Passione Insanapoli 45. Dopo Napoli – Lazio.

Ma forse, dopo Napoli – Lazio, dovrei dire Passione Insanapoli 31.

31 come il numero della maglia di Goulham che hanno indossato tutti i compagni in suo onore.

31 come il padrone di casa nella smorfia napoletana ma anche come padroni del gioco per ben più di 31 minuti.

31 come il voto che avrebbe preso la prestazione collettiva della squadra all’università perchè un 30 e lode non sarebbe bastato a rendere onore allo scatto d’orgoglio, alla personalità uscita fuori con furia, alla coesione di un gruppo straordinario per spettacolarità del gioco, abnegazione, spirito di sacrificio e umanità.

Basti pensare a Insigne petto in fuori al cospetto di Wallace nel disperato tentativo di colmare quei trenta-quaranta centimetri di differenza (anche toracica).

O a Tonelli perfettamente riuscito nell’impresa, improba, di rendere Immobile immobile (e questa è scontata, lo so, ma non sono riuscita a trattenermi).

O a Zielinski che, chiamato a sostituire Hamsik tra il primo e il secondo tempo, e non come di consueto al settantesimo minuto, ne ha fatto le veci con un’autorità che manco il Bruscolotti dei tempi d’oro.

O, ancora, a Rog, l’Ivan Drago della Croazia, che scalpitava per entrare in campo a menare mazzate e neutralizzare in particolare quel macellaio serbo di Milinkovic-Savic vendicando in un solo colpo l’assedio di Vukovar.

E, dopo il pugno (a Callejon), la carezza di Mertens al pallone che ha in un nanosecondo restituito dignità a uno sport che si pensa venga giocato solo con i piedi.

Invece ieri, in campo, oltre ai piedi dei giocatori della Lazio – particolarmente meritevoli di menzione quelli che hanno ripetutamente calpestato la faccia di Allan mentre era steso a terra – il vero protagonista è stato il furore agonistico, che si è rivelato più forte di tutto: della jella per l’infortunio a Goulham, dei favori arbitrali alla Juventus il giorno prima, degli anatemi di Sacchi nell’intervallo, dello scetticismo generale, del gol subito e dei “poteri forti” che ci remano contro.

E l’altro protagonista, infine, è stato il cuore: quello mimato dai giocatori davanti all’obiettivo dopo ognuno dei quattro gol.

Alla fine, altro che Sanremo: la vera sintonia si è sentita al San Paolo.

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