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Passione Insanapoli 40. Allora diciamolo che siamo un po’ masochisti.

Ammettiamolo, dai, di essere un po’ masochisti.
Ma giusto un pò, eh.
Quel tanto che basta per non chiudere subito le ultime tre partite ma soffrire almeno fino al secondo tempo, far impennare le vendite degli ansiolitici e intasare il centralino del 118.

Con il Milan abbiamo dovuto attendere per ben due volte il responso del VAR.
Del resto, se non giochiamo sul filo del rasoio, o del fuorigioco, che gusto c’è?

Con lo Shakhtar la partita sembrava segnata già al quarantacinquesimo, per cui tutti a imprecare contro la scelta di Sarri di schierare Zielinski e Diawara a centrocampo, tutti a improvvisare lavagne tattiche da far invidia a Ciro Ferrara e a farneticare di schemi di gioco, che le nostre velleità di commissari tecnici sono state stroncate dalla perla di Insigne e dai successivi due gol.
Praticamente, la scorsa settimana, peggio di noi, improvvisati CT, ha fatto solo Ventura.

Con l’Udinese, poi, l’apoteosi: abbiamo dovuto addirittura assistere a un rigore miseramente sbagliato da Jorginho con, udite udite, successiva finalizzazione su rimpallo del portiere.

In totale fanno sei ulcere duodenali e quattro diverticoliti.
Che, per carità, possono pure valere il primo posto in classifica, ma insomma.

Per fortuna, a ripagarci di cotanta sofferenza,  arriva l’immagine di Lord Callejon che balla sotto gli spalti sulle note di “un giorno all’improvviso” e l’intervista rilasciata oggi da un Lorenzo Insigne versione Marchisio: i suoi “testa bassa e lavorare” ed “è il nostro lavoro, quindi niente alibi” oltre a farmi pensare che avesse urgente bisogno di un esorcista per far uscire il Principino dal suo corpo sono stati musica per le mie orecchie.
Vuoi vedere che, oltre a essere diventati cinici e a vincere le partite anche giocando male, stiamo addirittura acquisendo quella mentalità per cui non ci accontentiamo più solo della pacca sulla spalla?

A questo punto, che dire?

Io speriamo che me la cavo. Perché va bene arrivare primi, ma anche vivi e, possibilmente, senza gastriti fulminanti.

Altrimenti, come si festeggia poi?

Il Gambero Azzurro: breve guida semiseria per terroni affamati e nostalgici in terra longobarda

Massimo Troisi diceva che un napoletano non può viaggiare, può solamente emigrare.
Ecco, io più che emigrata mi sento esiliata.
Costretta mio malgrado al confino forzato in terra straniera, mi struggo nella nostalgia di Napoli.
E’ facile dire che non si vive di solo mare e sole oppure, alla meneghina, che “luntan de Napoli se moeur ma po’ i vegnen chi a Milan” ma capitemi: io sono di Posillipo e dalle mie finestre vedo Capri.
Perfino quando piove.
Ora per me il sole non tramonta più sui Campi Flegrei ma sulla Tangenziale Est.
E se questo non vi sembra un motivo sufficiente per morire di consunzione, vuol dire che non avete un animo romantico.

Ma questo non vuole essere un manuale di sopravvivenza per animi romantici confinati al Nord perché non avrei alcun consiglio da dare: il mare l’ho cercato ovunque senza trovarlo. Un orizzonte in cui perdermi, anche. Di lampare all’imbrunire, manco a parlarne.
In compenso, se vi piacciono i laterizi, questo è il paradiso terrestre.
Quindi, tant’è.
Ho preso atto che sarebbe stato molto più semplice dare due dritte a chi si consuma nel ricordo di un panzarotto, a chi si commuove alla sola vista dei friarielli, a chi vaga in una Milano torrida e spettrale di fine luglio alla vana ricerca di una pizza fritta.
Le coordinate culinarie sono importanti quasi quanto quelle bancarie al 30 del mese: basta un numero (civico o ABI) sbagliato per pregiudicare il buon esito dell’intera operazione.
E siccome Milano riesce nell’ardua impresa di precipitare da vette supreme di emancipazione e civiltà ad abissi di indicibile barbarie – perché, scusate, per voi cos’è condire con sale e olio la mozzarella? Oppure comprare pizza e kebab dallo stesso fornitore? O ancora chiamare il cornetto alla crema brioche? – diventa di vitale importanza sapersi orientare nei meandri della movida per sfuggire ad insulsi apericena e colmare i vuoti dell’anima e del colon con un degno fritto misto all’italiana.

Una piccola premessa è d’obbligo: se appartenete alla categoria di quelli che una volta trapiantati al Nord hanno deciso di rinnegare il Sud e non perdono occasione per criticarne il malcostume, la mancanza di infrastrutture, la carenza del sistema sanitario e ormai scendono a casa, di malavoglia, solo a Pasqua e Natale o addirittura hanno votato si al referendum indetto da Maroni a favore dell’autonomia delle regioni settentrionali, allora non continuate nella lettura.
Che poi, il dubbio rimane: meglio una metropolitana in orario oggi o una friggitoria sotto casa domani?
Stesso consiglio, di astenersi dal leggere il seguito, valga per coloro i quali invece di imparare l’inglese hanno preferito assimilare espressioni tipiche dell’idioma del luogo, per quanti si osano considerare mare quello di Jesolo nonostante vengano da Tropea o Sciacca e per quelli che dopo aver tifato una vita per la Salernitana hanno abbracciato ben altri colori (o non colori) per bieco opportunismo.
Insomma, escludendo i romantici che preferiscono il crepacuore al crocchè di patate e i meridionali che arrivano a imbruttirsi più dei milanesi stessi, questo vademecum è destinato a quanti anelano un giorno a guadare nuovamente il Rubicone e nel frattempo si ritagliano un angolo di casa in terra padana.
E, naturalmente, è indirizzato ai tanti settentrionali dotati di senso dell’umorismo e disposti ad assimilare, per osmosi, qualche sana abitudine terrona e una discreta quantità di grassi saturi.

