocatori avversari cercavano di intimidire l’arbitro, nell’intervista di fine partita ammette di aver concesso a Jorginho di tirarlo una volta giusto perché c’erano la madre e la sorella allo stadio, ma “oggi no, non era possibile“. Da Ciro lo scugnizzo a Ciro l’Immortale (di Gomorra) il passo è stato breve ( e anche l’implacabilità sotto porta c’è tutta);
  4. la sospensione del silenzio stampa da parte del Napoli con conseguente intervista a Sarri che, dopo il biascicare indistinto di Gigi Delneri, è stato accolto dai giornalisti come un accademico della Crusca.

E poi, vabbè, fuori classifica c’è la soddisfazione di vedere El Lota Higuain avanzare a lunghe falcate sulla strada della perdita totale del controllo: di sé, con episodi di stizza sempre più frequenti ormai, e della propria panza che incide sempre più pesantemente sulla sua deambulazione in campo. Temo che abbia sottovalutato gli anatemi di un intero popolo, nonostante i precedenti non proprio rassicuranti di Strootman, Mazzarri & co.: avrebbe dovuto sapere che le streghe non abitano solo a Benevento.

Comunque la prestazione di oggi ci ha risollevato il morale: ora possiamo anche affrontare i deliri di Salvini a Pontida e i missili di Kim Jong-Un con maggiore consapevolezza nei nostri mezzi.

Hasta siempre, Comandante (Sarri)!

 

Passione Insanapoli 34. Si ricomincia.

Ebbene si. Si ricomincia.

Ho voluto aspettare la fine del calciomercato e i consueti shock che ci riserva, in genere, alle ore 23.55 del 31 agosto.

Scongiurare il rischio della nefasta profezia agostana di Celestino (di cui a http://openspace.name/2017/03/19/passione-insanapoli-25-la-profezia-celestino/ ), bloccando direttamente il mittente su whatsapp.

Far passare, già che c’ero, l’uragano Harvey e il lancio di quei quattro-cinque missili da parte della Corea del Nord che, comunque, avrebbero avuto effetti meno devastanti dell’eventuale addio di Reina.

Assistere allo shopping compulsivo del Milan chiedendomi nel frattempo se il Napoli avesse stipulato una cospicua polizza sulla vita di Hysaj che, a questo punto, diventa di primaria importanza.

Ho voluto, fondamentalmente, disintossicarmi dal calcio (e di conseguenza dallo Xanax) almeno per un po’, per poi riabituarmi gradualmente alla routine ed evitare il trauma da rientro.

Ovviamente con risultati fallimentari.

Le partite al cardiopalma con Atalanta e Bologna hanno miseramente stroncato ogni mia velleità in tal senso.

Dopo due primi tempi che lasciavano presagire il solito inizio zoppicante a suon di pareggi, che sarebbero stati poi oggetto di infiniti rimpianti e lacrime di coccodrillo a maggio, il Napoli ha ribaltato le sorti delle partite segnando a raffica, con un cinismo e una cattiveria che manco il Real Madrid a Cardiff (ooops).

Ieri sera, in particolare, per un attimo ho temuto che, sapendo del compleanno di Donadoni, i nostri avessero deciso di regalargli la partita, in un impeto di generosità francamente un po’ eccessivo.

Mi sono ulteriormente allarmata all’ennesimo fallo su Mertens di tal Helander, il cui nome per assonanza mi è sembrato tristemente profetico (“ne resterà uno solo: highlander, l’ultimo immortale”).

Ho cominciato a ricredermi quando Reina, con quella parata di petto, ha lanciato il chiaro messaggio “stasera non mi butta giù neanche l’uragano Irma”.

Alla fine contavo sul poker, lo ammetto.

Presuntuosa? No, soltanto cinica.

Passione Insanapoli 33. L’ultima cena?

Cominciamo subito col dire che l’auspicio del 18 maggio (per il quale si veda http://openspace.name/2017/05/18/passione-insanapoli-32/) di trascorrere un’estate tranquilla, senza colpi di testa e di mercato, è già stato clamorosamente disatteso.

