Passione Insanapoli 45. Dopo Napoli – Lazio.

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Ma forse, dopo Napoli – Lazio, dovrei dire Passione Insanapoli 31.

31 come il numero della maglia di Goulham che hanno indossato tutti i compagni in suo onore.

31 come il padrone di casa nella smorfia napoletana ma anche come padroni del gioco per ben più di 31 minuti.

31 come il voto che avrebbe preso la prestazione collettiva della squadra all’università perchè un 30 e lode non sarebbe bastato a rendere onore allo scatto d’orgoglio, alla personalità uscita fuori con furia, alla coesione di un gruppo straordinario per spettacolarità del gioco, abnegazione, spirito di sacrificio e umanità.

Basti pensare a Insigne petto in fuori al cospetto di Wallace nel disperato tentativo di colmare quei trenta-quaranta centimetri di differenza (anche toracica).

O a Tonelli perfettamente riuscito nell’impresa, improba, di rendere Immobile immobile (e questa è scontata, lo so, ma non sono riuscita a trattenermi).

O a Zielinski che, chiamato a sostituire Hamsik tra il primo e il secondo tempo, e non come di consueto al settantesimo minuto, ne ha fatto le veci con un’autorità che manco il Bruscolotti dei tempi d’oro.

O, ancora, a Rog, l’Ivan Drago della Croazia, che scalpitava per entrare in campo a menare mazzate e neutralizzare in particolare quel macellaio serbo di Milinkovic-Savic vendicando in un solo colpo l’assedio di Vukovar.

E, dopo il pugno (a Callejon), la carezza di Mertens al pallone che ha in un nanosecondo restituito dignità a uno sport che si pensa venga giocato solo con i piedi.

Invece ieri, in campo, oltre ai piedi dei giocatori della Lazio – particolarmente meritevoli di menzione quelli che hanno ripetutamente calpestato la faccia di Allan mentre era steso a terra – il vero protagonista è stato il furore agonistico, che si è rivelato più forte di tutto: della jella per l’infortunio a Goulham, dei favori arbitrali alla Juventus il giorno prima, degli anatemi di Sacchi nell’intervallo, dello scetticismo generale, del gol subito e dei “poteri forti” che ci remano contro.

E l’altro protagonista, infine, è stato il cuore: quello mimato dai giocatori davanti all’obiettivo dopo ognuno dei quattro gol.

Alla fine, altro che Sanremo: la vera sintonia si è sentita al San Paolo.

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Passione Insanapoli 44. Il Super Bowl d’Italia.

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Ieri negli Stati Uniti si è giocato il Super Bowl: praticamente l’evento sportivo più importante dell’anno, che tiene incollati allo schermo tutti, ma proprio tutti (pare), gli americani, generando un indotto di milioni di dollari in pubblicità, attività promozionali e introiti televisivi.
Per l’occasione sembra che tutti, tifosi e non, si riuniscano nelle case e comodamente spaparanzati sui divani ingurgitino l’impossibile in termini di cibarie e bibite. Anzi, di junk food & beverages.
Vabbè, non che nei restanti 364 giorni dell’anno siano dei seguaci integralisti della dieta mediterranea.
Sicuramente il rutto libero alla Fantozzi sarà contemplato dagli ettolitri di birra mandati giù allegramente.

Ebbene, a sorpresa, la cinquantaduesima edizione del torneo è stata vinta per la prima volta dai Philadelphia Eagles che hanno battuto, contro ogni aspettativa, i pluridecorati New England Patriots reduci da sei anni di trionfi.

Se questi numeri non vi dicono niente, cercherò di facilitarvi l’associazione analogica ricordando che il 22 aprile in Italia si gioca Juventus – Napoli.
Quel giorno il ciuccio – che nulla ha da invidiare all’aquila in termini di intelligenza – tenterà di porre fine allo strapotere della squadra che da sei anni, anch’essa, si appunta lo scudetto sul petto zebrato.
Se ciò non bastasse, sembra che i gloriosi Patriots risultino invisi alla maggioranza degli americani che, stanchi di assistere sempre allo stesso tipo di gioco, auspicavano una caduta degli dei con conseguente ricambio generazionale e sono stati finalmente esauditi nelle proprie preghiere.

Ecco, a questo punto io mi auguro un altrettanto corale anelito da parte del popolo italiano non juventino affinchè anche da noi si attui un sano avvicendamento di squadre e di gioco che renda più avvincente il campionato.
Dopotutto, se le seccie congiunte di tutte le etnie che popolano gli USA hanno mandato al tappeto un colosso come Tom Brady, vuoi che non riusciamo ad atterrare quello scricciolo di Dybala?

E a quanti – delle altre tifoserie – ancora avessero dei dubbi su chi sostenere, ricordo che è offerta loro la possibilità unica di cambiare la Storia prima che sia troppo tardi.
Mettendosi dalla parte dei meno favoriti e, solo per questo, più simpatici.
Non scomoderò Davide e Golia perché sotto il profilo tecnico e tattico la lotta non è assolutamente impari, anzi.
Ma ci siamo mai chiesti come sarebbe andata a finire a Little Big Horn se il Generale Custer avesse avuto un Mazzoleni dalla sua?
E se ad arbitrare il duello tra Ettore e Achille ci fosse stato un Rizzoli?

