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Passione Insanapoli 12. Ode al Belgio, patria dei Puffi e di Dries Mertens

Dopo Napoli – Torino è diventato doveroso riabilitare il Belgio.

Eh si, perché nonostante i tragici limiti dimostrati dalle sue forze dell’ordine e dalla sua intelligence durante i terribili attentati di quest’anno, gli va riconosciuto il merito di aver partorito il cioccolato Godiva, i Puffi e, soprattutto, lui: Dries Mertens.

E quest’affermazione presterebbe il fianco a facili battute, data l’altezza di Dries, se non fosse che durante la partita di ieri sembrava piuttosto (il gatto) Birba e il quarto gol segnato è stata una prodezza degna di Gargamella (il mago).

Altro che Puffo, dunque. Dries è un gigante. E non (solo) per i gol realizzati che, sia detto per inciso, sono ad oggi gli stessi di Higuain, quanto per l’amore mai sbandierato a parole ma dimostrato con i fatti verso Napoli e i napoletani.

Lui, che postava foto del golfo e di Positano due giorni dopo essere arrivato. Lui, che bacia la maglia come se stesse baciando la fidanzata (si, il trasporto si vede anche dalle riprese sul campo). Lui che ha ribaltato tutte le nostre (le mie di sicuro) convinzioni sui belgi: che fossero neri e baffuti come Poirot e freddi come l’inverno a Bruxelles. Lui, che fa i miracoli se si accorge che San Gennaro non ha voglia.

Ieri, poi, nei confronti trasmessi a ripetizione tra il suo gol e quello di Higuain per decretare quale fosse il più bello (e, sempre per inciso, ha vinto lui), l’argentino mi è apparso improvvisamente ridicolo, con quell’imperdonabile riporto, i denti gialli e lo sguardo insincero di chi, per vincere qualcosa, si venderebbe pure la madre.

Quindi Dries, pardon, Ciro (come lo ha ribattezzato Pepe Reina) ha un altro, ulteriore, merito per me: quello di avermi liberato dalla sottile tristezza, mista a nostalgia, che mi assaliva ogni volta che vedevo Higuain immortalato nella sua maglia zebrata.

E adesso non ci resta che promuovere la petizione per farlo dichiarare ufficialmente “patrimonio di Napoli” insieme al Golfo e al Vesuvio.

Tanto la cartolina c’è già. E, manco a dirlo, l’ha pubblicata lui:

Cristo si è fermato a Castellammare di Stabia, causa guasto della Circumvesuviana.


Cristo si è fermato a Castellammare di Stabia, causa guasto della Circumvesuviana.

Il 7 dicembre è stato un giorno surreale, se surreali possono essere definite le storie di ordinaria odissea che vedono protagonisti i fruitori della linea Circumvesuviana Napoli – Sorrento e ritorno.

Planata all’alba in terra natia, alle 12.45, con circa venti minuti di ritardo sull’orario stimato e più volte annunciato, sono salita a bordo del convoglio della Circumvesuviana diretto a Pompei Scavi – Sorrento e avrei dovuto subito intuire che qualcosa sarebbe andato storto osservando l’espressione arcigna delle due suore assise sui sedili di fronte a me.

Nell’intento di non cedere al diktat scaramantico del mai-viaggiare-in-compagnia-delle-cape-di-pezza, che avrebbe indotto non pochi napoletani a scendere e attendere il treno successivo, ho osservato il milanese seduto accanto a me che, con discrezione tutta settentrionale, comunicava in stereofonia all’interlocutore al cellulare e a tutti gli astanti l’idea geniale partorita per il ponte dell’Immacolata, ossia di fare una sorpresa all’ex moglie residente a Sant’Agnello.

Dopo aver ascoltato inerme l’annuncio del passaggio della “controlleria” e l’accorata difesa, da parte di un calabrese, della sua terra priva di “centri di ricezione“, che mi ha indotto a domandarmi se in Calabria manchi la copertura di qualunque operatore telefonico o, semplicemente, ci sia penuria di alberghi, mi accingevo fiduciosa ad affrontare il lungo week end con le suore, il milanese, il calabrese e giusto quelle altre ottomilacinquecentosettanta persone stipate nei vagoni del convoglio.

Arrivati a Torre Annunziata, si consuma il primo atto della tragedia. Viene infatti annunciata una sosta per esigenze di servizio dalla durata e dalle cause non meglio specificate.

