Passione Insanapoli 36. Dopo Roma – Napoli.

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Il primo round del trittico infernale – Roma, Manchester City, Inter – è andato. Nel modo migliore, aggiungerei.

Per quanto mi riguarda è stato il coronamento inaspettato di una giornata che definire “difficile” rappresenta un eufemismo. Dirò soltanto che ho trascorso le tre ore topiche del pomeriggio nella sala d’attesa di un pronto soccorso per accompagnare qualcuno già di umore nero a cui era stato assegnato, ironia della sorte, un codice di priorità bianco.

Se i due colori testé menzionati non vi dicono niente, aggiungo solo che in quelle tre ore si è giocata Juventus – Lazio, è stato assegnato un ennesimo rigore al novantaseiesimo minuto ai padroni di casa, poi sbagliato clamorosamente da Dybala.

Si, proprio lui. La Joya. Il vero fuoriclasse della Serie A. Quello che sarebbe stato l’erede di Messi e Cristiano Ronaldo nel caso i due avessero seguito l’esempio di Nichi Vendola. Che poi in effetti Cristiano Ronaldo ha seguito davvero le orme di Nichi Vendola, ma questa è un’altra storia.

Tornando a ieri, ho capito che c’è solo una cosa peggiore del passare il sabato pomeriggio nella sala d’attesa gremita di un pronto soccorso: che quella stessa sala sia gremita di juventini.

Devo anche ammettere però che poche soddisfazioni sono paragonabili a quella di annunciare a sconosciuti zebrati con costole incrinate e malleoli fratturati che Immobile aveva segnato una doppietta e la loro punta di diamante si era appena mangiato l’ennesimo rigore a porta vuota e vederli contorcersi sulle loro seggioline in spasmi di stizza e smorfie di disappunto.

Quasi quasi tornerei oggi nell’ameno luogo solo nella speranza di incontrarli e comunicargli che i loro anatemi contro il Napoli non hanno sortito l’effetto sperato.

Eh già, perché cominciano a temerci.

Già il mio collega romanista venerdì aveva accuratamente evitato l’abituale spacconeria nel pronostico pre-partita e svicolato con aria colpevole di fronte ai miei tentativi di attirarne l’attenzione sbracciandomi con aria giuliva.

Ma addirittura loro: i sommi custodi della prosopopea, l’apice della presunzione, l’arroganza fatta stile di vita, l’apoteosi della sbruffoneria, insomma gli juventini, cominciano ad avere paura di noi.

Lo capisci quando Nedved rilascia un’intervista palesemente sotto l’effetto degli spinaci allucinogeni della Bonduelle e, rimbeccando il giornalista che sottolinea come “il Napoli giochi meglio” , si interroga filosoficamente su cosa sia “in fondo la bellezza? Triangolazione?“.

Oppure quando osservano, con l’aria inconfondibile di Michele l’Intenditore, che si, “il Napoli ha un bel gioco ma la panchina è corta, per cui a marzo saranno necessariamente scoppiati”.

Ora, nessuno meglio di un napoletano conosce il potere di un anatema. Che non viene mai sprecato per un oggetto che non lo meriti. Praticamente è un riconoscimento – il più alto oserei dire – della grandezza altrui. Ti seccio se ti temo e se ti temo vuol dire che ti considero superiore. E’ la dura, incontrovertibile, legge della jella, che toglie ogni spazio ad interpretazioni diverse. E a cui fa da corollario un altro, fondamentale, principio: l’oggetto della secciata si nutre del contenuto venefico della stessa per diventare sempre più potente.

Dimostrazione di ciò è il torace di Koulibaly, sempre più somigliante al muro con il Messico voluto da Trump e altrettanto invalicabile. Chiedere a Dzeko.

Ma lo è anche l’arteteca di Mertens, sempre più somigliante a una pallottola vagante, a un flipper impazzito, all’indomabile pennuto Beep Beep vanamente inseguito da Wile Il Coyote. Chiedere a Juan Jesus e a Fazio.

Per non parlare di Insigne, che ieri accarezzava la palla con un amore che manco la moglie. E, infatti, per evitare drammi della gelosia in famiglia alla fine della partita ha gratificato la sua Jenny di una dedica a forma di cuore. Un chiaro specchietto per le allodole per occhi esperti come i nostri.

E Reina? Si trasforma in un razzo missile con circuiti di mille valvole e librandosi nell’aere e alzando il pugno chiuso come se ci fossero gli Inti Illimani in sottofondo si immola letteralmente per la causa.

Insomma, il Napoli non è solo bellezza tecnica e intelligenza tattica. E’ cuore, furore agonistico, cinismo. E’ un distillato purissimo di cazzimma. 

Quindi, secciateci pure, che in attesa di crollare a marzo intanto siamo lassù.

 

 

 

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