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La salute
E’ tutto, si sa.
Ebbene, in Lombardia disporrete di strutture all’avanguardia dalle quali, in una buona percentuale di casi, uscirete perfino vivi dopo una degenza.
Astenersi dalla Santa Rita, ovvio, a meno che non vogliate deliberatamente disfarvi di un polmone di troppo o di un rene che non sopportate più.
Eviterei anche le protesi all’anca, dato il recente scandalo sui “ femori marci”, ma per il resto siete in una botte di ferro.
Se poi aveste la fortuna, dopo appena un paio di lustri, di ottenere la tessera sanitaria della Lombardia, sareste autorizzati a festeggiare l’evento come una vincita al Superenalotto.
Al di là di qualche trascurabilissima mazzetta, alcune inchieste su appalti truccati (Maugeri docet) e un paio di decessi che rientrano nel normale calcolo delle probabilità, la sanità a Milano funziona.
Per cui, niente panico nell’ipotesi in cui decidiate di seguire le indicazioni dei paragrafi successivi: in Lombardia ci sono ottimi nefrologi specializzati in sovraccarico da grassi saturi e rinomati gastroenterologi stufi di interloquire solo con batteri salmonella a causa del dilagare del sushi e desiderosi di tornare alle origini, ossia alla frittura.

P.S.: vi dico già che per la sintesi della Vitamina D non c’è niente da fare, così come per il corretto funzionamento della tiroide.
Servirebbero, rispettivamente, il sole e il mare.
Con buona pace di chi dice che non si può vivere solo di quelli.

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La pizza
Importante quanto e più della salute e sicuramente più efficace del Supradyn per affrontare lo stress della vita quotidiana.
Ammessa anche dai no vax e sponsorizzata dall’Associazione Ginecologi Italiani perché in quei giorni se ti devi lanciare col paracadute per essere sicura di toccare terra più di un Lines ti serve una quattro stagioni.
Parliamo insomma di Lei, Sua Maestà La Pizza.
Mica una qualunque, quindi.
E non basta che sia DOC, DOP o Vera Pizza Italiana, perché una certificazione di qualità oggi non si nega a nessuno, ma ciò che davvero conta è il dato empirico.
E il dato empirico ci dimostra che l’unica pizza a Milano degna di questo nome è quella di Gino Sorbillo (Lievito Madre al Duomo).
Napoletana in tutto – ingredienti, cottura, dimensioni, lievitazione – tranne che nel prezzo (più milanese che partenopeo ma comunque sostenibile).
Sottilissima, debordante e super digeribile, è una delizia per gli occhi e il palato e vi ripagherà ampiamente delle due ore di attesa, aggirabili solo ad orari neanche milanesi ma direttamente goriziani (12.15 a pranzo e 19.15 a cena).
Autentica la salsiccia di Castelpoto che, occhieggiando dal la Pizza dell’Alleanza, sancisce definitivamente il patto scellerato tra te e la bilancia, strepitosi i pomodori gialli della pizza dedicata allo chef Massimo Bottura, agrodolce come il tuo rapporto con Milano, da ordinare l’Antica Margeritta se non altro per assistere all’immancabile scena di avventori autoctoni che fanno notare al cameriere la doppia di troppo e si sentono rispondere, guarda un po’, che è voluta.
E poi un tripudio di taralli, cicoli, crocchè, freselle, zizzone di Battipaglia (non parlo del personale) e ‘nduja variamente combinabili tra loro in base al valore attuale dei trigliceridi e all’umore del momento.
Un piccolo appunto: reintrodurrei, tra i dessert, il Ministeriale di Scaturchio, perché era proprio quella goccia di rhum nel cioccolato a garantire una perfetta digestione.
Largo Corsia dei Servi, 11

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La pizza fritta
L’ubicazione in Via Agnello non è casuale: da zia Esterina Sorbillo sacrifichi sull’altare della pizza fritta tutti i buoni propositi per l’anno nuovo.
Devo aggiungere però che lo fai in compagnia delle altre 200 persone assiepate sul marciapiede nella spasmodica attesa che chiamino il loro numero.
Senso di colpa comune, mezzo gaudio.
Il gaudio diventa completo quando finalmente ti impossessi dell’agognato strumento di piacere e, seduto sulle panchine di piazza San Fedele o sugli scalini dell’omonima chiesa, ti addentri in un’esperienza sensoriale senza precedenti, al termine della quale il ricordo dei cicoli cancellerà anche quello del palato ustionato dalla ricotta.
Sette varianti, di cui una a sorpresa che non ho mai provato nel timore che, in ossequio alla città, possa trovarci dentro la cassoeula.
Ma la pizza fritta di Zia Esterina è soprattutto un test psicoattitudinale che ti chiama a cimentarti con alcune durissime prove volte ad attestare la tua idoneità a stare al mondo. Sonda, infatti, la tua resistenza di fronte a:

  • lo sguardo di sdegno degli avventori del dirimpettaio Juicy Bar che si trincerano dietro carotine e sedanini placidamente assisi su chaise longue di velluto mentre tu appoggiato al muro tenti di destreggiarti tra il ripieno provola e pomodoro e la camicia bianca immacolata;
  • la concorrenza spietata degli altri consumatori seriali. Gente rude, avvezza a passare sul cadavere di chiunque pur di raggiungere l’obiettivo. Mi è capitato di vedere una volta un rispettabile padre di famiglia organizzare una riffa sul proprio numero, il 34, nell’errata convinzione che avessero chiamato il 32 e, in un’altra occasione, la sosia di Diane Keaton sbrodolarsi latte di bufala sul tailleur nero di Armani;
  • la possibilità che non trovi posto a sedere nelle piazze limitrofe e sia costretto a consumare il fiero pasto sotto gli occhi dei frequentatori della vicina libreria Hoepli (gente che nutre lo spirito e non il corpo);
  • un’attesa estenuante, salvo presentarsi ad orari, appunto, goriziani.

Sappi che, superate queste prove, potresti essere arruolato nell’esercito o addirittura vincere un concorso in magistratura.
E poi, vuoi mettere la pizza fritta con il sopravvalutato panzerotto di Luini?
Via Agnello, 12

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Il tarallo ‘nzogna e pepe
E qui è dura davvero.
Perché c’è ancora chi mi chiede se esistano altri taralli oltre a quelli pugliesi.
E io ogni volta a spiegare che non solo esistono, ma sono quelli fatti di sugna – che, a nominarla, semina meno panico dell’olio di palma – pepe, mandorle e acqua di mare.
Eh si, altrimenti da cosa pensate possano prendere quel sapore divino?
Meno male che a Milano ha aperto Leopoldo, un autentico tarallaro partenopeo che li sforna caldi al momento, perché così abbiamo guadagnato qualche kg di spazio nel trolley.
Da Casa Infante potrete trovare anche uno spettacolare torrone dei morti (ovviamente il primo novembre) e ottimi gelati artigianali.
Via Torino, 48

 
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Il Gran Caffè
In un’epoca in cui non ci sono più carrozze, poltroncine di velluto, camerieri in livrea, guantiere di paste e non “ci si va più a sedere al caffè” ma al massimo a “prendere qualcosa al bar” il Gran Caffè Cimmino assolve alle molteplici funzioni di ristorante, pasticceria e bar.
Praticamente ci potresti passare una giornata.
Il giorno di San Giuseppe ci trovi un’ottima zeppola, il primo novembre vari tipi di torrone dei morti.
La zuppetta conserva il nome originario e non quello, milanesizzato, di “diplomatico”.
A pranzo ti consente una full immersion partenopea, grazie ai timballetti di pasta alla bechamel, il calzone ripieno, la pizza di scarola, la frittata di maccheroni, la parmigiana di melanzane, gli zucchini alla scapece.
Ottima la torta mimosa per festeggiare il compleanno e le mini paste cresciute che servono come aperitivo.
Aggiungo che alle sette del mattino puoi chiedere un cornetto crema e amarena senza correre il rischio che ti venga proposto quello Algida (episodio realmente accaduto in un bar del centro) o, peggio ancora, la versione artigianale del buondì Motta, oppure, in alternativa, orientarti su una graffe o una brioche col cappello.
Purtroppo dietro al bancone non troverai gli sfegatati tifosi del Napoli con i quali commentare la partita il lunedì mattina davanti a un caffè brasiliano, ma quella è una prerogativa del Gran Caffè Cimmino di Napoli che, del resto, tra i numerosi optional, vanta pure una vista a 360 gradi sul Golfo.
Ma, del resto, perché lamentarsi sempre? Anche in quello di Milano puoi sederti all’aperto e rimirare il lento progredire dei lavori della linea 4 della metropolitana.
Via Larga, 2

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Dolce & salato
Mergellina Bakery nasce come apecar ma, dato il successo, da nomade è divenuto stanziale.
L’offerta spazia dalla rosticceria alla pasticceria e contempla alcune autentiche rarità normalmente introvabili in terra padana: la parigina, il panino napoletano e il Fiocco di Neve di Poppella.
Tanto gli amanti del prosciutto e del salame che gli estimatori della panna troveranno qui un porto sicuro, disposto ad accoglierli, per di più, fino alle due di notte.
Hai visto mai che ti venisse una voglia incontrollabile di pizza salsiccia e friarielli durante una puntata de “I Bastardi di Pizzofalcone”?
E mica puoi sgranocchiare due patatine durante la partita Napoli – Juventus o colmare l’amarezza che ti lascia in bocca la “Cattura di Zagaria” con un’oliva ascolana.
Del resto, i napoletani lo sanno bene: in certi casi, il potere consolatorio di una frittata di maccheroni non ha eguali.
Viale Umbria, 44