Complici i 25 gradi e il sole allo zenit, nel giro di tre minuti il treno si trasforma in una fornace. L’espressione delle suore passa dall’arcigno al cagnesco. Le avrei ritrovate circa due ore dopo nel centro di accoglienza allestito per l’occasione nella piazza di Castellammare nell’atto di farsi largo, con encomiabile spirito di carità, tra alcuni anziani malridotti per accaparrarsi gli unici due posti disponibili sulle panchine dei giardinetti. Il calabrese temo ci abbia lasciato le penne, perché quella è stata l’ultima volta che l’ho visto. Il milanese si premura di avvisare immediatamente gli amici dell’imprevisto continuando a ripetere come un mantra “lo sapevo che non sarei dovuto scendere. Per la legge di Murphy avrei dovuto immaginare che non sarebbe stata una buona idea”.

Ora. Se lo sapevi, ed era giusto che lo sapessi perché, da che mondo è mondo, si sa che le sorprese difficilmente riescono col buco, soprattutto alle ex mogli che hanno scelto di rifugiarsi a 900 km di distanza dagli ex mariti, mi spieghi per quale arcano motivo hai deciso comunque di imbarcarti in questa impresa epica che, ne sono certa, sta portando jella a tutti noi?

Dopo un’attesa di circa venti minuti, alcuni decessi e una mini rissa, viene annunciato che il treno proseguirà la corsa fino a Castellammare di Stabia. Dopodichè, sottintendeva l’annuncio, arrangiatevi.

Il panico si impadronisce di tutti: il milanese, evidentemente convinto di trovarsi ad Aosta, comincia a farneticare di navette sostitutive (!), i pendolari a rumoreggiare e ad aggredire fisicamente il personale di bordo, quelli che avevano votato no al referendum escono allo scoperto prendendosela con il Governo, dimentichi del fatto che il Governo fosse caduto appena il giorno prima, i turisti stranieri si guardano intorno attoniti chiedendo lumi nei rispettivi idiomi e ricevendo in cambio improperi in dialetto partenopeo stretto, le ricostruzioni, più o meno di fantasia, su quanto accaduto iniziano a serpeggiare tra tutti colorandosi ogni volta di nuovi dettagli: si è suicidato qualcuno, hanno rubato i binari, c’è una manifestazione di cassintegrati, i macchinisti hanno deciso di scioperare (a corsa in atto, sarebbe stato geniale).

Arrivati a Castellammare di Stabia, si consuma il secondo atto della tragedia. Dopo essere defluiti, rischiando più volte la vita, dalla stazione nella piazza antistante, scopriamo nell’ordine che:

  • l’EAV S.r.l., ossia la società interamente partecipata dalla Regione Campania che esercita il servizio ferroviario e funiviario regionale, era al corrente dell’interruzione della linea già dalle 11.00 della mattina, per cui avrebbe dovuto avvertire i passeggeri in partenza dalla stazione di Piazza Garibaldi che il servizio sarebbe stato effettuato fino a Castellammare di Stabia ma si era ben guardata dal farlo;
  • nessun servizio sostitutivo era stato organizzato;
  • la causa del disguido andava ravvisata nell’imperitura tendenza alla piromania dei miei conterranei che, nell’atto di addobbare un albero di Natale, avevano provocato un incendio propagatosi poi rapidamente su tutti i binari. Perchè si intendesse allestire detta decorazione natalizia nei pressi di una ferrovia resta per me un mistero;
  • a Castellammare non esistono taxi.

Dopo un’ora di estenuante attesa nel piazzale della stazione, senza un albero sotto il quale ripararsi dal sole a picco, con l’unica panchina occupata dalle due suore, vediamo comparire un taxi all’orizzonte. E lì, più della civiltà poté la stanchezza. Più del garbo poté il digiuno. Un’orda barbarica si dirige famelica verso il taxi, estrae il conducente dall’abitacolo prendendolo per il bavero, gli estorce il numero di altri colleghi, lo costringe a caricarsi almeno dieci passeggeri e a partire in direzione Sorrento.

Dopo una breve deviazione con sosta a Gragnano per far scendere lo zio del conducente (si, succede anche questo, al Sud) alle quattro del pomeriggio sbarchiamo finalmente a Piazza Lauro e ci infiliamo nel primo bar aperto accolti da un premuroso cameriere con un “anche voi avete avuto problemi con i treni della Circumvesuviana soppressati?”.

