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Passione Insanapoli 50. Zero tituli a chi?

91 punti non sono bastati a vincere lo scudetto.
Del resto, 12 punti non erano bastati tre anni fa ad andare in Champions.
Ed essere 2 volte Campioni di Inverno neanche è stato sufficiente.

E parlano di zero tituli?
Mica nella vita conta solo vincere. Soprattutto poi se si vince in modo non proprio trasparente (per usare un eufemismo).
Io dico grazie, comunque, a tutti.
A Pepe, che avrei riconfermato ad occhi chiusi pure se avesse avuto novant’anni perché adesso chi li piglia  a paccheri quei muccusielli?
A Christian, che pure mi terrei come mascotte a vita perché ha attraversato questi dieci anni elegante come l’inchino che ha sempre tributato al suo pubblico e perché sul campo ci ha letteralmente rimesso i polmoni in galoppate che ricordo epiche.
A Ciro, perché quei 91 punti li dobbiamo in gran parte a lui e quindi guai a parlare di calo di rendimento nel finale.
A Marek, che è l’unico che non ci ha mai tenuto sul filo del rasoio con i tentennamenti da “me ne vado o non me ne vado”, perché l’amore non è sempre tumulto ma anche rassicurazione.
A Kalidou, per averci regalato la gioia suprema e incommensurabile di quel gol allo Stadium che manderemo in loop nei decenni a venire.
A Lorenzo, per essersi preso gli sfottò per i capelli gialli dal suo pubblico e gli insulti beceri dei tesserati della Juventus con lo stesso imperturbabile stoicismo frattese.
A José Maria, perchè se se ne va lui me ne vado pure io.
Ad Allan, perché “è un lavoro sporco ma qualcuno dovrà pur farlo” e lui lo ha fatto alla perfezione.
Al Mister, per tutto quello che ha fatto in questi anni ma, soprattutto, per aver fatto rosicare Allegri che manco Zidane a Cardiff.

A tutti gli altri che, anche se non menzionati espressamente, sono nel mio cuore e ci resteranno per sempre perché, e in questo non sono d’accordo con Sarri, non tutto nella vita è destinato a finire.

Passione Insanapoli 49. Juve – Napoli: 2,48 metri sopra il cielo.

Ci sono momenti che danno un senso, improvvisamente, a tutto.
Quelli per i quali vale la pena perdere anni di vita.
Quelli che solo vivendoli ti accorgi di averli aspettati da sempre.
Quelli che ti ripagano di delusioni, frustrazioni e sofferenze.
Quelli che pur durando una manciata di secondi hanno il carattere dell’eternità.
Quelli che a posteriori non cambieresti una virgola perché sono perfetti così come sono.

Ieri sera, alle 22.32, si è verificato un momento così.

Quando Kalidou Koulibaly, librandosi in volo con la leggerezza di un’allodola a dispetto dei 195 cm di altezza e i 90 kg di peso, ha trafitto Buffon con un tiro che aveva la rabbia per tutti gli affronti subiti da tifoserie becere e cori razzisti, la frustrazione per 90 minuti di pressing disperato e vano, la volontà feroce di risarcire i tremila che lo avevano accompagnato a Capodichino e i diecimila lì che lo avrebbero aspettato a notte fonda.

E sappiate che queste cose non me le sto inventando: le ho intraviste nella carambola di una palla che altrimenti non avrebbe avuto quella potenza e le ha confermate lui stesso nell’intervista post partita.

Quello che però rende davvero unici certi momenti sono gli effetti che producono: in barba a qualunque principio di proporzionalità, scatenano delle reazioni del tutto fuori del comune.
Spropositate, per alcuni.
Addirittura patetiche o intollerabili, per altri.
Ma che ne possono sapere loro? Loro che scelgono di emozionarsi e decidono quando festeggiare non capiranno mai la potenza liberatoria di un gesto inaspettato, la forza catartica di un momento forse destinato a rimanere unico e perciò stesso da celebrare con tutti gli onori.
Per dirla alla Grillo, un immenso, gigantesco, corale vaffa.