 
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Il cioccolato
Gay Odin è un’istituzione a Napoli.
In origine era il tipico carretto antesignano degli apecar e dello street food moderno, poi, divenuto stanziale, ha preso casa in alcune delle vie più rappresentative della città.
Produce, fra l’altro, un tipo di cioccolato assolutamente unico: la foresta, fatta di scaglie che si sfaldano morbidamente ad ogni morso.
Il cacao di Gay Odin non è né completamente amaro né al latte: è il punto giusto di fondente, quello che mette d’accordo gli amanti dell’extranoir e i nostalgici della mucca Milka.
La trovi sotto forma di tronchetti, di varie dimensioni, oppure di uova di Pasqua.
Come se non bastasse, il negozio è un tripudio di frutti di mare di cioccolata, nudi liquorosi, nocciolosi e scorzette agli agrumi.
Una scelta che Godiva non vi garantirà mai.
Se dopo il tour gastronomico dei paragrafi precedenti, vi resta ancora uno spazio tra l’intestino e lo stomaco, provateli: ne vale la pena.
Oppure regalateli: il successo è assicurato e poi, si sa, un cioccolatino è per sempre.
Via San Giovanni sul Muro, 19

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 Una piccola precisazione a questo punto è d’obbligo per sfatare uno dei luoghi comuni sui meridionali più duri a morire e che sicuramente avrò mio malgrado contribuito ad alimentare con questo breve vademecum.
I napoletani non pensano solo a mangiare.
Semplicemente, in alcune cose siamo abituati bene – la bellezza della città, del clima e della squadra di calcio, il calore della gente, la bontà del cibo, il rapporto quasi ovunque conveniente tra qualità e prezzo – e sono quelle che ci compensano delle altre, mille, che non vanno.
Per questo le cerchiamo ovunque: per sentirci a casa anche in mezzo alla nebbia e agli ossibuchi.
A proposito, il prossimo manuale sarà dedicato a cotolette e risotti, perché sarà sicuramente vero che una frittura è per sempre, ma pure il colesterolo non scherza.

P.S. Un piccolo consiglio: se una domenica mattina vi ritrovaste a dedicare “Diticemcello vuje” al sugo usando il mestolo come microfono…beh, vuol dire che è ora di scendere a casa.

 

Passione Insanapoli 39. Ma non chiamiamolo calcio.

Ma il catenaccio, il catenaccio, il catenaccio è il massimo che c’è” cantava Renzo Arbore anni fa.

Ah no, scusate, quello era il materasso. Però il catenaccio una bella dedica canora pure se la meriterebbe. Almeno a sentire i commentatori sportivi che ieri sera si esibivano in lodi sperticate all’indirizzo di Maran “per aver fermato la capolista“.

E lui e la sua squadra erano raggianti per il punticino strappato con le unghie e con i denti al prezzo di innumerevoli cadute a terra e relative convulsioni che manco uno shock anafilattico ( e meno male che sono i napoletani a fare le sceneggiate), cambi tattici all’ottantasettesimo e un pullman parcheggiato davanti alla porta di Sorrentino che minimo minimo includeva anche il magazziniere, il massaggiatore e magari pure il medico sociale.

Una difesa talmente granitica e votata al martirio che se l’avesse avuta Troia non ci sarebbero stati né Ulissi né cavalli ad espugnarla. Se gli undici titolari del Chievo fossero stati schierati a difesa di Palmira anche l’Isis avrebbe dichiarato forfait. Pare che l’intelligence europea stia vagliando la possibilità di posizionarli al posto dei dissuasori sui boulevard di Parigi per neutralizzare eventuali furgoni lanciati contro la folla.

Insomma, un perfetto esempio di rinuncia preventiva all’onore delle armi, di abdicazione all’amor proprio, a giocarsela a viso aperto per uscirne a testa alta.

Bravo, Maran. Poi magari un giorno mi spieghi che gusto c’è a pareggiare così.  E magari io ti ricorderò quanta dignità c’é in Ettore che sfida Achille sapendo di andare a morire o in Davide che abbatte Golia contro ogni pronostico.

E non venitemi a dire che il Napoli non era sfolgorante come al solito perché nonostante la brillantezza appannata ha assediato il fortino nemico per 95 estenuanti minuti, imbrigliando i guizzi dei suoi tenori in neanche 20 metri di campo.

Per carità, lo ha fatto – sia pure in misura minore – l’Inter, ci stupiamo che lo faccia il Chievo?

Però, almeno, non chiamiamolo calcio.

Perché noi ormai siamo abituati allo spettacolo. Se ci togliete quello non ci resta neanche più il gusto di guardare le partite.

Perché chi l’ha detto che si gioca solo per vincere?

Si gioca per divertirsi e far divertire.

Capito, Maran?

 

Passione Insanapoli 38. Dopo Napoli – Sassuolo diamo un po’ i numeri.

Dopo Napoli – Sassuolo facciamoci due conti.

Primi in classifica con 31 punti: praticamente un 30  e quasi lode ce lo meritiamo tutto.

11 risultati utili in campionato e non succedeva dal 1989-1990 quando poi fu scudetto.

Solo 8 i gol subiti e questo credo invece non succedesse dai tempi di Mazzini.

Ancora uno il gol che manca ad Hamsik per raggiungere i 115 di Maradona. Ma almeno 800 le volte che glielo stanno facendo notare.

Uno – ma spero destinato ad essere il capofila di una lunga serie – il calcio d’angolo non soltanto non spedito alle stelle ma addirittura trasformato in gol. Ben quattro, infatti, le rivendicazioni di paternità seguite, a dimostrazione dell’eccezionalità dell’evento.

Unico e solo – e in questo caso spero destinato a rimanere tale – il caso di un pallone che si schianta contro non uno, ma ben due, pali senza poi entrare nella porta avversaria. Spero per Zielinski che abbia più fortuna con le donne.

Tre i gol segnati da Mertens dopo che i commentatori televisivi ne avevano già decretato la fine calcistica. Sicuramente dieci il voto che do alla loro perspicacia e lungimiranza.