Insomma, le Forze Oscure del Male sono tante e armate, indifferentemente, di fucile, scudo, frecce o fischietto.
Il punto debole può essere un tallone, un menisco o una ragade anale venuta alla luce all’improvviso.
L’importante è concentrarsi e colpire, con grande precisione e cinismo.
E qui il modello cui ispirarsi più di un Capo Apache, per quanto leggendario, è Guglielmo Tell, il padre di tutti i cecchini.

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Passione Insanapoli 43. A Bergamo veni, vidi, vici.

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Avete presente quel senso di liberazione e di libertà che si prova dopo aver superato qualsiasi esame, da quello di maturità all’ultimo del corso di laurea?

Ecco, io – e non solo io, immagino – l’ho provato oggi quando ha segnato Mertens. Ed è stato così supremamente assoluto non tanto perché giunto al termine di un lungo periodo di digiuno per Dries quanto perché a noi l’Atalanta storicamente ci porta seccia (jella n.d.r.).

Quindi, se tanto mi dà tanto, mettendo insieme la debacle in Coppa Italia e il sorrisetto sardonico del mio collega atalantino che ogni volta sembra volermi dire “godetevi pure la vetta tanto dovete ancora venire a Bergamo”, il destino era segnato pure oggi.

E invece.

Abbiamo scoperto che Mertens, nonostante sia evidentemente nato per sbaglio in Belgio e non a Mergellina, è più da aperitivo che da pranzo della domenica, visto che pare abbia segnato ben nove gol nei match delle 12.30.

Che La Liberazione non è necessariamente appannaggio del 25 aprile ma può diventarlo anche di un 21 gennaio qualunque.

Che il sapore della vittoria è reso ancora più dolce da un’ ultima settimana contrassegnata dall’ennesimo Gran Rifiuto di un giocatore che, è bene ricordarlo, non si chiama Cristiano Ronaldo e non milita nel Real Madrid.

Che poi, a pensarci bene, se il diniego di Verdi segue, in ordine cronologico, quelli di Rossi nel 1979 e di Bianchi nel 2007, non è che ‘sto tricolore porti poi così bene al Napoli e tutto sommato potrebbe essere una scelta saggia quella di ripiegare su Inglese, se non altro per dare un segnale forte di discontinuità patriottico-territoriale.

Probabilmente sarebbero d’accordo con me anche gli illuminati tifosi bergamaschi che dagli spalti hanno accolto il gol di Mertens lanciando urla belluine all’indirizzo di Koulibaly. E, a questo punto, sono curiosa di conoscere il pensiero di quell’oscuro militante leghista (per il quale si veda Passione Insanapoli 42. Cosa ci ha portato la Befana.) sulla Caporetto atalantina ad opera delle truppe straniere.

Insomma, sempre per rimanere nella metafora bellica, a Bergamo veni, vidi, vici. Con buona pace di Salvini e Gasperini.

E ora pronti a guadare il Rubicone e a far vedere i sorci Verdi anche al Bologna.

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Passione Insanapoli 42. Cosa ci ha portato la Befana.

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L’anno nuovo inizia con una piccola considerazione: se Hamsik si è sbloccato a Natale e Callejon all’Epifania, mica dovremo aspettare Pasqua per vedere segnare di nuovo Mertens?

Per il resto, il contenuto della calza della Befana risulta essere sempre lo stesso:

  • la consueta conferma da parte di De Laurentiis che più di un (cine)panettone ai tifosi partenopei non regalerà manco quest’anno. Piuttosto manda in campo Goulham su una gamba sola modello fenicottero;
  • i cori beceri dei tifosi dell’Hellas Verona che stavolta hanno preso di mira addirittura San Gennaro: capisco che Napoli non abbia una zoccola come Giulietta che possa fare da capro espiatorio, però, dai, uno sforzo in più potevano farlo perfino loro;
  • lo sdegno – sacrosanto, per carità – della tifoseria juventina per gli ululati all’indirizzo di Matuidi da parte dei supporter del Cagliari. E qui c’è da chiedersi se ad indignarsi in modo così veemente siano stati gli stessi che invocano ogni domenica l’eruzione del Vesuvio con contestuale epidemia di colera caso mai qualcuno sfuggisse alla lava;
  • le illuminanti dichiarazioni di un oscuro politico leghista – il cui nome volutamente non riporto – che, riferendosi alla partita Napoli – Atalanta, l’ha definita la “trasferta all’estero dei valorosi bergamaschi“.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole: c’est l’Italie in tutta la sua pochezza, piccolezza, meschinità, razzismo.

L’auspicio per l’anno nuovo, a questo punto, non può che essere quello di prendere esempio da un senegalese, un certo Kalidou Koulibaly, che a proposito della discriminazione territoriale ha detto “i cori contro i napoletani mi fanno male come quelli contro la gente di colore“.