Ed ecco allora che trenta secondi dopo i social si intasano completamente sotto i colpi incrociati di Chiara che chiede “se è tutto finito e può tornare a guardare lo schermo” dopo “essersi isolata per paura di non reggere”, Maria Pia che mi comunica il suo decesso con un laconico “addio” su whatsapp, Isabella che si accerta dello stato di salute di tutti (e delle rispettive famiglie) via facebook, mia madre che chiama sul fisso per urlare frasi sconnesse, mio padre che le strappa la cornetta per chiedermi “da quante partite lo Stadium è inviolato”, Gian Carlo che sorride sul divano dicendomi “sono contento”, Annalisa che mi annuncia che sta tremando ancora, Gianmario che mi scrive “Forza Napoli” nonostante sia milanista e tutti, indistintamente, che pubblicano e si scambiano foto di Koulibaly versione San Gennaro o con didascalie che lo tacciano di “insensibilità” e di “avere un bidone della spazzatura al posto del cuore” citando e scimmiottando Buffon.

Ed ecco, ancora, stamattina i tifosi delle altre squadre congratularsi con me manco avessi segnato io, Mafalda raccontarmi che ha visto due in metropolitana salutarsi al grido di “mio fratello è Koulibaly”,  tifosi di Inter, Milan e Parma esultare per la vittoria del Napoli, juventini rosiconi deridere i festeggiamenti della città e finanche il mio capo mostrarmi fotomontaggi di Koulibaly nudo.

Gli effetti, imponderabili, di momenti irripetibili.

Ed è per questo che a tutti noi è dedicato quel momento: a noi che ieri sera eravamo 2,48 metri sopra il cielo e subito dopo pronti per la rianimazione e un doppio bypass.

Perché sono le piccole soddisfazioni che la vita ci concede a permetterci di dare un calcio alle grandi amarezze.
Per un momento solo?
Forse, ma che comunque sa di eternità.

Passione Insanapoli 48. ‘O muorto che parla.

Capitolo 48: e mai numero fu più azzeccato.
‘O muorto che parla.

Perfetto per Mertens che ormai è un cadavere che vaga senza meta per il campo, per Jorginho che è l’ombra di quello che fu, per Allan che fa bene a pregare con tanto trasporto prima di ogni match anche se temo serva a poco.

Se non è ancora morto, infatti, il Napoli è sicuramente moribondo, in coma farmacologico, in stato vegetativo da ormai svariate giornate.
In compenso la tifoseria sta perdendo la brocca e se per metà assiste attonita e muta alla debacle (peraltro prevedibile), per l’altra metà insulta selvaggiamente e inopportunamente De Laurentiis.

Ora, che il patron abbia come al solito la colpa di non aver investito nel mercato di gennaio, nonostante l’affaire Higuain (nel senso di Nicholas) di due anni fa, è fuori dubbio.

Ma del resto, come ebbe a dire un giorno Careca a mia madre – ebbene si, mia madre ha discettato di calcio con Careca durante una sessione dal parrucchiere tra una piastra e due meches, ma questa è un’altra storia – De Laurentiis vuole arrivare secondo.

Ossia vuole garantirsi gli introiti e il lustro derivanti dall’accesso diretto in Champions League, senza la pressione di dover vincere a tutti i costi.
In pratica, gli onori al netto degli oneri.
Per la serie quello che conta è partecipare.

Peccato che, nonostante il giro di miliardi, il gossip, le wags e i tatuaggi che ruotano intorno (e addosso) ai giocatori, il calcio sia pur sempre uno sport e, come tale, implichi una buona dose di competizione e furore agonistico.
Ecco perché il bel gioco non ci basta né soddisfa più, se poi alla fine non si vince mai niente.

Ad ammazzarci, soprattutto, è la fine della Grande Illusione: quella che ci ha visto per ben due volte Campioni di Inverno vanificare tutti gli sforzi fatti in un girone d’andata e mezzo.

Perchè che la Juventus fosse complessivamente più forte, con 24 giocatori di pari livello, si sapeva fin dall’inizio.
Quello che invece non si poteva prevedere, ed ha alimentato il sogno con sempre maggiore convinzione, sono state le prestazioni sontuose del Napoli, il gioco fluido e fantasioso, l’apparente indistruttibilità per carattere e forma fisica che ci ha indotto a credere in una superiorità degli azzurri rispetto agli zebrati.