E lì ho pensato che dopotutto il refuso calzava a pennello perché anche io, dopo un calvario di ore, vedevo soppressate ovunque e per carità, in Calabria possono pure mancare tutti i centri di ricezione del mondo, ma vuoi mettere una bella salsiccia?

 

 

 

Passione Insanapoli 11. Dopo Benfica – Napoli diamo i numeri

Stavolta diamo i numeri:

10. Alla professionalità della Dinamo Kiev. Altro che il biscotto all’italiana. E speriamo che un’altra Dinamo ne segua l’esempio.

9. All’ottimismo di Piccinini che ha cominciato a parlare di qualificazione certa al decimo del primo tempo. E intanto mezza tifoseria si grattava a sangue.

8. Alle autoreggenti dei giocatori del Napoli. Chissà…magari hanno distratto i calienti portoghesi.

7. All’arteteca di Callejon, sempre più napoletano.

6. All’outfit di Reina modello Titti (dopo una cura di anabolizzanti).

5. Al collo tatuato del portiere del Benfica, gemello diverso di Fedez.

4. Agli auspici di Nina Moric (che ci ha secciato senza motivo).

3. A Miccoli che scommetteva in tribuna, come se non ci bastasse Amendola.

2. Come i gol segnati dal Napoli.

  1. No, non come il gol subito…ma perché SIAMO PRIMI NEL GIRONE!

Grazie di cuore, ragazzi irresistibili!

 

 

 

 

Passioni insane in generale.

Solo due piccole considerazioni di costume partendo dalla cronaca di questi giorni.

  1. Ma Lapo Elkann non poteva chiedere 94 milioni di riscatto che così gli Agnelli si rivendevano Higuain per pagarlo?
  2. Con un tempismo eccezionale rispetto alla partita di stasera, la Cassazione ha stabilito che dare dell’omosessuale a qualcuno non costituisce offesa. Certo che se l’avesse detto un anno fa, prima che Sarri desse del finocchio a Mancini, lui si sarebbe risparmiato tre giornate di squalifica e noi l’ingrossamento del fegato che ne è seguito.

Passione Insanapoli 10. Prima di Napoli – Inter.

Ogni volta che si gioca Napoli – Inter mi ritorna in mente un episodio di qualche anno fa.

Durante un incontro di lavoro avevo conosciuto l’avvocato De Nicola, partner di un noto studio legale internazionale, molto conosciuto anche per le sue collaborazioni con alcune testate giornalistiche e, scoprii in quell’occasione, tifoso interista sfegatato.

Al termine della riunione annunciò che, come ogni anno, sarebbe partito alla volta di Napoli per assistere, dalla panchina, al match in virtù della parentela vantata con il medico della squadra azzurra, suo cugino di primo grado.

Ora. Ancora oggi io non so dare una spiegazione dignitosa a quello che dissi subito dopo aver appreso questa informazione.

Forse posso cercare un alibi nell’agitazione pre-partita. Forse dissi quello che dissi perché mentalmente distratta dall’idea di chiedergli un lasciapassare anche per me. Forse posso attribuire il tutto all’abitudine, che ho spesso, di parlare a vanvera, senza riflettere, pur di riempire un silenzio o una parentesi rosa tra le parole dell’interlocutore.

Perché, insomma, nonostante lui mi avesse detto che suo cugino era il medico del Napoli e, in più, io sapessi perfettamente che il medico del Napoli si chiamasse De Nicola per cui, anche volendo, sarebbe stato davvero difficile sbagliare, io esclamai, tronfia e soddisfatta: “quindi lei è il cugino del mitico Carmando” (che, per la cronaca, era il massaggiatore della squadra già dai tempi di Maradona), io proprio non me lo so spiegare.

Però l’espressione di stupore mista a commiserazione che passò sul suo volto mentre, con tono sommesso, ribadiva “no, io sono il cugino di De Nicola” mi viene in mente prima di ogni Napoli – Inter.

Quando, dal mio divano, me lo immagino assiso sulla panchina dove, se ci fosse una giustizia al mondo, dovrei trovarmi io.

Stasera, in particolare, me lo vedo seduto in panchina a raccogliere le confidenze di Rog e Tonelli un attimo prima che balzino in piedi a bestemmiare contro il passaggio, tecnicamente perfetto, di Goulham a Icardi.