Tra parentesi, quel senegalese è stato anche l’autore del primo gol agli scaligeri: chiamatela nemesi, contrappasso o, magari, karma. A meno che non vogliate addirittura vederci la mano di quel San Gennaro così inopportunamente chiamato in causa.

Insomma, consiglio a tutti di approfittare della sosta per prendersi una bella pausa di riflessione ed evitare che ogni maledetta domenica  del girone di ritorno invece di parlare di calcio si discuta di temi che nel 2018 dovrebbero essere definitivamente sdoganati.

Dall’Africa per oggi è tutto. Passo e chiudo.

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Passione Insanapoli 41. Lettera a Babbo Natale.

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Caro Babbo Natale, per quest’anno – e questa stagione calcistica – vorrei:

  1. un crociato bionico riutilizzabile e adattabile alle diverse altezze dei giocatori del Napoli, possibilmente non tatuato e non depilato, perché a un quarto trauma di questo tipo dubito che sopravviveremmo.
  2. Un corno formato gigante che Milik possa omaggiare ogni mattina prima degli allenamenti e che, all’occasione, possa fungere da falso nueve nel caso in cui Mertens si sentisse stanco.
  3. Che Hamsik segnasse subito il gol n.116 così lui si leva di dosso ‘sto confronto continuo con Maradona e i giornalisti possono tornare a parlare di calcio.
  4. Che nella partita di ritorno con la Juventus Higuain non segnasse ma si beccasse tre giornate di squalifica per comportamento antisportivo. Così, per nemesi storica.
  5. Che Federica Sciarelli ritrovasse Maksimovic.
  6. Che dopo la rovinosa prestazione con l’Udinese il procuratore di Giaccherini si facesse una domanda, si desse una risposta e soprattutto mettesse a dieta il suo assistito.
  7. Che De Laurentiis a gennaio comprasse non solo un Inglese ma, trovandosi, anche un Brasiliano, un Tedesco e, perché no, uno Spagnolo.
  8. La maglia autografata di uno a scelta tra i giocatori del Napoli tranne quella di Tonelli che sospetto non essere mai stata prodotta.
  9. Vincere lo scudetto. E qui lo so che forse non sei tu il destinatario giusto della richiesta ma devo rivolgermi direttamente più in alto.

P.S. a onor del vero il desiderio n.8 si è già realizzato (anche se qualcuno ha già provveduto ad impossessarsene come si intuisce dalla foto di copertina).

 

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Passione Insanapoli 40. Allora diciamolo che siamo un po’ masochisti.

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Ammettiamolo, dai, di essere un po’ masochisti.
Ma giusto un pò, eh.
Quel tanto che basta per non chiudere subito le ultime tre partite ma soffrire almeno fino al secondo tempo, far impennare le vendite degli ansiolitici e intasare il centralino del 118.

Con il Milan abbiamo dovuto attendere per ben due volte il responso del VAR.
Del resto, se non giochiamo sul filo del rasoio, o del fuorigioco, che gusto c’è?

Con lo Shakhtar la partita sembrava segnata già al quarantacinquesimo, per cui tutti a imprecare contro la scelta di Sarri di schierare Zielinski e Diawara a centrocampo, tutti a improvvisare lavagne tattiche da far invidia a Ciro Ferrara e a farneticare di schemi di gioco, che le nostre velleità di commissari tecnici sono state stroncate dalla perla di Insigne e dai successivi due gol.
Praticamente, la scorsa settimana, peggio di noi, improvvisati CT, ha fatto solo Ventura.

Con l’Udinese, poi, l’apoteosi: abbiamo dovuto addirittura assistere a un rigore miseramente sbagliato da Jorginho con, udite udite, successiva finalizzazione su rimpallo del portiere.

In totale fanno sei ulcere duodenali e quattro diverticoliti.
Che, per carità, possono pure valere il primo posto in classifica, ma insomma.

Per fortuna, a ripagarci di cotanta sofferenza,  arriva l’immagine di Lord Callejon che balla sotto gli spalti sulle note di “un giorno all’improvviso” e l’intervista rilasciata oggi da un Lorenzo Insigne versione Marchisio: i suoi “testa bassa e lavorare” ed “è il nostro lavoro, quindi niente alibi” oltre a farmi pensare che avesse urgente bisogno di un esorcista per far uscire il Principino dal suo corpo sono stati musica per le mie orecchie.
Vuoi vedere che, oltre a essere diventati cinici e a vincere le partite anche giocando male, stiamo addirittura acquisendo quella mentalità per cui non ci accontentiamo più solo della pacca sulla spalla?

A questo punto, che dire?

Io speriamo che me la cavo. Perché va bene arrivare primi, ma anche vivi e, possibilmente, senza gastriti fulminanti.

Altrimenti, come si festeggia poi?