E qui casca l’asino (in senso metaforico e letterale). Perché gli 11 titolari (più un paio di ricambi all’altezza) sono stati spremuti come limoni fino all’inevitabile debito di ossigeno.
Semplicemente, non ce la fanno più.

Forse Sarri avrebbe potuto fare qualche cambio in più e magari non sempre al 70° ma all’inizio del secondo tempo.
Forse in un campionato non condizionato dagli arbitri anche la Juventus avrebbe perso o pareggiato qualche partita (per esempio con il Cagliari, con la Fiorentina o, perché no, con il Benevento) e oggi le due squadre, appaiate, si giocherebbero lo scudetto a Torino.
Forse.
Quello che è sicuro è che, con qualche piccolo rinforzo a gennaio, oggi Mertens e Koulibaly potrebbero prendersi un giorno di ferie senza eccessivi sensi di colpa e non fischieremmo Insigne perché da lui ci aspettiamo di più e quindi non gli perdoniamo niente.

Ma la storia non si fa con i forse e, quindi, tant’è.
Anche quest’anno gli ospiti del cimitero di Poggioreale non si saranno persi niente.
Noi vivi invece si: una buona dose di ottimismo, due coronarie e la poca serotonina ancora in circolo.

Perché, mai come quest’anno, noi ci credevamo.

Allora al Presidente non va augurata la morte, per carità, come ha fatto una parte della tifoseria ieri, ma di vivere una grande delusione, quello si, per capire almeno un po’ come ci sentiamo oggi: per esempio, che “Natale in Kazakistan” incassi du spicci e Neri Parenti rescinda il contratto.

Soprattutto, a questo punto, non ci resta che sperare che la Smorfia si sbagli, anche se, comunque la si giri, la cabala non mente mai e, infatti, sta finendo tutto a carte quarantotto.

Passione Insanapoli 47. Comunque vada…grazie.

Questa vittoria rocambolesca, agguantata al photo finish, quando ormai nessuno ci credeva più, forse neanche noi tifosi napoletani troppo spesso abituati, dopo mesi di sogni e prestazioni da favola, ad un finale diverso dal “e vissero felici e contenti”, la dedichiamo a noi.

A noi che abbiamo aspettato di vedere Milik segnare senza abbandonare lo stadio o cambiare canale perché, se è facile applaudire Cristiano Ronaldo dopo un gol destinato a entrare nella storia, lo è molto meno incoraggiare Mertens dopo un rigore sbagliato.
Ci vuole amore, dedizione, spirito di sacrificio.

Ecco perché una vittoria a Napoli non è mai solo della squadra, ma è un traguardo corale raggiunto da tutti, campioni e gregari.

Ed ecco perché, comunque vada, oggi tutti, da Diawara a Zielinski-in ordine rigorosamente alfabetico e non di merito-si meritano un grazie.
Per aver continuato a regalarci emozioni e risultati “puliti”, non inquinati da sospetti, favoritismi, ambiguità, polemiche.
E per riuscire a sorprenderci e a farci ricredere anche quando l’atmosfera si fa lugubre e si sentono già echeggiare le campane a lutto.

Perciò dedico la vittoria di oggi a tutti quelli che, dopo il meritatissimo risultato della Juventus sul Benenvento, già celebravano il requiem in memoria del Napoli.

Ma, soprattutto, questa vittoria la dedico a te che ti starai arricreando lassù: magari ti sei perso la goleada della Roma e il pareggio con il Sassuolo, ma per goderti la remuntada di oggi sono sicura che una parabola da qualche parte l’avrai trovata.
E, come un anno fa a Edimburgo, con la vittoria sulla Sampdoria strappata all’ultimo minuto da Tonelli, oggi invochiamo a gran voce la beatificazione di Diawara che ci ha salvato dalla depressione collettiva pur mettendo a serio rischio le coronarie di tutti.
Soprattutto c’è qualcuno qui, di fede non propriamente azzurra, che rivendica la paternità di entrambi i successi: che dici, gliela diamo una chance?