Modererà l’esultanza per la prestazione della vita già ampiamente annunciata da Pioli e si dedicherà a risollevare il morale a Maksimovic probabilmente ricordandogli che se ha sfidato il terrorismo internazionale pur di approdare a Napoli un motivo valido ci sarà stato, pur non essendo esattamente quello di giocare, come magari pensava all’inizio.

Conforterà Gabbiadini subito dopo la sostituzione al 70° e darà il cinque a Insigne per i 18 spettacolari tiri a giro effettuati (e non entrati).

Speriamo non debba consolare nessuno per pali, traverse, scivolate o morsi subiti.

Soprattutto speriamo che continui a portare bene al Napoli, lì seduto in panchina, come avrà sempre pensato quel furbacchione del cugino medico.

 

Passione Insanapoli 9. Dopo Napoli – Sassuolo.

Troppo depressa per commentare (lucidamente).

Metti una sera una partita abbordabilissima. Un Insigne che sfiora la seconda doppietta consecutiva e un Callejon che sfiora il gol nel recupero, prendendo invece un palo netto. Un Gabbiadini che prova la rovesciata e un Cannavaro che si confonde sulla maglia che indossa e quasi quasi devia la palla vincente. Un Mertens che si scorda di essere ammonito e salta la prossima con l’Inter. Un dominio assoluto del Napoli e una beffa finale.

Metti tre punti che, all’improvviso, all’ottantaduesimo, diventano tragicamente uno. Come quando ti scippano le polpette dal piatto e tu rimani lì come un ebete a chiederti come sia potuto succedere.

Ecco, intitolerei il match di stasera la beffa della polpetta.

E se penso che ho addotto un appuntamento improcrastinabile dal medico  come scusa per fuggire anzitempo dall’ufficio, posso dire in tutta onestà che non ne è valsa la pena.

Già, ma il punto è: quando ne vale la pena ormai? Quando Reina fa il siparietto in mutande dagli spogliatoi nel pre-partita? Quando sul volto di Gabbiadini spunta l’ombra di un ghigno lontanamente paragonabile a un sorriso? Quando Insigne si ritinge i capelli e riesce a buttare dentro il decimo tiro a giro della partita?

Niente da fare. Sono troppo depressa per commentare.

Se vi va, fatelo voi.

Magari i vostri commenti mi tirano su…

 

Passione Insanapoli 8. Lettera a Babbo Natale (o ad Abramovich, tanto è uguale)

La buona notizia di oggi è che giochiamo solo lunedì. Abbiamo, quindi, tutto il tempo di metabolizzare la soporifera prestazione con la Dinamo Kiev e andare al cinema domani sera.

Detto questo, oggi vorrei dedicarmi a due appelli. Il primo è che qualcuno, a Torino, lanci un salvagente ad Higuain nel caso non sappia nuotare. Ipotesi neanche troppo remota considerando la dimestichezza con i tuffi esibita appena arrivato a Napoli (quando, per la cronaca, si schiantò su uno scoglio di Capri alla presenza di un basito Paolo Cannavaro).

Il secondo è rivolto direttamente a uno a scelta tra un emiro, un oligarca russo e un paperone cinese perché facciano a De Laurentiis un’offerta che non possa rifiutare.

Al diavolo il protezionismo e il campanilismo, il nazionalismo e lo sciovinismo, io bramo un presidente che compri Cavani così che anche i piccoli Bautista e Lucas si sentano meno soli, Lewandoski per facilitare il rientro di Milik almeno sotto il profilo linguistico, Zaza per vendicarci del gol realizzato a tradimento l’anno scorso facendolo ammuffire in panchina, Suarez per dare il morso fatale a Higuain, Lahm per convincere Hysaj che non è ancora pronto per il Real Madrid, Neuer così Reina può dedicarsi a tempo pieno alla campagna di Intimissimi con somma gioia delle tifose napoletane (e non solo) e Guardiola come secondo di Sarri.

Aspetto suggerimenti per la difesa prima di inviare la lettera a Babbo Natale.

Passione Insanapoli 7. Dopo Napoli – Dinamo Kiev.

Due sole parole per descriverla: La Noia.

Stavolta altro che Xanax, sarebbe stato utile un eccitante per rimanere svegli.