Quattro gli anni del rinnovo contrattuale di Ghoulham: dopo una telenovela durata più di Beautiful mi sembra un buon risultato.

Almeno tre gli episodi influenzali che hanno colpito Sarri nel post-partita per sottrarlo alle interviste: se i risultati sono questi mi sa che diventiamo tutti no-vax.

Innumerevoli le volte che hanno chiesto ai giocatori “se pensano allo scudetto“. Ma a cosa volete che pensino? Alla lasagna che li aspetta a casa?

Mille i minuti giocati che sono serviti a convincere Sarri a tenere fuori Koulibaly e 90 quelli durante i quali Chiriches ha sputato sangue per convincerci che ha fatto bene.

Ora, però, usciamo dai numeri perché il calcio è prima di tutto fantasia, estro, inventiva ed entriamo nel campo del cuore, nel quale siamo non primi, ma unici.

Unico è il pubblico del San Paolo che arriva a 50.000 anche per vedere il Sassuolo.

Unico è Hamsik che, da vero capitano, non contesta mai una sostituzione e non manda mai a quel paese chi gli ricorda che “manca ancora un gol per raggiungere Maradona“.

Unico  e genuino il dispiacere che ho letto negli occhi di Paolo Cannavaro per quel tiro finale di Insigne che non è entrato perché, si sa, al cuore non si comanda.

Unica, infine, la vista da lassù.

Soprattutto considerando chi sta due gradini sotto.

 

 

Passione Insanapoli 37. Napoli – Handanovic 0 – 0.

Cominciamo col dire che ieri non si è giocata Napoli – Inter ma Napoli – Handanovic. Prendere coscienza di questo getta tutta un’altra luce sul match e su quello che è seguito.

Praticamente pensavo fosse l’Inter, invece era un Handanovic.

Prima di tutto possiamo giustificare i nostri che, nonostante la stanchezza di Manchester, hanno provato comunque a metterla dentro ma si sono schiantati, appunto, contro Handanovic che, per carità, sarà pure un gran portiere ma quella doppia parata prima su Callejon e poi su Mertens la deve in larga parte al “fattore Garella”.

Il Fattore Garella, in nome del quale si sono formate intere generazioni di portieri, fa sì che un alluce, della cui esistenza ci si accorge solo nel malaugurato caso in cui sia valgo, diventi improvvisamente la parte più importante del corpo perché chiamata a respingere provvidenzialmente e fortunosamente un tiro da due centimetri di distanza.

Possiamo perdonare i 15 tiri a giro di Insigne, perché in genere almeno uno a partita va a segno, ma evidentemente stavolta le onde gravitazionali sprigionate da Handanovic li hanno dirottati tutti in tribuna.

Possiamo dimenticare che Mertens è stato per circa 80 minuti missing in action perché di solito è talmente onnipresente che io me lo ritrovo in bagno anche dopo che la partita è finita.

Possiamo passare sopra le bordate di Hamsik che hanno sfiorato, senza centrarla, la porta perché il Capitano non si discute mai, si ama e basta.

Possiamo sorvolare finanche sulla scarsa precisione dei cross in area di rigore e sul fatto, per la verità inquietante, che passano gli anni, gli allenatori e i centravanti, ma la scarsezza nel calciare i tiri d’angolo non passa mai.

Insomma, possiamo perdonare tutto perché mi pare evidente che i nostri avrebbero dato tutto per vincere la partita di ieri ma le Forze Oscure del Male, incarnate appunto da Handanovic, hanno prevalso facendo scendere le tenebre eterne sul San Paolo. Il temuto figlio dell’uragano Ophelia si è infine palesato in Italia sotto spoglie slovene.

La spiegazione soprannaturale è l’unica possibile. Altrimenti non potremmo spiegarci come Callejon non sia uscito dal campo in carrozzella nonostante i reiterati tentativi di gambizzarlo da parte di Miranda, dei quali peraltro l’arbitro sembra essersi reso conto solo al 65° minuto. Manco le Brigate Rosse dei tempi d’oro avrebbero potuto fare meglio.

Non potremmo spiegarci la folle cavalcata di Koulibaly che lo ha portato ad autoproclamarsi salvatore della patria e, al grido di “Banzai!” sotto gli occhi di un attonito Nagatomo, a percorrere tutto il campo prima di ricordarsi che se gioca da difensore ci sarà un perché ma non era il caso di scoprirlo stasera.

Non potremmo neanche spiegarci come mai Rog, che in genere viene messo dentro un momento prima che il gioco degeneri in rissa con lo scopo primario di spezzare le cosce agli avversari, ieri sera sembrasse Roberto Bolle al cospetto di Mike Tyson (e sull’effetto intimidatorio prodotto dai marcantoni dell’Inter anche quando stanno zitti e con le mani a posto si veda Passione Insanapoli 10. Prima di Napoli – Inter.)

Soprattutto non potremmo spiegarci quanto possano essere deficienti certi tifosi che perfino ieri sera, sotto il Vesuvio, ne auspicavano l’eruzione, senza considerare forse che la lava non risulta essere particolarmente selettiva nel suo percorso di distruzione, per cui difficilmente li avrebbe scansati. Chiedere a Plinio Il Giovane (che non è quello dei mobili a Via Premuda, Milano n.d.r.).

Non potremmo, infine, neanche spiegarci la delirante intervista di Spalletti nel post partita, quando ha lasciato intendere che il risultato sarebbe potuto anche essere a loro favore. Non so con cosa avesse accompagnato la fiorentina mangiata a cena, ma doveva essere qualcosa di veramente potente.