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Il Gambero Azzurro: breve guida semiseria per terroni affamati e nostalgici in terra longobarda

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Massimo Troisi diceva che un napoletano non può viaggiare, può solamente emigrare.
Ecco, io più che emigrata mi sento esiliata.
Costretta mio malgrado al confino forzato in terra straniera, mi struggo nella nostalgia di Napoli.
E’ facile dire che non si vive di solo mare e sole oppure, alla meneghina, che “luntan de Napoli se moeur ma po’ i vegnen chi a Milan” ma capitemi: io sono di Posillipo e dalle mie finestre vedo Capri.
Perfino quando piove.
Ora per me il sole non tramonta più sui Campi Flegrei ma sulla Tangenziale Est.
E se questo non vi sembra un motivo sufficiente per morire di consunzione, vuol dire che non avete un animo romantico.

Ma questo non vuole essere un manuale di sopravvivenza per animi romantici confinati al Nord perché non avrei alcun consiglio da dare: il mare l’ho cercato ovunque senza trovarlo. Un orizzonte in cui perdermi, anche. Di lampare all’imbrunire, manco a parlarne.
In compenso, se vi piacciono i laterizi, questo è il paradiso terrestre.
Quindi, tant’è.
Ho preso atto che sarebbe stato molto più semplice dare due dritte a chi si consuma nel ricordo di un panzarotto, a chi si commuove alla sola vista dei friarielli, a chi vaga in una Milano torrida e spettrale di fine luglio alla vana ricerca di una pizza fritta.
Le coordinate culinarie sono importanti quasi quanto quelle bancarie al 30 del mese: basta un numero (civico o ABI) sbagliato per pregiudicare il buon esito dell’intera operazione.
E siccome Milano riesce nell’ardua impresa di precipitare da vette supreme di emancipazione e civiltà ad abissi di indicibile barbarie – perché, scusate, per voi cos’è condire con sale e olio la mozzarella? Oppure comprare pizza e kebab dallo stesso fornitore? O ancora chiamare il cornetto alla crema brioche? – diventa di vitale importanza sapersi orientare nei meandri della movida per sfuggire ad insulsi apericena e colmare i vuoti dell’anima e del colon con un degno fritto misto all’italiana.

Una piccola premessa è d’obbligo: se appartenete alla categoria di quelli che una volta trapiantati al Nord hanno deciso di rinnegare il Sud e non perdono occasione per criticarne il malcostume, la mancanza di infrastrutture, la carenza del sistema sanitario e ormai scendono a casa, di malavoglia, solo a Pasqua e Natale o addirittura hanno votato si al referendum indetto da Maroni a favore dell’autonomia delle regioni settentrionali, allora non continuate nella lettura.
Che poi, il dubbio rimane: meglio una metropolitana in orario oggi o una friggitoria sotto casa domani?
Stesso consiglio, di astenersi dal leggere il seguito, valga per coloro i quali invece di imparare l’inglese hanno preferito assimilare espressioni tipiche dell’idioma del luogo, per quanti si osano considerare mare quello di Jesolo nonostante vengano da Tropea o Sciacca e per quelli che dopo aver tifato una vita per la Salernitana hanno abbracciato ben altri colori (o non colori) per bieco opportunismo.
Insomma, escludendo i romantici che preferiscono il crepacuore al crocchè di patate e i meridionali che arrivano a imbruttirsi più dei milanesi stessi, questo vademecum è destinato a quanti anelano un giorno a guadare nuovamente il Rubicone e nel frattempo si ritagliano un angolo di casa in terra padana.
E, naturalmente, è indirizzato ai tanti settentrionali dotati di senso dell’umorismo e disposti ad assimilare, per osmosi, qualche sana abitudine terrona e una discreta quantità di grassi saturi.

***

La salute
E’ tutto, si sa.
Ebbene, in Lombardia disporrete di strutture all’avanguardia dalle quali, in una buona percentuale di casi, uscirete perfino vivi dopo una degenza.
Astenersi dalla Santa Rita, ovvio, a meno che non vogliate deliberatamente disfarvi di un polmone di troppo o di un rene che non sopportate più.
Eviterei anche le protesi all’anca, dato il recente scandalo sui “ femori marci”, ma per il resto siete in una botte di ferro.
Se poi aveste la fortuna, dopo appena un paio di lustri, di ottenere la tessera sanitaria della Lombardia, sareste autorizzati a festeggiare l’evento come una vincita al Superenalotto.
Al di là di qualche trascurabilissima mazzetta, alcune inchieste su appalti truccati (Maugeri docet) e un paio di decessi che rientrano nel normale calcolo delle probabilità, la sanità a Milano funziona.
Per cui, niente panico nell’ipotesi in cui decidiate di seguire le indicazioni dei paragrafi successivi: in Lombardia ci sono ottimi nefrologi specializzati in sovraccarico da grassi saturi e rinomati gastroenterologi stufi di interloquire solo con batteri salmonella a causa del dilagare del sushi e desiderosi di tornare alle origini, ossia alla frittura.

P.S.: vi dico già che per la sintesi della Vitamina D non c’è niente da fare, così come per il corretto funzionamento della tiroide.
Servirebbero, rispettivamente, il sole e il mare.
Con buona pace di chi dice che non si può vivere solo di quelli.