Praticamente l’unico colpo di scena è stato l’inciampo in area di Insigne, che sembrava avesse perso una pantofola un minuto prima di tuffarsi sul letto.

L’umore e la palpebra calavano sincronicamente con il trascorrere dei minuti.

L’intervallo tra un tempo e l’altro è stata l’unica botta di vita.

Per il resto, le voci dei telecronisti giungevano ovattate e dal rassegnato torpore in cui mi trovavo ho cominciato a fare calcoli sulla qualificazione in caso di pareggio a partire dal 15° minuto del primo tempo: se il buongiorno si vede dal mattino, eravamo già ampiamente oltre per sperare in un cambio di rotta.

Sempre per la serie “seccia mascherata” di cui si veda http://openspace.name/2016/11/22/passione-insanapoli-5-piccola-digressione-napoli-inter/ sospetto che il risultato sia stato condizionato in parte dalle previsioni funeste di Sacchi nello studio di Mediaset Premium.

La spacciava per una sensazione, ma pareva un anatema.

Il tutto condito da un’espressione di una gravità tale che manco stesse discettando dell’avanzata dell’Isis.

Comunque, inutile trovare alibi: la colpa è solo nostra.

Ma se errare è umano, eviterei di perseverare. Per esempio, comprando Pavoletti per fare compagnia a Tonelli e Rog nel reparto infortunati & inutilizzati.

Un merito, comunque, ce l’ha questa partita: ho dormito come non mi succedeva da tempo e oggi sono pronta ad affrontare la benevola condiscendenza degli juventini a pranzo.

Oddio, il pranzo. Lo sapevo che il tacchino mi sarebbe andato di traverso.

Buon Giorno del Ringraziamento…agli altri.

Passione Insanapoli 6. Aspettando Napoli – Dinamo Kiev.

Il pranzo di oggi non poteva andare peggio. Delle otto persone presenti al mio tavolo cinque erano juventini gongolanti. Roba che sarebbe stato più rilassante un pranzo con Salvini a parlare dei destini del Mezzogiorno.

Ovunque mi girassi intercettavo sguardi di benevola condiscendenza e tra una cucchiaiata e l’altra di zuppa mi sono sentita chiedere circa quattro volte “se avrei visto la partita di stasera“, “quale sarebbe stato il risultato migliore per il Napoli” e “che cosa mi augurassi facesse il Benfica“.

Ora. Se normalmente intravedo intenti tendenziosi in domande del genere se rivolte da tifosi di altre squadre, quando a farle è un supporter juventino sono matematicamente certa della malafede.

La loro espressione sazia, appagata dalle vittorie, dalla qualificazione anticipata, dalla benevolenza degli arbitri, è quanto di più indigesto si possa concepire.

Per questo ho preso la zuppa. Perchè non mi andasse di traverso. E per tenermi leggera in vista del tacchino di domani.

 

Passione Insanapoli 5. Piccola digressione su Napoli – Inter.

Si, lo so che sarebbe la vigilia di Napoli – Dinamo Kiev, ma il mio capo interista ha voluto commentare le partite del week end. Il problema è che ha voluto anche condividere con me la preoccupazione per Napoli – Inter del 2 dicembre prossimo alla luce “della netta inferiorità del loro organico rispetto al nostro“.

Ora. Questa a casa mia si chiama seccia mascherata. Trattasi, cioè, dell’anatema che si cela dietro l’untuoso e falso tentativo di blandire l’avversario.

Inutile dire che, mentre mi contorcevo sulla sedia nello sforzo di toccare con l’indice e il mignolo il ferro del sostegno alla (sua) scrivania di cristallo, immaginavo scenari apocalittici di lillipuziani schiantarsi a velocità supersonica contro watussi inamovibili. Di puffi neutralizzati mediante gomitate da rugbysti prestati al calcio.

Perchè, lo confesso, a me l’Inter ha sempre fatto paura per la mole fisica dei suoi giocatori. Dai tempi di Eto’o, Ibrahimovich, Maicon, ho sempre temuto scontri fisici in cui gli elfi partenopei avrebbero avuto la peggio.

A nulla sono valse le statistiche che continuano a darci ragione in casa…io il 2 dicembre schiererei come falso nueve un totem composto da Insigne, Mertens e Giaccherini l’uno sull’altro.

Pensaci, mister.