Alla fine, se io fossi interista, lancerei la petizione per intitolare una piazza ad Handanovic: senza dubbio si raccoglierebbero più adesioni del referendum per l’autonomia di Maroni.

A noi resta una grande soddisfazione: il giubilo dei tifosi nerazzurri per aver strappato uno 0 – 0 al San Paolo è il più grande riconoscimento della nostra forza e ci ripaga di un risultato che a noi, invece, sta stretto.

Con buona pace di Handanovic.

 

 

 

 

 

 

Passione Insanapoli 36. Dopo Roma – Napoli.

Il primo round del trittico infernale – Roma, Manchester City, Inter – è andato. Nel modo migliore, aggiungerei.

Per quanto mi riguarda è stato il coronamento inaspettato di una giornata che definire “difficile” rappresenta un eufemismo. Dirò soltanto che ho trascorso le tre ore topiche del pomeriggio nella sala d’attesa di un pronto soccorso per accompagnare qualcuno già di umore nero a cui era stato assegnato, ironia della sorte, un codice di priorità bianco.

Se i due colori testé menzionati non vi dicono niente, aggiungo solo che in quelle tre ore si è giocata Juventus – Lazio, è stato assegnato un ennesimo rigore al novantaseiesimo minuto ai padroni di casa, poi sbagliato clamorosamente da Dybala.

Si, proprio lui. La Joya. Il vero fuoriclasse della Serie A. Quello che sarebbe stato l’erede di Messi e Cristiano Ronaldo nel caso i due avessero seguito l’esempio di Nichi Vendola. Che poi in effetti Cristiano Ronaldo ha seguito davvero le orme di Nichi Vendola, ma questa è un’altra storia.

Tornando a ieri, ho capito che c’è solo una cosa peggiore del passare il sabato pomeriggio nella sala d’attesa gremita di un pronto soccorso: che quella stessa sala sia gremita di juventini.

Devo anche ammettere però che poche soddisfazioni sono paragonabili a quella di annunciare a sconosciuti zebrati con costole incrinate e malleoli fratturati che Immobile aveva segnato una doppietta e la loro punta di diamante si era appena mangiato l’ennesimo rigore a porta vuota e vederli contorcersi sulle loro seggioline in spasmi di stizza e smorfie di disappunto.

Quasi quasi tornerei oggi nell’ameno luogo solo nella speranza di incontrarli e comunicargli che i loro anatemi contro il Napoli non hanno sortito l’effetto sperato.

Eh già, perché cominciano a temerci.

Già il mio collega romanista venerdì aveva accuratamente evitato l’abituale spacconeria nel pronostico pre-partita e svicolato con aria colpevole di fronte ai miei tentativi di attirarne l’attenzione sbracciandomi con aria giuliva.

Ma addirittura loro: i sommi custodi della prosopopea, l’apice della presunzione, l’arroganza fatta stile di vita, l’apoteosi della sbruffoneria, insomma gli juventini, cominciano ad avere paura di noi.

Lo capisci quando Nedved rilascia un’intervista palesemente sotto l’effetto degli spinaci allucinogeni della Bonduelle e, rimbeccando il giornalista che sottolinea come “il Napoli giochi meglio” , si interroga filosoficamente su cosa sia “in fondo la bellezza? Triangolazione?“.

Oppure quando osservano, con l’aria inconfondibile di Michele l’Intenditore, che si, “il Napoli ha un bel gioco ma la panchina è corta, per cui a marzo saranno necessariamente scoppiati”.

Ora, nessuno meglio di un napoletano conosce il potere di un anatema. Che non viene mai sprecato per un oggetto che non lo meriti. Praticamente è un riconoscimento – il più alto oserei dire – della grandezza altrui. Ti seccio se ti temo e se ti temo vuol dire che ti considero superiore. E’ la dura, incontrovertibile, legge della jella, che toglie ogni spazio ad interpretazioni diverse. E a cui fa da corollario un altro, fondamentale, principio: l’oggetto della secciata si nutre del contenuto venefico della stessa per diventare sempre più potente.

Dimostrazione di ciò è il torace di Koulibaly, sempre più somigliante al muro con il Messico voluto da Trump e altrettanto invalicabile. Chiedere a Dzeko.

Ma lo è anche l’arteteca di Mertens, sempre più somigliante a una pallottola vagante, a un flipper impazzito, all’indomabile pennuto Beep Beep vanamente inseguito da Wile Il Coyote. Chiedere a Juan Jesus e a Fazio.

Per non parlare di Insigne, che ieri accarezzava la palla con un amore che manco la moglie. E, infatti, per evitare drammi della gelosia in famiglia alla fine della partita ha gratificato la sua Jenny di una dedica a forma di cuore. Un chiaro specchietto per le allodole per occhi esperti come i nostri.

E Reina? Si trasforma in un razzo missile con circuiti di mille valvole e librandosi nell’aere e alzando il pugno chiuso come se ci fossero gli Inti Illimani in sottofondo si immola letteralmente per la causa.

Insomma, il Napoli non è solo bellezza tecnica e intelligenza tattica. E’ cuore, furore agonistico, cinismo. E’ un distillato purissimo di cazzimma. 

Quindi, secciateci pure, che in attesa di crollare a marzo intanto siamo lassù.

 

 

 

Passione Insanapoli 35. Dopo Napoli – Benevento.