***

La pizza
Importante quanto e più della salute e sicuramente più efficace del Supradyn per affrontare lo stress della vita quotidiana.
Ammessa anche dai no vax e sponsorizzata dall’Associazione Ginecologi Italiani perché in quei giorni se ti devi lanciare col paracadute per essere sicura di toccare terra più di un Lines ti serve una quattro stagioni.
Parliamo insomma di Lei, Sua Maestà La Pizza.
Mica una qualunque, quindi.
E non basta che sia DOC, DOP o Vera Pizza Italiana, perché una certificazione di qualità oggi non si nega a nessuno, ma ciò che davvero conta è il dato empirico.
E il dato empirico ci dimostra che l’unica pizza a Milano degna di questo nome è quella di Gino Sorbillo (Lievito Madre al Duomo).
Napoletana in tutto – ingredienti, cottura, dimensioni, lievitazione – tranne che nel prezzo (più milanese che partenopeo ma comunque sostenibile).
Sottilissima, debordante e super digeribile, è una delizia per gli occhi e il palato e vi ripagherà ampiamente delle due ore di attesa, aggirabili solo ad orari neanche milanesi ma direttamente goriziani (12.15 a pranzo e 19.15 a cena).
Autentica la salsiccia di Castelpoto che, occhieggiando dal la Pizza dell’Alleanza, sancisce definitivamente il patto scellerato tra te e la bilancia, strepitosi i pomodori gialli della pizza dedicata allo chef Massimo Bottura, agrodolce come il tuo rapporto con Milano, da ordinare l’Antica Margeritta se non altro per assistere all’immancabile scena di avventori autoctoni che fanno notare al cameriere la doppia di troppo e si sentono rispondere, guarda un po’, che è voluta.
E poi un tripudio di taralli, cicoli, crocchè, freselle, zizzone di Battipaglia (non parlo del personale) e ‘nduja variamente combinabili tra loro in base al valore attuale dei trigliceridi e all’umore del momento.
Un piccolo appunto: reintrodurrei, tra i dessert, il Ministeriale di Scaturchio, perché era proprio quella goccia di rhum nel cioccolato a garantire una perfetta digestione.
Largo Corsia dei Servi, 11

***
 

La pizza fritta
L’ubicazione in Via Agnello non è casuale: da zia Esterina Sorbillo sacrifichi sull’altare della pizza fritta tutti i buoni propositi per l’anno nuovo.
Devo aggiungere però che lo fai in compagnia delle altre 200 persone assiepate sul marciapiede nella spasmodica attesa che chiamino il loro numero.
Senso di colpa comune, mezzo gaudio.
Il gaudio diventa completo quando finalmente ti impossessi dell’agognato strumento di piacere e, seduto sulle panchine di piazza San Fedele o sugli scalini dell’omonima chiesa, ti addentri in un’esperienza sensoriale senza precedenti, al termine della quale il ricordo dei cicoli cancellerà anche quello del palato ustionato dalla ricotta.
Sette varianti, di cui una a sorpresa che non ho mai provato nel timore che, in ossequio alla città, possa trovarci dentro la cassoeula.
Ma la pizza fritta di Zia Esterina è soprattutto un test psicoattitudinale che ti chiama a cimentarti con alcune durissime prove volte ad attestare la tua idoneità a stare al mondo. Sonda, infatti, la tua resistenza di fronte a:

  • lo sguardo di sdegno degli avventori del dirimpettaio Juicy Bar che si trincerano dietro carotine e sedanini placidamente assisi su chaise longue di velluto mentre tu appoggiato al muro tenti di destreggiarti tra il ripieno provola e pomodoro e la camicia bianca immacolata;
  • la concorrenza spietata degli altri consumatori seriali. Gente rude, avvezza a passare sul cadavere di chiunque pur di raggiungere l’obiettivo. Mi è capitato di vedere una volta un rispettabile padre di famiglia organizzare una riffa sul proprio numero, il 34, nell’errata convinzione che avessero chiamato il 32 e, in un’altra occasione, la sosia di Diane Keaton sbrodolarsi latte di bufala sul tailleur nero di Armani;
  • la possibilità che non trovi posto a sedere nelle piazze limitrofe e sia costretto a consumare il fiero pasto sotto gli occhi dei frequentatori della vicina libreria Hoepli (gente che nutre lo spirito e non il corpo);
  • un’attesa estenuante, salvo presentarsi ad orari, appunto, goriziani.

Sappi che, superate queste prove, potresti essere arruolato nell’esercito o addirittura vincere un concorso in magistratura.
E poi, vuoi mettere la pizza fritta con il sopravvalutato panzerotto di Luini?
Via Agnello, 12

***

Il tarallo ‘nzogna e pepe
E qui è dura davvero.
Perché c’è ancora chi mi chiede se esistano altri taralli oltre a quelli pugliesi.
E io ogni volta a spiegare che non solo esistono, ma sono quelli fatti di sugna – che, a nominarla, semina meno panico dell’olio di palma – pepe, mandorle e acqua di mare.
Eh si, altrimenti da cosa pensate possano prendere quel sapore divino?
Meno male che a Milano ha aperto Leopoldo, un autentico tarallaro partenopeo che li sforna caldi al momento, perché così abbiamo guadagnato qualche kg di spazio nel trolley.
Da Casa Infante potrete trovare anche uno spettacolare torrone dei morti (ovviamente il primo novembre) e ottimi gelati artigianali.
Via Torino, 48