Passione Insanapoli 46. Dopo Cagliari – Napoli.

Alla fine Burian è arrivato.

Che poi, non capisco tanto stupore: ci si aspettava valanghe, slavine, tornadi e così è stato.
Abbiamo travolto, seppellito, annullato il Cagliari.
Perfino Mario Rui, per l’occasione, invece di boccheggiare dopo 40 minuti implorando la sostituzione, ha deciso che se ad Hamsik viene chiesto di superare il record di Maradona e a Callejon di eguagliare quello di Savoldi, pure lui voleva essere paragonato a qualcuno. E si è inventato una punizione addirittura alla Messi.
Mario Rui.
Ecco, se proprio vogliamo trovargli un’attenuante, possiamo dire che il povero Burian non aveva preso in considerazione lo scatto d’orgoglio di Mario Rui che con quel calcio ha voluto mettere a tacere tutti quelli che “l’infortunio di Goulham è una tragedia perchè manca un sostituto all’altezza“.
Mario Rui vendicatore solitario di tutte le seconde scelte del mondo, in qualunque campo, a qualunque latitudine.
Mario Rui uno di noi.

Detto questo, secondo me ancora non hanno capito che quello che non ci ammazza ci fortifica e stanno continuando, involontariamente, a nutrirci con l’odio delle loro dichiarazioni inopportune.
Chi?
Cragno, per esempio (tranquilli: fino a domenica neanche io sapevo chi fosse); il portiere del Cagliari che ieri nel pre-partita affermava di voler fare un favore alla Juve difendendo la sua porta, immagino, come fosse uno scrigno o uno scranno (hi hi hi, n.d.r.).
E meno male che il precedente Gasperini risaliva a solo 24 ore prima, a dimostrazione di come nulla si possa contro il karma.
E’ bastato, infatti, che annunciasse di voler schierare una formazione rimaneggiata al 99% confessando candidamente di essere pronto a favorire la Juventus perché non solo Torino ma tutto il Piemonte venisse travolto da una tempesta di neve che manco la tundra del Dottor Zivago.
Ma gli ingenui, si sa, hanno la memoria corta.
Ed ecco allora Ionita (altro oscuro calciatore cagliaritano) che aveva annunciato spavaldamente di voler far tornare la Juve prima perdere miseramente tutti i duelli a centrocampo.

Che poi, la deferenza e la devozione che tutte queste squadre mostrano verso la Juventus mi ricordano tanto quelle dei gregari nel ciclismo: sputano i polmoni per tutto il torneo e alla fine gli onori e la maglia rosa se li beccano un altro che se va bene non gli rifila anche una pedata nel sedere.
In pratica, un sacrificio inutile.

Se poi fosse addirittura vera la leggenda metropolitana che vuole i cagliaritani ancora risentiti per il passaggio di Fonseca al Napoli negli anni Novanta, i partenopei in massa dovrebbero mettere una croce nera su Parigi a causa della lunga serie di furti perpetrati (dalla Gioconda a Cavani) e chiudere definitivamente con funghi, tartufi e Nutella per la discutibile provenienza geografica degli stessi.
E, invece, continuiamo a essere squisitamente fatalisti e a credere che se a febbraio ha nevicato a Napoli vuoi che non possa splendere il sole a maggio?

Quindi, avanti così, più forti dei tentati omicidi ai danni di Callejon da parte di Schiattarella e di Barella – mai come in questi casi nomen omen – e sulla scia degli exploit di Federer alle cui prestazioni è ormai chiaro che la squadra si ispira, data la predilezione per certi risultati tennistici delle ultime partite.

E, soprattutto, concentrati per il prossimo week end che farà da vero spartiacque della stagione.
Per le elezioni?
Ma no, per il match con la Roma 😉

 

Passione Insanapoli 45. Dopo Napoli – Lazio.

Ma forse, dopo Napoli – Lazio, dovrei dire Passione Insanapoli 31.

31 come il numero della maglia di Goulham che hanno indossato tutti i compagni in suo onore.