Neanche il tempo di illuderci che l’unico problema da qui al 31 agosto sarebbe stata la prova costume, accantonando tutte le ansie da calciomercato con i rinnovi di Mertens e Insigne, che De Laurentiis ha provocato un incidente diplomatico, pare insanabile, con Reina.

Ora, io non so come siano andate esattamente le cose, ma pare che il Presidente si sia complimentato con tutti i giocatori e, con riserva, con l’Ommità, cui avrebbe imputato alcune distrazioni dentro e fuori dal campo.

La “simpatica” tirata d’orecchie – che possiamo immaginare esilarante come le battute di Salvini sugli immigrati – ha scatenato la furia di Yolanda, fumantina consorte di Pepe, e la reazione sdegnata di entrambi i coniugi sui social network.

Morale della favola: mentre prima cercavamo il secondo di Reina, adesso rischiamo direttamente di perdere il portiere titolare. Oltre che il sindacalista della squadra. E quello che più di tutti “fa spogliatoio” qualunque cosa ciò significhi. E il testimonial di Intimissimi nel pre-partita (il che, più di ogni altra considerazione, getterà nello sconforto i tre quarti della popolazione femminile partenopea).

Io spero che davvero De Laurentiis rinsavisca e faccia pubblica ammenda, nonostante sia consapevole che è più facile che Trump accolga una delegazione di messicani alla Casa Bianca e che Kim Jong Un vinca il Premio Nobel per la Pace.

Ma finchè non si riferirà a Pepe come al “Signor Reina” – preludio a tutti gli ultimi, dolorosissimi, addii – la speranza di una riconciliazione non morirà.

Il problema è che si preannuncia la solita, inevitabile, estate di passione all’insegna del “resta o non resta”? “Torna in Germania, dove pare sia già molto richiesto”? “E, se tornasse in Germania, la squadra si spaccherebbe nuovamente”? “Albiol e Koulibaly, privi del puparo che muoveva i fili della difesa, cederanno agli assalti di Conte & co?” “Sarri prenderà le sue difese inasprendo ancora di più il rapporto con il patron”?

Insomma, il consueto tourbillon di previsioni nefaste, pareri non richiesti, opinioni non qualificate, scommesse clandestine, spoiler infondati, speculazioni varie e psicosi collettiva imperante.

Allo scoccare del 1 giugno, tre cose sono sicure per me: gli stupri di gruppo operati dalle zanzare milanesi, l’attesa spasmodica e fantozziana delle ferie d’agosto e le tarantelle del calciomercato del Napoli.

Stavo addirittura pensando di disdire la prenotazione in Madagascar e restare qui a presidiare la situazione e a soffrire, per evitare di essere raggiunta sul più bello da una ferale notizia che vanifichi in un nanosecondo gli effetti benefici del paradiso malgascio.

Poi ho pensato che qui mancheranno i lemuri ma non certo macachi e scimpanzé, per cui tutto sommato meglio affogare l’eventuale dispiacere nelle acque cristalline dell’Oceano Indiano piuttosto che in quelle del litorale domizio.

Dopotutto, come diceva Marilyn, se proprio si deve piangere, meglio farlo in una limousine, no?

Passione Insanapoli 32. Si prospetta un’estate tranquilla?

Ma se davvero dopo Insigne anche Mertens ha firmato il rinnovo, stai a vedere che passiamo un’estate tranquilla?

Anzi, mi sbilancio: che possiamo addirittura seguire il calciomercato estivo esibendo il pacato distacco di un giocatore, che so, della Juventus?

No, vabbè, in effetti il paragone con la Juventus è improprio, perché non ce lo vedo Giuntoli brigare per far fare le visite mediche in notturna in una clinica madrilena al mister 94 milioni di turno. E pure se lo facesse, non lo verrei mai a sapere perché non ho la più pallida idea di che faccia abbia Giuntoli, non avendo mai avuto il bene di vederlo in video. Più che assunto, è stato sequestrato da De Laurentiis. Sospetto che perfino Natasha Kampush avesse più libertà di movimento.