 
***

Il Gran Caffè
In un’epoca in cui non ci sono più carrozze, poltroncine di velluto, camerieri in livrea, guantiere di paste e non “ci si va più a sedere al caffè” ma al massimo a “prendere qualcosa al bar” il Gran Caffè Cimmino assolve alle molteplici funzioni di ristorante, pasticceria e bar.
Praticamente ci potresti passare una giornata.
Il giorno di San Giuseppe ci trovi un’ottima zeppola, il primo novembre vari tipi di torrone dei morti.
La zuppetta conserva il nome originario e non quello, milanesizzato, di “diplomatico”.
A pranzo ti consente una full immersion partenopea, grazie ai timballetti di pasta alla bechamel, il calzone ripieno, la pizza di scarola, la frittata di maccheroni, la parmigiana di melanzane, gli zucchini alla scapece.
Ottima la torta mimosa per festeggiare il compleanno e le mini paste cresciute che servono come aperitivo.
Aggiungo che alle sette del mattino puoi chiedere un cornetto crema e amarena senza correre il rischio che ti venga proposto quello Algida (episodio realmente accaduto in un bar del centro) o, peggio ancora, la versione artigianale del buondì Motta, oppure, in alternativa, orientarti su una graffe o una brioche col cappello.
Purtroppo dietro al bancone non troverai gli sfegatati tifosi del Napoli con i quali commentare la partita il lunedì mattina davanti a un caffè brasiliano, ma quella è una prerogativa del Gran Caffè Cimmino di Napoli che, del resto, tra i numerosi optional, vanta pure una vista a 360 gradi sul Golfo.
Ma, del resto, perché lamentarsi sempre? Anche in quello di Milano puoi sederti all’aperto e rimirare il lento progredire dei lavori della linea 4 della metropolitana.
Via Larga, 2

***
 

Dolce & salato
Mergellina Bakery nasce come apecar ma, dato il successo, da nomade è divenuto stanziale.
L’offerta spazia dalla rosticceria alla pasticceria e contempla alcune autentiche rarità normalmente introvabili in terra padana: la parigina, il panino napoletano e il Fiocco di Neve di Poppella.
Tanto gli amanti del prosciutto e del salame che gli estimatori della panna troveranno qui un porto sicuro, disposto ad accoglierli, per di più, fino alle due di notte.
Hai visto mai che ti venisse una voglia incontrollabile di pizza salsiccia e friarielli durante una puntata de “I Bastardi di Pizzofalcone”?
E mica puoi sgranocchiare due patatine durante la partita Napoli – Juventus o colmare l’amarezza che ti lascia in bocca la “Cattura di Zagaria” con un’oliva ascolana.
Del resto, i napoletani lo sanno bene: in certi casi, il potere consolatorio di una frittata di maccheroni non ha eguali.
Viale Umbria, 44

 
***

Il cioccolato
Gay Odin è un’istituzione a Napoli.
In origine era il tipico carretto antesignano degli apecar e dello street food moderno, poi, divenuto stanziale, ha preso casa in alcune delle vie più rappresentative della città.
Produce, fra l’altro, un tipo di cioccolato assolutamente unico: la foresta, fatta di scaglie che si sfaldano morbidamente ad ogni morso.
Il cacao di Gay Odin non è né completamente amaro né al latte: è il punto giusto di fondente, quello che mette d’accordo gli amanti dell’extranoir e i nostalgici della mucca Milka.
La trovi sotto forma di tronchetti, di varie dimensioni, oppure di uova di Pasqua.
Come se non bastasse, il negozio è un tripudio di frutti di mare di cioccolata, nudi liquorosi, nocciolosi e scorzette agli agrumi.
Una scelta che Godiva non vi garantirà mai.
Se dopo il tour gastronomico dei paragrafi precedenti, vi resta ancora uno spazio tra l’intestino e lo stomaco, provateli: ne vale la pena.
Oppure regalateli: il successo è assicurato e poi, si sa, un cioccolatino è per sempre.
Via San Giovanni sul Muro, 19

***

 Una piccola precisazione a questo punto è d’obbligo per sfatare uno dei luoghi comuni sui meridionali più duri a morire e che sicuramente avrò mio malgrado contribuito ad alimentare con questo breve vademecum.
I napoletani non pensano solo a mangiare.
Semplicemente, in alcune cose siamo abituati bene – la bellezza della città, del clima e della squadra di calcio, il calore della gente, la bontà del cibo, il rapporto quasi ovunque conveniente tra qualità e prezzo – e sono quelle che ci compensano delle altre, mille, che non vanno.
Per questo le cerchiamo ovunque: per sentirci a casa anche in mezzo alla nebbia e agli ossibuchi.
A proposito, il prossimo manuale sarà dedicato a cotolette e risotti, perché sarà sicuramente vero che una frittura è per sempre, ma pure il colesterolo non scherza.