La premessa d’obbligo è che, se c’è una squadra a cui non avrei mai voluto rifilare un 6-0, quella è il Benevento.

Contro lo strapotere delle strisciate settentrionali  un po’ di solidarietà campana non guasterebbe. Ma la dura legge del gol – Oddio, se arrivo a citare Max Pezzali sono messa davvero male- mette purtroppo in conto anche esiti tennistici contro gli avversari sbagliati.

E’ stata comunque una domenica singolare, caratterizzata da episodi surreali:

  1. la beatificazione in diretta tv di Dybala post tripletta al Sassuolo; pare che a Sky abbiano addirittura detto che “ha le stimmate del numero 10“: affermazione percepita come blasfema tanto dai credenti quanto dagli atei tifosi di Maradona;
  2. la definizione del palleggio del Napoli come “logorroico” da Massaro negli studi Premium: intendeva forse dire che il gioco di Sarri parla?
  3. il colpo di mano di Mertens che, dopo essersi preso il pallone per battere il rigore quando ancora i giocatori avversari cercavano di intimidire l’arbitro, nell’intervista di fine partita ammette di aver concesso a Jorginho di tirarlo una volta giusto perché c’erano la madre e la sorella allo stadio, ma “oggi no, non era possibile“. Da Ciro lo scugnizzo a Ciro l’Immortale (di Gomorra) il passo è stato breve ( e anche l’implacabilità sotto porta c’è tutta);
  4. la sospensione del silenzio stampa da parte del Napoli con conseguente intervista a Sarri che, dopo il biascicare indistinto di Gigi Delneri, è stato accolto dai giornalisti come un accademico della Crusca.

E poi, vabbè, fuori classifica c’è la soddisfazione di vedere El Lota Higuain avanzare a lunghe falcate sulla strada della perdita totale del controllo: di sé, con episodi di stizza sempre più frequenti ormai, e della propria panza che incide sempre più pesantemente sulla sua deambulazione in campo. Temo che abbia sottovalutato gli anatemi di un intero popolo, nonostante i precedenti non proprio rassicuranti di Strootman, Mazzarri & co.: avrebbe dovuto sapere che le streghe non abitano solo a Benevento.

Comunque la prestazione di oggi ci ha risollevato il morale: ora possiamo anche affrontare i deliri di Salvini a Pontida e i missili di Kim Jong-Un con maggiore consapevolezza nei nostri mezzi.

Hasta siempre, Comandante (Sarri)!

 

Passione Insanapoli 34. Si ricomincia.

Ebbene si. Si ricomincia.

Ho voluto aspettare la fine del calciomercato e i consueti shock che ci riserva, in genere, alle ore 23.55 del 31 agosto.

Scongiurare il rischio della nefasta profezia agostana di Celestino (di cui a http://openspace.name/2017/03/19/passione-insanapoli-25-la-profezia-celestino/ ), bloccando direttamente il mittente su whatsapp.

Far passare, già che c’ero, l’uragano Harvey e il lancio di quei quattro-cinque missili da parte della Corea del Nord che, comunque, avrebbero avuto effetti meno devastanti dell’eventuale addio di Reina.

Assistere allo shopping compulsivo del Milan chiedendomi nel frattempo se il Napoli avesse stipulato una cospicua polizza sulla vita di Hysaj che, a questo punto, diventa di primaria importanza.

Ho voluto, fondamentalmente, disintossicarmi dal calcio (e di conseguenza dallo Xanax) almeno per un po’, per poi riabituarmi gradualmente alla routine ed evitare il trauma da rientro.

Ovviamente con risultati fallimentari.

Le partite al cardiopalma con Atalanta e Bologna hanno miseramente stroncato ogni mia velleità in tal senso.

Dopo due primi tempi che lasciavano presagire il solito inizio zoppicante a suon di pareggi, che sarebbero stati poi oggetto di infiniti rimpianti e lacrime di coccodrillo a maggio, il Napoli ha ribaltato le sorti delle partite segnando a raffica, con un cinismo e una cattiveria che manco il Real Madrid a Cardiff (ooops).

Ieri sera, in particolare, per un attimo ho temuto che, sapendo del compleanno di Donadoni, i nostri avessero deciso di regalargli la partita, in un impeto di generosità francamente un po’ eccessivo.

Mi sono ulteriormente allarmata all’ennesimo fallo su Mertens di tal Helander, il cui nome per assonanza mi è sembrato tristemente profetico (“ne resterà uno solo: highlander, l’ultimo immortale”).

Ho cominciato a ricredermi quando Reina, con quella parata di petto, ha lanciato il chiaro messaggio “stasera non mi butta giù neanche l’uragano Irma”.

Alla fine contavo sul poker, lo ammetto.

Presuntuosa? No, soltanto cinica.

Passione Insanapoli 33. L’ultima cena?

Cominciamo subito col dire che l’auspicio del 18 maggio (per il quale si veda http://openspace.name/2017/05/18/passione-insanapoli-32/) di trascorrere un’estate tranquilla, senza colpi di testa e di mercato, è già stato clamorosamente disatteso.

Neanche il tempo di illuderci che l’unico problema da qui al 31 agosto sarebbe stata la prova costume, accantonando tutte le ansie da calciomercato con i rinnovi di Mertens e Insigne, che De Laurentiis ha provocato un incidente diplomatico, pare insanabile, con Reina.

Ora, io non so come siano andate esattamente le cose, ma pare che il Presidente si sia complimentato con tutti i giocatori e, con riserva, con l’Ommità, cui avrebbe imputato alcune distrazioni dentro e fuori dal campo.

