Passione Insanapoli 39. Ma non chiamiamolo calcio.

Ma il catenaccio, il catenaccio, il catenaccio è il massimo che c’è” cantava Renzo Arbore anni fa.

Ah no, scusate, quello era il materasso. Però il catenaccio una bella dedica canora pure se la meriterebbe. Almeno a sentire i commentatori sportivi che ieri sera si esibivano in lodi sperticate all’indirizzo di Maran “per aver fermato la capolista“.

E lui e la sua squadra erano raggianti per il punticino strappato con le unghie e con i denti al prezzo di innumerevoli cadute a terra e relative convulsioni che manco uno shock anafilattico ( e meno male che sono i napoletani a fare le sceneggiate), cambi tattici all’ottantasettesimo e un pullman parcheggiato davanti alla porta di Sorrentino che minimo minimo includeva anche il magazziniere, il massaggiatore e magari pure il medico sociale.

Una difesa talmente granitica e votata al martirio che se l’avesse avuta Troia non ci sarebbero stati né Ulissi né cavalli ad espugnarla. Se gli undici titolari del Chievo fossero stati schierati a difesa di Palmira anche l’Isis avrebbe dichiarato forfait. Pare che l’intelligence europea stia vagliando la possibilità di posizionarli al posto dei dissuasori sui boulevard di Parigi per neutralizzare eventuali furgoni lanciati contro la folla.

Insomma, un perfetto esempio di rinuncia preventiva all’onore delle armi, di abdicazione all’amor proprio, a giocarsela a viso aperto per uscirne a testa alta.

Bravo, Maran. Poi magari un giorno mi spieghi che gusto c’è a pareggiare così.  E magari io ti ricorderò quanta dignità c’é in Ettore che sfida Achille sapendo di andare a morire o in Davide che abbatte Golia contro ogni pronostico.

E non venitemi a dire che il Napoli non era sfolgorante come al solito perché nonostante la brillantezza appannata ha assediato il fortino nemico per 95 estenuanti minuti, imbrigliando i guizzi dei suoi tenori in neanche 20 metri di campo.

Per carità, lo ha fatto – sia pure in misura minore – l’Inter, ci stupiamo che lo faccia il Chievo?

Però, almeno, non chiamiamolo calcio.

Perché noi ormai siamo abituati allo spettacolo. Se ci togliete quello non ci resta neanche più il gusto di guardare le partite.

Perché chi l’ha detto che si gioca solo per vincere?

Si gioca per divertirsi e far divertire.

Capito, Maran?

 

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