P.S. Un piccolo consiglio: se una domenica mattina vi ritrovaste a dedicare “Diticemcello vuje” al sugo usando il mestolo come microfono…beh, vuol dire che è ora di scendere a casa.

 

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Passione Insanapoli 39. Ma non chiamiamolo calcio.

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Ma il catenaccio, il catenaccio, il catenaccio è il massimo che c’è” cantava Renzo Arbore anni fa.

Ah no, scusate, quello era il materasso. Però il catenaccio una bella dedica canora pure se la meriterebbe. Almeno a sentire i commentatori sportivi che ieri sera si esibivano in lodi sperticate all’indirizzo di Maran “per aver fermato la capolista“.

E lui e la sua squadra erano raggianti per il punticino strappato con le unghie e con i denti al prezzo di innumerevoli cadute a terra e relative convulsioni che manco uno shock anafilattico ( e meno male che sono i napoletani a fare le sceneggiate), cambi tattici all’ottantasettesimo e un pullman parcheggiato davanti alla porta di Sorrentino che minimo minimo includeva anche il magazziniere, il massaggiatore e magari pure il medico sociale.

Una difesa talmente granitica e votata al martirio che se l’avesse avuta Troia non ci sarebbero stati né Ulissi né cavalli ad espugnarla. Se gli undici titolari del Chievo fossero stati schierati a difesa di Palmira anche l’Isis avrebbe dichiarato forfait. Pare che l’intelligence europea stia vagliando la possibilità di posizionarli al posto dei dissuasori sui boulevard di Parigi per neutralizzare eventuali furgoni lanciati contro la folla.

Insomma, un perfetto esempio di rinuncia preventiva all’onore delle armi, di abdicazione all’amor proprio, a giocarsela a viso aperto per uscirne a testa alta.

Bravo, Maran. Poi magari un giorno mi spieghi che gusto c’è a pareggiare così.  E magari io ti ricorderò quanta dignità c’é in Ettore che sfida Achille sapendo di andare a morire o in Davide che abbatte Golia contro ogni pronostico.

E non venitemi a dire che il Napoli non era sfolgorante come al solito perché nonostante la brillantezza appannata ha assediato il fortino nemico per 95 estenuanti minuti, imbrigliando i guizzi dei suoi tenori in neanche 20 metri di campo.

Per carità, lo ha fatto – sia pure in misura minore – l’Inter, ci stupiamo che lo faccia il Chievo?

Però, almeno, non chiamiamolo calcio.

Perché noi ormai siamo abituati allo spettacolo. Se ci togliete quello non ci resta neanche più il gusto di guardare le partite.

Perché chi l’ha detto che si gioca solo per vincere?

Si gioca per divertirsi e far divertire.

Capito, Maran?

 

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Passione Insanapoli 38. Dopo Napoli – Sassuolo diamo un po’ i numeri.

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Dopo Napoli – Sassuolo facciamoci due conti.

Primi in classifica con 31 punti: praticamente un 30  e quasi lode ce lo meritiamo tutto.

11 risultati utili in campionato e non succedeva dal 1989-1990 quando poi fu scudetto.

Solo 8 i gol subiti e questo credo invece non succedesse dai tempi di Mazzini.

Ancora uno il gol che manca ad Hamsik per raggiungere i 115 di Maradona. Ma almeno 800 le volte che glielo stanno facendo notare.

Uno – ma spero destinato ad essere il capofila di una lunga serie – il calcio d’angolo non soltanto non spedito alle stelle ma addirittura trasformato in gol. Ben quattro, infatti, le rivendicazioni di paternità seguite, a dimostrazione dell’eccezionalità dell’evento.

Unico e solo – e in questo caso spero destinato a rimanere tale – il caso di un pallone che si schianta contro non uno, ma ben due, pali senza poi entrare nella porta avversaria. Spero per Zielinski che abbia più fortuna con le donne.

Tre i gol segnati da Mertens dopo che i commentatori televisivi ne avevano già decretato la fine calcistica. Sicuramente dieci il voto che do alla loro perspicacia e lungimiranza.

Quattro gli anni del rinnovo contrattuale di Ghoulham: dopo una telenovela durata più di Beautiful mi sembra un buon risultato.

Almeno tre gli episodi influenzali che hanno colpito Sarri nel post-partita per sottrarlo alle interviste: se i risultati sono questi mi sa che diventiamo tutti no-vax.

Innumerevoli le volte che hanno chiesto ai giocatori “se pensano allo scudetto“. Ma a cosa volete che pensino? Alla lasagna che li aspetta a casa?

Mille i minuti giocati che sono serviti a convincere Sarri a tenere fuori Koulibaly e 90 quelli durante i quali Chiriches ha sputato sangue per convincerci che ha fatto bene.

Ora, però, usciamo dai numeri perché il calcio è prima di tutto fantasia, estro, inventiva ed entriamo nel campo del cuore, nel quale siamo non primi, ma unici.

Unico è il pubblico del San Paolo che arriva a 50.000 anche per vedere il Sassuolo.