31 come il padrone di casa nella smorfia napoletana ma anche come padroni del gioco per ben più di 31 minuti.

31 come il voto che avrebbe preso la prestazione collettiva della squadra all’università perchè un 30 e lode non sarebbe bastato a rendere onore allo scatto d’orgoglio, alla personalità uscita fuori con furia, alla coesione di un gruppo straordinario per spettacolarità del gioco, abnegazione, spirito di sacrificio e umanità.

Basti pensare a Insigne petto in fuori al cospetto di Wallace nel disperato tentativo di colmare quei trenta-quaranta centimetri di differenza (anche toracica).

O a Tonelli perfettamente riuscito nell’impresa, improba, di rendere Immobile immobile (e questa è scontata, lo so, ma non sono riuscita a trattenermi).

O a Zielinski che, chiamato a sostituire Hamsik tra il primo e il secondo tempo, e non come di consueto al settantesimo minuto, ne ha fatto le veci con un’autorità che manco il Bruscolotti dei tempi d’oro.

O, ancora, a Rog, l’Ivan Drago della Croazia, che scalpitava per entrare in campo a menare mazzate e neutralizzare in particolare quel macellaio serbo di Milinkovic-Savic vendicando in un solo colpo l’assedio di Vukovar.

E, dopo il pugno (a Callejon), la carezza di Mertens al pallone che ha in un nanosecondo restituito dignità a uno sport che si pensa venga giocato solo con i piedi.

Invece ieri, in campo, oltre ai piedi dei giocatori della Lazio – particolarmente meritevoli di menzione quelli che hanno ripetutamente calpestato la faccia di Allan mentre era steso a terra – il vero protagonista è stato il furore agonistico, che si è rivelato più forte di tutto: della jella per l’infortunio a Goulham, dei favori arbitrali alla Juventus il giorno prima, degli anatemi di Sacchi nell’intervallo, dello scetticismo generale, del gol subito e dei “poteri forti” che ci remano contro.

E l’altro protagonista, infine, è stato il cuore: quello mimato dai giocatori davanti all’obiettivo dopo ognuno dei quattro gol.

Alla fine, altro che Sanremo: la vera sintonia si è sentita al San Paolo.

Passione Insanapoli 44. Il Super Bowl d’Italia.

Ieri negli Stati Uniti si è giocato il Super Bowl: praticamente l’evento sportivo più importante dell’anno, che tiene incollati allo schermo tutti, ma proprio tutti (pare), gli americani, generando un indotto di milioni di dollari in pubblicità, attività promozionali e introiti televisivi.
Per l’occasione sembra che tutti, tifosi e non, si riuniscano nelle case e comodamente spaparanzati sui divani ingurgitino l’impossibile in termini di cibarie e bibite. Anzi, di junk food & beverages.
Vabbè, non che nei restanti 364 giorni dell’anno siano dei seguaci integralisti della dieta mediterranea.
Sicuramente il rutto libero alla Fantozzi sarà contemplato dagli ettolitri di birra mandati giù allegramente.

Ebbene, a sorpresa, la cinquantaduesima edizione del torneo è stata vinta per la prima volta dai Philadelphia Eagles che hanno battuto, contro ogni aspettativa, i pluridecorati New England Patriots reduci da sei anni di trionfi.

Se questi numeri non vi dicono niente, cercherò di facilitarvi l’associazione analogica ricordando che il 22 aprile in Italia si gioca Juventus – Napoli.
Quel giorno il ciuccio – che nulla ha da invidiare all’aquila in termini di intelligenza – tenterà di porre fine allo strapotere della squadra che da sei anni, anch’essa, si appunta lo scudetto sul petto zebrato.
Se ciò non bastasse, sembra che i gloriosi Patriots risultino invisi alla maggioranza degli americani che, stanchi di assistere sempre allo stesso tipo di gioco, auspicavano una caduta degli dei con conseguente ricambio generazionale e sono stati finalmente esauditi nelle proprie preghiere.