Però potremmo essere tranquilli come un giocatore della Roma. Neanche, perché il nostro Totti (Marekiaro) ci ha giurato amore eterno già da qualche anno e il nostro belga napoletano (Ciro) rispetto al loro (Nainggolan)sembra il Re Filippo.

Allora come un giocatore del Milan. Eh no, perché non c’è nessun closing cinese all’orizzonte, ma il nostro Presidente si tiene ben stretta la gallina dalle uova d’oro ora che i cinepanettoni non se la passano troppo bene.

Almeno come un giocatore dell’Inter. Ehm.

Lo sapevo. Sono talmente disabituata all’idea di non dover trascorrere un’estate con il patema d’animo di vederci portare via i gioielli di famiglia che devo per forza trovare un termine di paragone in grado di rendere credibile quello che, in realtà, è inverosimile.

Certo, per fissare la consueta cena agostana con Celestino (si veda http://openspace.name/2017/03/19/passione-insanapoli-25-la-profezia-celestino/ ) con annessa nefasta profezia dovrò aspettare che l’assalto di Conte a Koulibaly venga respinto in modalità Kill Bill e che il Comandante Sarri rettifichi quanto asserito sulla volontà di arricchirsi, ma una volta tanto tutto farebbe propendere per un blando, misurato ottimismo.

Ed  è proprio questo che stona. Le parole Napoli e ottimismo sono un ossimoro. Allora meglio parlare di sana incoscienza? La stessa che ci ha portato a schiantarci innumerevoli volte nell’erronea convinzione che “una cosa così no, non è possibile, non accadrà mai”. E invece puntualmente accadeva.

Ok, allora bando sia all’ottimismo che all’incoscienza.

Siamo, come sempre, fatalisti e affidiamoci al destino o alla Dea Bendata.

Magari però, nel farlo, mettiamoci una maglia a strisce bianche e nere. Nel dubbio, non si sa mai.

Passione Insanapoli 31. Questione di feeling.

Questione di feeling.

Quella tra Mertens e Insigne che ha consentito a Ciro non di vedere, che in questo siamo bravi tutti, ma di “intuire” la presenza di Lorenzo dietro sé e di passargli la palla di tacco esattamente nel fazzoletto di terra dove si trovava il compagno in modo che non si scompigliasse manco un capello nello sforzo di intercettare il pallone ma concentrasse tutta la potenza nel tiro. L’Amore ai tempi del Sarrismo.

Quella, mancata, tra Callejon e Higuain che ha fatto in modo che De Laurentiis, tra le due fazioni, una volta tanto scegliesse quella giusta, e blindasse Josè Maria nonostante l’ostilità della lota.

Quella, sempre più forte, tra i tre lì davanti cementata anche oggi da abbraccio e inchino davanti al pubblico.

E, per favore, non chiamateli folletti perché Callejon giustamente fa notare di essere più alto di un metro e una Vigorsol. Piuttosto, chiamateli i tre moschettieri che di D’Artagnan & co. mimano il gesto, cavalleresco, di togliersi il cappello davanti al pubblico sovrano.

Oppure, se proprio non volete scomodare Dumas – anche se, personalmente, non riesco a immaginare espressione più alta del l'”uno per tutti, tutti per uno” – chiamateli i tre tenores, perché quella che suonano è sinfonia per le nostre orecchie (e per quelle di chiunque ami il calcio). Speriamo solo che Callejon non protesti pure stavolta sottolinenando di non avere la stazza di Pavarotti.

L’unica nota stonata di questa giornata all’insegna dell’amore è data dal destino che, più cinico e baro che mai, ci costringe stasera a tifare per la Juventus per ambire concretamente al secondo posto.

Lo faremo, per carità. Io stessa non esiterei a invocare a gran voce il gol dell’infame se dovesse servire.

Ma ho un dubbio che mi dilania.