Unico è Hamsik che, da vero capitano, non contesta mai una sostituzione e non manda mai a quel paese chi gli ricorda che “manca ancora un gol per raggiungere Maradona“.

Unico  e genuino il dispiacere che ho letto negli occhi di Paolo Cannavaro per quel tiro finale di Insigne che non è entrato perché, si sa, al cuore non si comanda.

Unica, infine, la vista da lassù.

Soprattutto considerando chi sta due gradini sotto.

 

 

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Passione Insanapoli 37. Napoli – Handanovic 0 – 0.

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Cominciamo col dire che ieri non si è giocata Napoli – Inter ma Napoli – Handanovic. Prendere coscienza di questo getta tutta un’altra luce sul match e su quello che è seguito.

Praticamente pensavo fosse l’Inter, invece era un Handanovic.

Prima di tutto possiamo giustificare i nostri che, nonostante la stanchezza di Manchester, hanno provato comunque a metterla dentro ma si sono schiantati, appunto, contro Handanovic che, per carità, sarà pure un gran portiere ma quella doppia parata prima su Callejon e poi su Mertens la deve in larga parte al “fattore Garella”.

Il Fattore Garella, in nome del quale si sono formate intere generazioni di portieri, fa sì che un alluce, della cui esistenza ci si accorge solo nel malaugurato caso in cui sia valgo, diventi improvvisamente la parte più importante del corpo perché chiamata a respingere provvidenzialmente e fortunosamente un tiro da due centimetri di distanza.

Possiamo perdonare i 15 tiri a giro di Insigne, perché in genere almeno uno a partita va a segno, ma evidentemente stavolta le onde gravitazionali sprigionate da Handanovic li hanno dirottati tutti in tribuna.

Possiamo dimenticare che Mertens è stato per circa 80 minuti missing in action perché di solito è talmente onnipresente che io me lo ritrovo in bagno anche dopo che la partita è finita.

Possiamo passare sopra le bordate di Hamsik che hanno sfiorato, senza centrarla, la porta perché il Capitano non si discute mai, si ama e basta.

Possiamo sorvolare finanche sulla scarsa precisione dei cross in area di rigore e sul fatto, per la verità inquietante, che passano gli anni, gli allenatori e i centravanti, ma la scarsezza nel calciare i tiri d’angolo non passa mai.

Insomma, possiamo perdonare tutto perché mi pare evidente che i nostri avrebbero dato tutto per vincere la partita di ieri ma le Forze Oscure del Male, incarnate appunto da Handanovic, hanno prevalso facendo scendere le tenebre eterne sul San Paolo. Il temuto figlio dell’uragano Ophelia si è infine palesato in Italia sotto spoglie slovene.

La spiegazione soprannaturale è l’unica possibile. Altrimenti non potremmo spiegarci come Callejon non sia uscito dal campo in carrozzella nonostante i reiterati tentativi di gambizzarlo da parte di Miranda, dei quali peraltro l’arbitro sembra essersi reso conto solo al 65° minuto. Manco le Brigate Rosse dei tempi d’oro avrebbero potuto fare meglio.

Non potremmo spiegarci la folle cavalcata di Koulibaly che lo ha portato ad autoproclamarsi salvatore della patria e, al grido di “Banzai!” sotto gli occhi di un attonito Nagatomo, a percorrere tutto il campo prima di ricordarsi che se gioca da difensore ci sarà un perché ma non era il caso di scoprirlo stasera.

Non potremmo neanche spiegarci come mai Rog, che in genere viene messo dentro un momento prima che il gioco degeneri in rissa con lo scopo primario di spezzare le cosce agli avversari, ieri sera sembrasse Roberto Bolle al cospetto di Mike Tyson (e sull’effetto intimidatorio prodotto dai marcantoni dell’Inter anche quando stanno zitti e con le mani a posto si veda Passione Insanapoli 10. Prima di Napoli – Inter.)

Soprattutto non potremmo spiegarci quanto possano essere deficienti certi tifosi che perfino ieri sera, sotto il Vesuvio, ne auspicavano l’eruzione, senza considerare forse che la lava non risulta essere particolarmente selettiva nel suo percorso di distruzione, per cui difficilmente li avrebbe scansati. Chiedere a Plinio Il Giovane (che non è quello dei mobili a Via Premuda, Milano n.d.r.).

Non potremmo, infine, neanche spiegarci la delirante intervista di Spalletti nel post partita, quando ha lasciato intendere che il risultato sarebbe potuto anche essere a loro favore. Non so con cosa avesse accompagnato la fiorentina mangiata a cena, ma doveva essere qualcosa di veramente potente.

Alla fine, se io fossi interista, lancerei la petizione per intitolare una piazza ad Handanovic: senza dubbio si raccoglierebbero più adesioni del referendum per l’autonomia di Maroni.

A noi resta una grande soddisfazione: il giubilo dei tifosi nerazzurri per aver strappato uno 0 – 0 al San Paolo è il più grande riconoscimento della nostra forza e ci ripaga di un risultato che a noi, invece, sta stretto.

Con buona pace di Handanovic.

 

 

 

 

 

 

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