Ecco, a questo punto io mi auguro un altrettanto corale anelito da parte del popolo italiano non juventino affinchè anche da noi si attui un sano avvicendamento di squadre e di gioco che renda più avvincente il campionato.
Dopotutto, se le seccie congiunte di tutte le etnie che popolano gli USA hanno mandato al tappeto un colosso come Tom Brady, vuoi che non riusciamo ad atterrare quello scricciolo di Dybala?

E a quanti – delle altre tifoserie – ancora avessero dei dubbi su chi sostenere, ricordo che è offerta loro la possibilità unica di cambiare la Storia prima che sia troppo tardi.
Mettendosi dalla parte dei meno favoriti e, solo per questo, più simpatici.
Non scomoderò Davide e Golia perché sotto il profilo tecnico e tattico la lotta non è assolutamente impari, anzi.
Ma ci siamo mai chiesti come sarebbe andata a finire a Little Big Horn se il Generale Custer avesse avuto un Mazzoleni dalla sua?
E se ad arbitrare il duello tra Ettore e Achille ci fosse stato un Rizzoli?

Insomma, le Forze Oscure del Male sono tante e armate, indifferentemente, di fucile, scudo, frecce o fischietto.
Il punto debole può essere un tallone, un menisco o una ragade anale venuta alla luce all’improvviso.
L’importante è concentrarsi e colpire, con grande precisione e cinismo.
E qui il modello cui ispirarsi più di un Capo Apache, per quanto leggendario, è Guglielmo Tell, il padre di tutti i cecchini.

Passione Insanapoli 43. A Bergamo veni, vidi, vici.

Avete presente quel senso di liberazione e di libertà che si prova dopo aver superato qualsiasi esame, da quello di maturità all’ultimo del corso di laurea?

Ecco, io – e non solo io, immagino – l’ho provato oggi quando ha segnato Mertens. Ed è stato così supremamente assoluto non tanto perché giunto al termine di un lungo periodo di digiuno per Dries quanto perché a noi l’Atalanta storicamente ci porta seccia (jella n.d.r.).

Quindi, se tanto mi dà tanto, mettendo insieme la debacle in Coppa Italia e il sorrisetto sardonico del mio collega atalantino che ogni volta sembra volermi dire “godetevi pure la vetta tanto dovete ancora venire a Bergamo”, il destino era segnato pure oggi.

E invece.

Abbiamo scoperto che Mertens, nonostante sia evidentemente nato per sbaglio in Belgio e non a Mergellina, è più da aperitivo che da pranzo della domenica, visto che pare abbia segnato ben nove gol nei match delle 12.30.

Che La Liberazione non è necessariamente appannaggio del 25 aprile ma può diventarlo anche di un 21 gennaio qualunque.

Che il sapore della vittoria è reso ancora più dolce da un’ ultima settimana contrassegnata dall’ennesimo Gran Rifiuto di un giocatore che, è bene ricordarlo, non si chiama Cristiano Ronaldo e non milita nel Real Madrid.

Che poi, a pensarci bene, se il diniego di Verdi segue, in ordine cronologico, quelli di Rossi nel 1979 e di Bianchi nel 2007, non è che ‘sto tricolore porti poi così bene al Napoli e tutto sommato potrebbe essere una scelta saggia quella di ripiegare su Inglese, se non altro per dare un segnale forte di discontinuità patriottico-territoriale.

Probabilmente sarebbero d’accordo con me anche gli illuminati tifosi bergamaschi che dagli spalti hanno accolto il gol di Mertens lanciando urla belluine all’indirizzo di Koulibaly. E, a questo punto, sono curiosa di conoscere il pensiero di quell’oscuro militante leghista (per il quale si veda Passione Insanapoli 42. Cosa ci ha portato la Befana.) sulla Caporetto atalantina ad opera delle truppe straniere.

Insomma, sempre per rimanere nella metafora bellica, a Bergamo veni, vidi, vici. Con buona pace di Salvini e Gasperini.

E ora pronti a guadare il Rubicone e a far vedere i sorci Verdi anche al Bologna.

Passione Insanapoli 42. Cosa ci ha portato la Befana.