La “simpatica” tirata d’orecchie – che possiamo immaginare esilarante come le battute di Salvini sugli immigrati – ha scatenato la furia di Yolanda, fumantina consorte di Pepe, e la reazione sdegnata di entrambi i coniugi sui social network.

Morale della favola: mentre prima cercavamo il secondo di Reina, adesso rischiamo direttamente di perdere il portiere titolare. Oltre che il sindacalista della squadra. E quello che più di tutti “fa spogliatoio” qualunque cosa ciò significhi. E il testimonial di Intimissimi nel pre-partita (il che, più di ogni altra considerazione, getterà nello sconforto i tre quarti della popolazione femminile partenopea).

Io spero che davvero De Laurentiis rinsavisca e faccia pubblica ammenda, nonostante sia consapevole che è più facile che Trump accolga una delegazione di messicani alla Casa Bianca e che Kim Jong Un vinca il Premio Nobel per la Pace.

Ma finchè non si riferirà a Pepe come al “Signor Reina” – preludio a tutti gli ultimi, dolorosissimi, addii – la speranza di una riconciliazione non morirà.

Il problema è che si preannuncia la solita, inevitabile, estate di passione all’insegna del “resta o non resta”? “Torna in Germania, dove pare sia già molto richiesto”? “E, se tornasse in Germania, la squadra si spaccherebbe nuovamente”? “Albiol e Koulibaly, privi del puparo che muoveva i fili della difesa, cederanno agli assalti di Conte & co?” “Sarri prenderà le sue difese inasprendo ancora di più il rapporto con il patron”?

Insomma, il consueto tourbillon di previsioni nefaste, pareri non richiesti, opinioni non qualificate, scommesse clandestine, spoiler infondati, speculazioni varie e psicosi collettiva imperante.

Allo scoccare del 1 giugno, tre cose sono sicure per me: gli stupri di gruppo operati dalle zanzare milanesi, l’attesa spasmodica e fantozziana delle ferie d’agosto e le tarantelle del calciomercato del Napoli.

Stavo addirittura pensando di disdire la prenotazione in Madagascar e restare qui a presidiare la situazione e a soffrire, per evitare di essere raggiunta sul più bello da una ferale notizia che vanifichi in un nanosecondo gli effetti benefici del paradiso malgascio.

Poi ho pensato che qui mancheranno i lemuri ma non certo macachi e scimpanzé, per cui tutto sommato meglio affogare l’eventuale dispiacere nelle acque cristalline dell’Oceano Indiano piuttosto che in quelle del litorale domizio.

Dopotutto, come diceva Marilyn, se proprio si deve piangere, meglio farlo in una limousine, no?

Passione Insanapoli 32. Si prospetta un’estate tranquilla?

Ma se davvero dopo Insigne anche Mertens ha firmato il rinnovo, stai a vedere che passiamo un’estate tranquilla?

Anzi, mi sbilancio: che possiamo addirittura seguire il calciomercato estivo esibendo il pacato distacco di un giocatore, che so, della Juventus?

No, vabbè, in effetti il paragone con la Juventus è improprio, perché non ce lo vedo Giuntoli brigare per far fare le visite mediche in notturna in una clinica madrilena al mister 94 milioni di turno. E pure se lo facesse, non lo verrei mai a sapere perché non ho la più pallida idea di che faccia abbia Giuntoli, non avendo mai avuto il bene di vederlo in video. Più che assunto, è stato sequestrato da De Laurentiis. Sospetto che perfino Natasha Kampush avesse più libertà di movimento.

Però potremmo essere tranquilli come un giocatore della Roma. Neanche, perché il nostro Totti (Marekiaro) ci ha giurato amore eterno già da qualche anno e il nostro belga napoletano (Ciro) rispetto al loro (Nainggolan)sembra il Re Filippo.

Allora come un giocatore del Milan. Eh no, perché non c’è nessun closing cinese all’orizzonte, ma il nostro Presidente si tiene ben stretta la gallina dalle uova d’oro ora che i cinepanettoni non se la passano troppo bene.

Almeno come un giocatore dell’Inter. Ehm.

Lo sapevo. Sono talmente disabituata all’idea di non dover trascorrere un’estate con il patema d’animo di vederci portare via i gioielli di famiglia che devo per forza trovare un termine di paragone in grado di rendere credibile quello che, in realtà, è inverosimile.

Certo, per fissare la consueta cena agostana con Celestino (si veda http://openspace.name/2017/03/19/passione-insanapoli-25-la-profezia-celestino/ ) con annessa nefasta profezia dovrò aspettare che l’assalto di Conte a Koulibaly venga respinto in modalità Kill Bill e che il Comandante Sarri rettifichi quanto asserito sulla volontà di arricchirsi, ma una volta tanto tutto farebbe propendere per un blando, misurato ottimismo.

Ed  è proprio questo che stona. Le parole Napoli e ottimismo sono un ossimoro. Allora meglio parlare di sana incoscienza? La stessa che ci ha portato a schiantarci innumerevoli volte nell’erronea convinzione che “una cosa così no, non è possibile, non accadrà mai”. E invece puntualmente accadeva.

Ok, allora bando sia all’ottimismo che all’incoscienza.

Siamo, come sempre, fatalisti e affidiamoci al destino o alla Dea Bendata.

Magari però, nel farlo, mettiamoci una maglia a strisce bianche e nere. Nel dubbio, non si sa mai.