Considerato l’effetto boomerang delle nostre gufate anti-juventine – che hanno, nell’ordine, provocato la rottura del crociato sbagliato a inizio stagione e il sorteggio più favorevole in Champion’s, e stanno serenamente conducendo la Juventus verso il triplete e noi verso il suicidio qualora ciò accadesse – niente niente tifare per loro dovesse svantaggiarli?

In fondo, pensiamoci: esiste qualcosa di più innaturale per un tifoso napoletano doc?

 

Passione Insanapoli 30. Dopo Inter – Napoli, due chiacchiere in ufficio.

Tornata rigenerata dal week end feng shui (si veda http://openspace.name/2017/05/01/passione-insanapoli-29-metti-sera-quella-inter-napoli-alto-adige/ ), ho pensato bene di pungolare il mio capo interista (lo stesso degli anatemi mascherati per i quali si veda http://openspace.name/2016/11/22/passione-insanapoli-5-piccola-digressione-napoli-inter/) spingendolo a commentare la partita.

Non l’avessi mai fatto. Poichè nel girone d’andata sembrava totalmente rassegnato alla disfatta, tanto che io avevo fatto le corna durante l’intera conversazione perché le lodi sperticate sul Napoli e la sua presunta superiorità mi sembravano quasi eccessive e, perciò, un po’ fasulle,  stavolta sono entrata nel suo ufficio pronta a godermi il panegirico libera dal condizionamento di dover fare qualunque scongiuro e assaporando ogni singola parola di elogio per Mertens, Callejon, Insigne & co.

E invece lui mi ha letteralmente spiazzato asserendo, in sostanza, che non si spiegava l’involuzione dell’Inter se non con una gestione dissennata dei giocatori da parte della società perché, “sulla carta, è la seconda forza del campionato”.

Ora. A parte che sulla carta siamo tutti la prima forza in qualche non meglio identificato campo d’azione, non posso che attribuire il totale ribaltamento di un’opinione espressa soltanto pochi mesi fa, relativa alla“netta inferiorità del loro organico rispetto al nostro“ con la volontà, sadica, di non volermi dare alcuna soddisfazione. Peggio, di voler stroncare quel sorrisetto di compiaciuta superiorità che – ammetto possa risultare irritante – ma, che diamine, ogni tanto potrò sfoggiare pure io!

Non pago di aver vanificato gli effetti del mio meritatissimo fine settimana zen, il boss si è lanciato in una disamina del tutto bizzarra della partita, farneticando di una “decisa superiorità delle individualità dell’Inter” penalizzate peraltro nel confronto “dall’età media più alta dei giocatori del Napoli” che, quindi, risulterebbero più scattanti ed energici.

A prescindere dal fatto che Ciro, Marekiaro e Callegol, tanto per citare i tre che hanno fatto impazzire la difesa nerazzurra, hanno trent’anni ciascuno, quindi almeno sei in più della loro punta di diamante Icardi, anche ridimensionare la tecnica sopraffina e la personalità dei vari Zielinski, Diawara e Rog attribuendone le gesta alla “beata gioventù” mi sembra quantomeno azzardato.

In sintesi la sua lettura del match è stata: bradipi lenti ma tecnicamente superiori battuti da gruppo di schegge impazzite (o mine vaganti) in grado di cavalcare la ruota come criceti per novanta minuti.

Manco Piccinini avrebbe saputo fare di meglio.

Praticamente una partita portata a casa grazie non al talento nostro ma allo sfiancamento fisico degli avversari.

All’inizio mi sono chiesta come sia possibile che anche quando facciamo la partita perfetta ci sia qualcuno che non debba riconoscerci l’onore delle armi, ma ascrivere il tutto al caso, ai demeriti propri, alla proprietà cinese, addirittura all’assenza del famigerato Miranda.

Poi ho deciso che non voglio prendermela (e non voglio prendere neanche lo Xanax), per cui d’ora in poi il mio motto sarà “il cielo stellato sopra di me, il giardino feng shui dentro di me”.

Sono sicura che, in assenza di legge morale nel calcio, Kant non se ne avrà a male.