L’anno nuovo inizia con una piccola considerazione: se Hamsik si è sbloccato a Natale e Callejon all’Epifania, mica dovremo aspettare Pasqua per vedere segnare di nuovo Mertens?

Per il resto, il contenuto della calza della Befana risulta essere sempre lo stesso:

  • la consueta conferma da parte di De Laurentiis che più di un (cine)panettone ai tifosi partenopei non regalerà manco quest’anno. Piuttosto manda in campo Goulham su una gamba sola modello fenicottero;
  • i cori beceri dei tifosi dell’Hellas Verona che stavolta hanno preso di mira addirittura San Gennaro: capisco che Napoli non abbia una zoccola come Giulietta che possa fare da capro espiatorio, però, dai, uno sforzo in più potevano farlo perfino loro;
  • lo sdegno – sacrosanto, per carità – della tifoseria juventina per gli ululati all’indirizzo di Matuidi da parte dei supporter del Cagliari. E qui c’è da chiedersi se ad indignarsi in modo così veemente siano stati gli stessi che invocano ogni domenica l’eruzione del Vesuvio con contestuale epidemia di colera caso mai qualcuno sfuggisse alla lava;
  • le illuminanti dichiarazioni di un oscuro politico leghista – il cui nome volutamente non riporto – che, riferendosi alla partita Napoli – Atalanta, l’ha definita la “trasferta all’estero dei valorosi bergamaschi“.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole: c’est l’Italie in tutta la sua pochezza, piccolezza, meschinità, razzismo.

L’auspicio per l’anno nuovo, a questo punto, non può che essere quello di prendere esempio da un senegalese, un certo Kalidou Koulibaly, che a proposito della discriminazione territoriale ha detto “i cori contro i napoletani mi fanno male come quelli contro la gente di colore“.

Tra parentesi, quel senegalese è stato anche l’autore del primo gol agli scaligeri: chiamatela nemesi, contrappasso o, magari, karma. A meno che non vogliate addirittura vederci la mano di quel San Gennaro così inopportunamente chiamato in causa.

Insomma, consiglio a tutti di approfittare della sosta per prendersi una bella pausa di riflessione ed evitare che ogni maledetta domenica  del girone di ritorno invece di parlare di calcio si discuta di temi che nel 2018 dovrebbero essere definitivamente sdoganati.

Dall’Africa per oggi è tutto. Passo e chiudo.

Passione Insanapoli 41. Lettera a Babbo Natale.

Caro Babbo Natale, per quest’anno – e questa stagione calcistica – vorrei:

  1. un crociato bionico riutilizzabile e adattabile alle diverse altezze dei giocatori del Napoli, possibilmente non tatuato e non depilato, perché a un quarto trauma di questo tipo dubito che sopravviveremmo.
  2. Un corno formato gigante che Milik possa omaggiare ogni mattina prima degli allenamenti e che, all’occasione, possa fungere da falso nueve nel caso in cui Mertens si sentisse stanco.
  3. Che Hamsik segnasse subito il gol n.116 così lui si leva di dosso ‘sto confronto continuo con Maradona e i giornalisti possono tornare a parlare di calcio.
  4. Che nella partita di ritorno con la Juventus Higuain non segnasse ma si beccasse tre giornate di squalifica per comportamento antisportivo. Così, per nemesi storica.
  5. Che Federica Sciarelli ritrovasse Maksimovic.
  6. Che dopo la rovinosa prestazione con l’Udinese il procuratore di Giaccherini si facesse una domanda, si desse una risposta e soprattutto mettesse a dieta il suo assistito.
  7. Che De Laurentiis a gennaio comprasse non solo un Inglese ma, trovandosi, anche un Brasiliano, un Tedesco e, perché no, uno Spagnolo.
  8. La maglia autografata di uno a scelta tra i giocatori del Napoli tranne quella di Tonelli che sospetto non essere mai stata prodotta.
  9. Vincere lo scudetto. E qui lo so che forse non sei tu il destinatario giusto della richiesta ma devo rivolgermi direttamente più in alto.

P.S. a onor del vero il desiderio n.8 si è già realizzato (anche se qualcuno ha già provveduto ad impossessarsene come si intuisce dalla foto di copertina).